Il prete Gianni e il buon Azazel - Massimiliano Di Mino

Un antico proverbio Tuareg afferma che Dio creò il deserto affinché l’uomo potesse specchiarcisi dentro e parlare con la propria anima, riflettersi nel nulla e creare a sua volta. Sempre l’antico popolo ci sconsiglia di raggiungere un pozzo nei deserti sprovvisti di un secchio e ci esorta a interrogare sempre le proprie visioni. Piegato in un lago di luce, la prima creatura che affossava i suoi passi nella sabbia sentì la mancanza di qualcosa che non aveva mai conosciuto, fu così che cominciò a creare. Tutto sembra ebbe inizio impastando polvere del deserto, dai miti di creazione a quelli di fondazione, a seguire le impronte ci ritroveremo in queste vastissime lande bruciate dal sole.

 

 

Non fa eccezione il nostro personaggio, Gianni, da qui in avanti, prete Gianni o Presbyter Johannes: Re dei Re, Signore indiscusso, burlone ma sopratutto Santo, Scrittore ed Eroe, già, perché accovacciato su se stesso, appena riparato in una piccola grotta dalle pareti rosse, dovette venirgli a mente che per essere uno, per riuscire, doveva essere tutti e tre.

Tra le pagine di questa rubrica non abbiamo mai sentito la necessità di sperticarci sulle possibili diversità o specifiche che intercorrono tra un santo, un eroe e uno scrittore, né ne abbiamo mai trovato traccia in studi di diverse pubblicazioni di carattere scientifico, con tutta probabilità perché risulta un lavoro noioso e certamente di fallace natura e perché in uno zoo non è detto che si sia sempre spettatori; eppure, la cronaca, cosa nota, non fa prigionieri e ci riporta delle noterelle di scarso interesse e semmai utili  a riconoscerne uno, ma pure su questo la casista non ci offre risultati ragguardevoli.

Si dice, ad esempio, che un Santo, tra i tre, è quello che ha un carattere più mite e se non si mette a urlare in mezzo alle piazze ci si accorge meno di lui, ha una missione e un traguardo e tutto il resto è distrazione, mai, per dire, ci potrebbe capitare di scorgerne uno mentre si fa bello, vantandosi davanti ad altri delle tante avventure intercorse nella sua vita, delle angherie subite dal povero cuore, o mostrare come gagliardetti i supplizi scritti sul corpo, e sarebbe cosa rara e certamente curiosa trovarcelo davanti mentre fa le mani a becco o il gesto dell’ombrello a un suo collega, tutt’altra cosa è per l’Eroe, anzi è probabile che quest’ultimo rida di tali privazioni, lui ha conquistato sul campo il diritto di sognare e gridare ai quattro venti le sue peripezie, ne ha passate tante, troppe, ha un fardello più grande di lui sulle spalle e ora ha voglia di sciogliersi un po’, di divertirsi, va bene l’eterna gloria, passino pure l’orda di scocciatori fuori casa che vogliono un consiglio o semplicemente  una benedizione per la loro bambina, ma che male c’è nel divertirsi un po’? Nel fare una festa con qualche amico, un’ubriacatura epica per il ritorno a casa? Verrà il tempo del decadimento delle carni, ma dinanzi a un sacrificio agli dei e a delle gesta memorabili che aiuteranno scrittori a riempir le loro candide pagine, quale bugia, quale colpa può mai esser aggiungere un drago o un paio di titani o qualche decina di cadaveri in più nel campo  di battaglia che li ha visti vincitori? È nella natura dell’eroe l’esagerazione, ma questo si deve alla sua generosità e altruismo, l’eroe vive l’incubo di esser dimenticato, di vedere i propri record superati, scalzati da un eroe più giovane e al passo con i tempi, se, infatti, almeno da statuto, i santi una volta fissati sul calendario vivono tutti della stessa importanza, non è la stessa cosa per gli eroi che necessitano dell’aiuto di quei pedanti e noiosi scrittori per bearsi ad Aeternum delle proprie vanità. Errore tra i più comuni è però pensare di imbattersi facilmente in uno scrittore.   In realtà per la sua predisposizione a un carattere bipolare e perché sono troppe le differenze tra scrittore e scrittore, è difficile più di quanto si pensi riconoscerne uno. Lo Scrittore è un po’ santo è un po’ eroe, ma non è nessuno dei due, da qui il tormento che lo accompagnerà per mano tutta l’esistenza; difficile riconosca nel dolore i propri limiti, piuttosto è propenso a ritenere che la causa del fatto di non riuscire a imporre il proprio destino sia l’ineluttabile declino del mondo e perché Mala tempora currunt! Difficile abbiano ferite di cui far mostra o popoli che li seguano, ma spesso lo sognano, del resto sognano spesso gli scrittori, talvolta sognano deserti e questo li terrorizza, ma non possono farne a meno, è una specie di ossessione del vuoto, per questo si ritiene che una volta svegli scrivano, per riempire i loro occhi. Fantasie su fantasie che si susseguono in forme varie e mutabili.

 

La tempesta di sabbia sembra non avesse la minima intenzione di cessare, rimettersi in cammino era impossibile, sarebbero state necessarie almeno tre, quattro lune prima di imbattersi in anima viva e la scorta di acqua di Gianni si stava esaurendo, doveva centellinarla.  Acqua, Acqua, con questa parola che moriva lentamente sulle sue labbra si addormentò o perse coscienza, non prima, però, di riflettere che lesinare sui propri desideri era da perdenti, non desiderava solo un pozzo lui, ma anche di riempire lo stomaco e riposare le sue ossa, sognò la manna che scendeva fitta - fitta dal cielo e un letto  caldo e poi cos’altro? Tanto altro.

 

- Lo Scrittore -

Con un piccolo componimento in forma epistolare di appena ventimila caratteri recapitata nel 1165 all’imperatore bizantino Emanuele, e in seguito al Papa e al Barbarossa, prese forma la leggenda di Presbiter Iohannes, discendente diretto di uno dei tre Re Magi. Sia chiaro, il tema della missiva non era nuovo e la lingua, forse, esageratamente magniloquente, ma tanto bastò, in epoca di crociate e conquiste, a riaccendere fantasie e mai sopite speranze di potere. I romanzi del ciclo bretone ad esempio, poi Ariosto e Marco Polo, fino a Wilde e Guenon sentirono la necessità di prestar penna al nostro Gianni, misterioso regnante di una fervida terra ai confini del mondo, un impero cristiano celato dietro le regioni musulmane, un regno che tutto poteva custodire, il Santo Graal, la sacra sindone, l’arca dell’alleanza, la fonte di eterna giovinezza, le miniere di Re Salomone e chi più ne ha più ne metta. Poche righe furono bastevoli per eccitare gli animi e organizzare qualche  manesca crociata e cacciata degli infedeli, dall’estremo oriente fino alle coste africane d’Etiopia cominciò frenetica la ricerca di questo potente, di questo Santo. Per alcuni, infatti, il Re dei Re altri non era che il Santo Giovanni, l’apostolo di Cristo scelto dal redentore per andare a zonzo eternamente a spargere la buona novella; la versione senza kippah' di Asvero, l’ebreo errante. Ma cosa c’era scritto in quell’epistola?

 

- Il Santo -

Gianni, speriamo, oramai dissetato e rifocillato in una città nascosta dietro a enormi piante di ginepro, accantonò l’umiltà e, afferrata carta e piuma, presentò sé e il suo regno al resto dell’emisfero: «Giovanni, Presbitero, grazie all'Onnipotenza di Dio, Re dei Re e Sovrano dei sovrani, ben quarantun regnanti mi son tributari». «Mica male!» , dovettero pensare a Costantinopoli (tranne il Barbarossa che  non era facile a entusiasmi e più di ogni cosa odiava le belle lettere). Egli diceva che amava il suo popolo e che questo lo ricambiava e pregava ogni dì con fervore, e c’è da crederci perché ad aver duce cosi giusto e magnanimo, neanche l’animo più scapestrato  e ribelle si sarebbe  sognato di contestargli alcunché, il popolo non era capace né di odio, né di invidia e  dunque di mentire; mirabilie che neanche l’eugenetica è mai stata capace di concepire, ma non basta,  a voler enumerare ricchezze e prodigi della  sua terra, scrive, bisogna esser capaci di contare la sabbia del deserto e le stelle del cielo, una moltitudine da favorire lo sbadiglio. Gli uomini vivono cinquecento anni, e ogni cento ringiovaniscono, non soffrono la fame grazie alla sognata manna e di faticare poi, non vi è necessita, dal fiume Indo, infatti, galleggiano le pietre più preziose: topazi, smeraldi, zaffiri e ametiste. E per vincer la noia vi son le creature più splendide e fantasiose, non solo leoni bianchi, ippopotami, elefanti e dromedari, ma anche draghi, cinocefali, satiri, fauni, pigmei e giganti e, prodigio dei prodigi, le cicale mute, qualsiasi altro regnante o scrittore, avrebbe trovato più congeniale non infilarcele proprio queste nobili creature tanto care a Platone, nessuno avrebbe obiettato, in pochi se ne sarebbero accorti, ma Prete Gianni con tutti benevolo, seppur infastidito da notti insonni, decise di offrirgli un’altra possibilità, come si dice, un diverso modello di vita.  A conclusione della missiva, dopo aver sottolineato quanto anche la natura umana dei destinatari fosse triste, invitava questi, a veder con i propri occhi il suo mondo, e per metterli alla prova o render la burla ancor più epica non  si attardò a scrivere indicazioni sul come trovarlo. Si doveva aver fortuna certo, ma anche coraggio. Chi trovava Gianni, trovava l’Eden. Fu così che iniziò, tutti sull’attenti, forsennata e disparata la caccia all’uomo. Asia centrale, Persia, Medio Oriente e Africa, si faceva parecchia confusione all’epoca e ogni pezzo di terra poteva celare il Santo regno.

 

- L’Eroe -

C’è da dire che chiunque sia capace di render felice il proprio popolo e liberarlo da fame e lavoro è indiscutibilmente un eroe, chiunque sconfigga malattia e morte e riesca a infondere nel suo tempo, quello che Bloch definì in seguito, il principio speranza non può che essere un eroe. D’altronde anche avere il coraggio di sfidare al contempo potere temporale e spirituale e ammaestrare draghi rientra nelle canoniche operazioni che si è soliti attribuire a un eroe. Eppure, per iscrivere il nome nell’albo di categoria, oggi più che prima, sembra occorra, essere protagonisti d’imprese guerresche, di spargimento di sangue e avere nemici dal blasonato nome, e per quanto il nostro fosse pronto solo a guerre resistenziali il suo esercito non faceva certo difetto. Era solito attendere il nemico fuori le porte con tredici carri e altrettante croci, migliaia tra fanti e soldati di ogni razza e al loro fianco una corte di bellissime amazzoni, sembra sia stata proprio una di queste ultime, Telestri, decisiva per sconfiggere il temibile esercito di Gengis Khan. Appena il celebre condottiero incrociò i suoi occhi neri abbassò l’arma e gli si avvicinò, ma lei ridendo (la tipica risata maliziosa di queste creature) si fece rincorrere nel bosco, Gengis provò a chiamarla ma non sapeva il suo nome e allora prese a urlargli qualcosa d’incomprensibile, urlava e lei rideva, nel bosco urla e risate divennero una cosa sola fino a scomparire. Senza guida, né uno straccio d’ordine, l’esercito mongolo fu facilmente assoggettato dal prete Re. Notizie meno certe si hanno invece sull’incontro che avvenne con il re dei Mori, Salah-ed-Din, il feroce Saladino, sembra che quando i due eserciti trovatisi davanti, fossero pronti a far cantare le armi, i due regnanti parlarono a lungo e si misero infine d’accordo sul non far finire quelle belle storie che li vedevano protagonisti.

 


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Aveva fatto giorno  da qualche ora quando Gianni riprese il cammino, la tempesta si era sopita, se mai avesse avuto una casa, giurò, non si sarebbe più allontanato da essa. Una città poteva nascondersi dietro la prossima duna oppure no, poteva non esserci più niente per sempre, solo dune, una dietro l’altra. Aveva questi nefasti pensieri quando si staglio davanti a lui un pozzo edificato con pietra grezza e fango, finito di bere, si accorse che seduto sul basamento del pozzo vi era uno strano figuro che si presentò con il nome di Azazel. Siediti, gli disse questo, abbiamo molto tempo da passare insieme. Azazel spiegò al viaggiatore di esser un diavolo confinato nel deserto per custodire il bene più grande, ovvero l’acqua; faceva un gran parlare di questo importante compito affidatogli, ma  agli occhi di Gianni questo compito altro non appariva che una punizione bella e buona, non dovettero passare molti tramonti prima che i due strinsero amicizia. Non sarebbe morto di sete, certo, ma la noia era tanta.

Gianni era ossessionato da quel vuoto davanti, dietro e intorno a lui. Una sera vide Azazel rotolarsi nella sabbia e alzare un gran polverone, rideva e non riusciva più a smettere di farlo, disse che gli era venuta a mente uno scherzo bellissimo da fare, poi, si strappò una piuma dal sedere e la porse  tra le mani di Gianni. « Dimmi un po'» , chiese Azazel all’amico, <<ti piacerebbe diventar Re?>>.


Massimiliano Di Mino