 Sabina lascia la sua stanza un venerdì di metà aprile. La lascia per sempre, in un ordine insolito, perfetto e scrupoloso. Il suo scrittoio non ha un oggetto che sia fuori posto: carte e matite rispondono a simmetrie ed esattezze mai immaginate e ogni cosa va a posarsi in un'inquietante coerenza alfabetica, tutto tranne i suoi occhiali da vista, aperti e imperfetti accanto al loro fodero azzurro.
Sabina vive con i genitori al quarto piano di un casermone opaco, mal ristrutturato e nerogrigio di fumo. Quella costruzione ha la stessa cera di un vecchio minatore dell'Harz e anche i suoi interni traspirano le ceneri ed i grigiori sparsi delle grandi fabbriche circostanti. Sabina a sua volta riflette negli occhi quei colori spenti e giorno dopo giorno invecchia dentro le tinte del suo paesaggio scarno e minuto. La madre lo stesso pomeriggio sta preparando una torta alla frutta e quell'impasto così curato e fragrante è già nel forno quando la porta si chiude. La torta cresce piano mentre Sabina scende e si fa più piccola, stentando di miopia sui gradini difficili. Suo padre fuma la pipa e parla sempre poco. Mastica le pere morbide dissolte nella crema, riconoscendo la pronuncia metallica del kiwi accanto al tratto pieno e marcato della cotogna che gli sporca tutta la bocca. Sabina ha detto che sarebbe scesa per acquistare dei bottoni quasi turchesi, che però non ha mai utilizzato. I colori delle sue camicie e dei suoi cardigan non sono adatti per quella tinta quasi di cielo. Una tinta quasi turchese. Ma nessuno dei due ci fa caso. Mangiano solo la torta, la crema grassa e gialla come il grano e con quel sole addosso appena tiepido, che solo adesso comincia a calare sul davanzale opaco della cucina. Le camicie di Sabina sono tutte nella cesta, dove la notte dorme Molière, il suo gatto pezzato. Sono tutte ancora da stirare ma in perfetto ordine, con tutti i bottoni al loro posto, alcuni bianco ghiaccio e altri bianco crema, ma nessuno di loro quasi turchese. La madre le stira e mastica, e poi ancora mastica e stira i pezzi di torta scappati dalla bocca e caduti accanto alle sue camicie. La sera sopraggiunge, rendendo la casa ancora più piccola, scura e sommersa come un fondale lontano del mar Baltico. E allora si tagliano ancora un po' di torta per fare più chiaro e continuando a gustarsi le pere con la crema e a distinguerle con maestria dagli altri tipi di frutta, ancora presi dal mutismo goloso della loro gran fame. La panna ancora fresca si è posata sul bordo della pipa, ma il tutto avviene senza parole e senza nemmeno un sorriso. La notte che sopraggiunge alla sera, perduta nel bianco perché c'è una luna dolce e appena tardiva, forse la più bianca e sognante di tutto il mese. Ma Sabina ancora non c'è, e senza i suoi grossi occhiali non la può nemmeno vedere così bella e così vicina. La sua porzione attende in un piattino di carta giallo, come sopra un binario morto, senza più direzioni. La madre guarda alla finestra quel lampione difettoso che trema sempre tutto a quell'ora. Il padre invece osserva la porta chiusa e graffiata dal gatto, che prima o poi si dovrà tinteggiare. Il gatto li guarda dietro i baffi. Si riaddormenta. La radio suona canzoni greche che finiscono anche loro dentro quella torta ormai tutta fredda e spaccata. La madre riprende subito a mangiarla, per paura che poi perda di morbidezza e di sapore. Sarebbe stato un vero peccato non distinguerne più gli ingredienti, così ben assortiti. C'è voluto davvero tanto lavoro. Il padre si accosta alla finestra e posa la sua pipa sul bordo del marmo: si specchia nel vetro e si sente vecchio, mentre il fumo sale e lo fa più bianco della torta e della luna insieme. Guarda la moglie che mangia in piedi e anche un po' curva sul piattino di carta giallo, quando suona il telefono. Ma nessuno dei due ci fa caso; in fondo tutti cercano sempre e solo Sabina, nessuno mai chiama per loro. E allora quei trilli si sciolgono anche loro dentro la crema e dentro la frutta schiacciata, insieme alle canzoni greche della radio e al fumo della pipa e della luna. Il mattino appena svegli sono entrambi in cucina, riposati e sereni. “Ti manca un bottone al pigiama”. “Hai ragione, non ci avevo fatto caso”. “Dovresti prenderne uno dello stesso colore”. “Sembrerebbe...quasi turchese.”
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