Su una tomba in un cimitero di campagna - Luciano Funetta

Come forma di questo molteplice lavoro ho dinnanzi agli occhi
una di quelle cavità che talvolta si scorgono sui passi alpini,
in letti di ruscelli disseccati. Là troviamo frammenti grezzi, ciottoli levigati,
schegge scintillanti e sabbia […] forse un cristallo di rocca, o un
guscio rotto di chiocciola di cui ci sorprende la struttura interna
a scala, o una punta di stalattite dal pallore lunare giunta qui
dalle grotte sconosciute in cui il pipistrello traccia i suoi cerchi silenziosi.

Ernst Jünger


La piccola chiesa di St Andrew a Framingham Earl è una delle molte che il viaggiatore incontra attraversando il Norfolk, lungo la strada che dall’entroterra di Norwich porta alla costa bassa di Lowestoft. Senza un reale motivo, se non l'impressione di solitudine e desolazione, al viaggiatore viene in mente un viaggio compiuto alcuni anni prima nelle regioni centrali della Romania. Percorrendo a bordo di una Dacia a noleggio la campagna intorno a Sibiu, si era imbattuto nel piccolo villaggio di Copsa Mare. Era sceso dall’auto sotto lo sguardo di un gruppo di uomini seduti fuori da una locanda e si era inoltrato da unico visitatore nel cortile della chiesa fortificata che occupava la sommità della collina. Sulle guide turistiche la chiesa era segnalata come una delle meno conosciute della regione, ma in molti sconsigliavano di spingersi fino a Copsa Mare per via dell’ostilità che gli abitanti del villaggio mostrano nei confronti dei forestieri. Il cartello in romeno accanto al portone della chiesa spiegava che per visitare l’interno era necessario rivolgersi al custode. Prima che il viaggiatore potesse chiedersi dove avrebbe trovato un custode in quella minuscola roccaforte, sentì dei passi alle sue spalle. L’uomo che gli si faceva incontro con in mano una grossa chiave di ferro indossava una camicia di flanella logora e aveva il volto devastato da una malformazione che rendeva impossibile indovinarne l’età. Senza dire una parola, l’uomo aveva aperto il portone di legno grezzo e con un gesto della mano aveva invitato il viaggiatore a entrare. Della chiesa di Copsa Mare, mentre si avvicina all’edificio di pietra grigia di St Andrew, il viaggiatore non riesce a ricordare nulla, se non la sensazione di essere finito in un villaggio fantasma sul quale le nuvole pesanti di ottobre incombevano perenni, in cui la pietra frantumata delle strade era più simile a una fanghiglia impraticabile, e dal quale era fuggito in fretta. Dopo una rapida occhiata alla chiesa, il viaggiatore inizia la sua ricerca. Se tra tutte le chiese rurali del Norfolk ha scelto proprio di fermarsi a Framingham Earl è per via del piccolo cimitero, un tipico camposanto inglese, una modesta distesa di lapidi sbilenche, alcune delle quali versano in condizioni di abbandono secolare, tombe di contadini, farmacisti, tombe di bambini morti anche cento anni prima. Il prato è curato solo in alcuni punti, nei pressi delle tombe più recenti. Il viaggiatore si ferma accanto a due enormi sarcofaghi. Sul lato di uno dei due è inciso il nome del dottor Edward Rigby e, sotto il nome, un curioso epitaffio: «A monument to Rigby do you seek? / On every side the whisp’ring woodlands speak». Più avanti, seguendo un percorso casuale tra le lapidi, il viaggiatore inizia a costeggiare una siepe di bosso. La forma della siepe è irregolare, rami più lunghi spuntano dalla massa di foglie tonde e dure. L’erba sul terreno appare come una distesa di infestanti e fiori selvatici. All’altezza dell’abside di St Andrew la siepe è interrotta da una quercia bassa. Ai piedi della quercia il viaggiatore trova la tomba che cercava, osserva la lapide lunga, stretta, ricavata da un blocco di marmo nero e decorata con una cornice interna più chiara, dello stesso colore delle lettere che indicano il nome del defunto e gli estremi di nascita e morte. Nella fioriera di metallo un mazzo di campanule bianche e sulla sommità della lapide l’antica usanza ebraica di sassolini deposti da coloro che si fermano su una tomba senza aver mai conosciuto il suo occupante. Il viaggiatore accende una sigaretta e guarda i caratteri rotondi. Erano dieci anni che progettava un viaggio in Inghilterra per visitare la tomba, quella tomba solitaria del cimitero di St Andrew, quella tomba con un nome tedesco. Aveva raggiunto Framingham Earl in automobile, aiutandosi con una cartina stradale approssimativa, e per tutto il viaggio da Norwich non aveva fatto altro che pensare alla possibilità di incontrare il fantasma del tedesco, di vederlo camminare tra le tombe con uno zaino di tela in spalla e la macchina fotografica appesa al collo per poi sparire dietro la chiesa. Tutto quello che il tedesco aveva fatto, quello per cui il viaggiatore lo conosceva, in fondo, aveva a che fare con dei fantasmi, o meglio con dei fantasmi che percorrono palazzi deserti, stazioni, alberghi inghiottiti dai rampicanti, periferie piovose, centri termali trasformati dal tempo in paludi, rovine. Il suo viaggiare e i suoi libri erano stati un’esplorazione di ciò che nella memoria è traccia, una ricerca di quello che perdura nelle pietre consumate e nei saloni disertati dalla vita o nei quali la vita prosegue il suo esilio, invecchiata, proiettata nella dimensione parallela del passato. Leggendo i suoi scritti, il viaggiatore aveva invidiato al tedesco la conoscenza dell’architettura, la precisione nel catalogare oggetti, segni, traiettorie. Era stato un suo amico scrittore di Milano a costringerlo, quando entrambi erano all’università, a leggere i libri del tedesco. Di quel periodo il viaggiatore ricordava le notti che trascorreva a lume della lampada a sfera Artemide della sua scrivania, il soffitto e le pareti verniciati male da un precedente scellerato inquilino, il lavoro in magazzino di mattina, le bevute pomeridiane e le sere di immersione nelle opere dello scrittore tedesco. All’improvviso, durante quelle notti, davanti agli occhi del viaggiatore capitava si spalancasse la veduta notturna di una città turca, oppure i sotterranei di una fortezza a forma di granchio, la volta di vetro e ferro battuto della salle des pas perdus di una stazione ferroviaria. Più andava avanti nella lettura del tedesco, più si approssimava a un nuovo stato di solitudine, una visione in grado di scandagliare il tempo. Il rumore era quello di passi sul pavimento di un qualsiasi edificio vuoto, a volte il gorgoglio di stivali che affondano nel terreno bruciato, il respiro lento durante la ricognizione dei corpi rimasti sul campo del massacro. E la parola prendeva il sopravvento, mutata in strumento di precisione, in pietra preziosa che taglia altre pietre. Spesso, dopo ore trascorse a leggere, il viaggiatore usciva di casa e raggiungeva l’ingresso della Certosa della sua città, passeggiava tra i sepolcri monumentali, si infilava nel piccolo campo ebraico recintato, si fermava sulle tombe sgretolate, inghiottite dall’erba e macchiate dai licheni. Resitituzione, ripeteva il tedesco. La forma letteraria, scriveva, è una forma di restituzione. In termini polizieschi, il viaggiatore aveva sempre pensato a un’indagine, dove il crimine, i protagonisti, gli stessi poliziotti fantasma sono stati dimenticati. Quello che resta è il luogo del delitto, e dove esiste un luogo esiste una possibilità di ricostruzione, perché i luoghi nascondono tracce. I luoghi, tutti i luoghi, sono le urne della memoria, e la letteratura, i libri, sono i luoghi sacri dove il passato torna a vivere, a espandersi, a occupare gli spazi. Ci vuole pazienza, come recita il titolo di un recente documentario dedicato a uno dei libri del tedesco. L’esistenza è in funzione di questo, del paziente lavoro del tempo che trasforma gli edifici in rovine e gli uomini in ombre imprigionate nelle fotografie. Il mondo, tutto sommato, è una grande collezione di oggetti bizzarri di varie dimensioni, e per scrivere come il tedesco ha fatto è necessario immaginare un mondo spopolato, la più complessa e terribile tra le nature morte immersa nel silenzio e nella luce. Così, adesso, il cielo del Norfolk scivola nella quiete del tramonto. Qualche automobile passa sulla strada accanto alla chiesa di St Andrew senza fermarsi e il viaggiatore depone un ciottolo sulla lapide. A pochi chilometri da lì, dodici anni prima – a confermarlo c’è la data su una tomba – il tedesco era morto in un incidente automobilistico, era andato a unirsi alle schiere dei suoi fantasmi. Così, guardando la campagna inglese con le sue ombre lunghe, il tramonto che si fa largo tra le maglie della prima bruma dietro la Lotus presa a noleggio parcheggiata davanti alla chiesa, il viaggiatore vede l’orda di spettri e gli scheletri delle cattedrali, le strade dei secoli, le città dei vivi e dei morti, sagome trasparenti e luminose come l’acqua.

Bibliografia in italiano di W.G. Sebald (18 maggio 1944 – 14 dicembre 2001)

Austerlitz, Adelphi 2002

Vertigini, Adelphi 2003

Storia naturale della distruzione, Adelphi, 2004

Il passeggiatore solitario: in ricordo di Robert Walser, Adelphi, 2006

Gli emigrati, Adelphi 2007

Secondo natura: un poema degli elementi, Adelphi 2009

Gli anelli di Saturno: un pellegrinaggio in Inghilterra, Adelphi 2010

Le Alpi nel mare, Adelphi 2011

Moments musicaux, Adelphi 2013

(Tutte le opere nelle edizioni qui segnalate sono tradotte da Alda Vigliani)

 

Luciano Funetta

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