Anche il meteo lo aveva previsto - Gioacchino Lonobile

queneauVolete davvero sapere chi c'è dietro i più grandi capolavori della letteratura del secolo passato? Ve lo diciamo noi: Bernardino Asvero. Chi è Bernardino Asvero? Uno scrittore. Uno scrittore che non ha mai scritto nulla.

Un'anima inquieta che ha cercato l'opera perfetta e non ha trovato nulla. Intrigante, scroccone, buffo, colto, raffinato, sognatore e cinico: non ha scritto l'opera perfetta, perché è lo scrittore perfetto.

 

Vita di Bernardino Asvero, letterato - Capitolo III

 

Le sedie della stanza da letto servivano rispettivamente da comodino e da armadio. Il vero comodino reggeva una lastra di compensato rettangolare usata come scrivania. Su di essa in ordine sparso vi erano: libri aperti, quaderni d’appunti, tazzine sporche, accendini scarichi e una pila d’inserti culturali della domenica che non venivano buttati solo per testimoniare che erano stati letti.

Asvero era arrivato a Parigi circa due mesi prima.

Le lenzuola appallottolate non venivano cambiate da tempo e portavano i segni d'incontri occasionali. Il televisore rotto che non trasmetteva immagini, ma solo suoni, era rimasto acceso dalla sera precedente. La vita di Asvero in quei giorni aveva preso una strana deriva, che si discostava da quella abituale. Non sapeva quanto avesse dormito e se avesse dormito. Si chiese se c’era un limite al non far nulla. La carta da parati a fiori copriva solo una parete della stanza. Il cigolio dei cardini fu sveglia inutile. La porta si richiuse con un tonfo. Ancora sdraiato seguì il rumore dei passi fin davanti al suo letto. Quando il mal di testa gli consentì di aprire gli occhi, si trovò davanti un signore in cravatta, giacca, capelli ben pettinati e occhiali rotondi. L’uomo che sembrò non far caso all’odore nauseante delle lattine di birra, aperte da giorni, dove venivano spente le sigarette consumate, che si mischiava a quello dei calzini sporchi, lo guardò per qualche secondo e fece solo mezzo sorriso.

–  Si sente bene?

Asvero si sforzò di mettere meglio a fuoco la figura, non l'aveva mai vista, come quel tizio dalla faccia d’uccello che il giorno prima voleva vendergli un cappotto usato.

–  Andiamo al bar offro io – disse l’ospite inatteso.

L’uomo aprì la finestra. La camera tornò a respirare dopo parecchio tempo e la penombra che l’aveva avvolta fino ad allora sparì.

–  Chi è lei? Chi l’ha fatta entrare? – riuscì a chiedere Asvero.

–  La porta era aperta – rispose alzando le spalle – Il mio nome è Raymond, Raymond Queneau. E lei dovrebbe essere... – infilò una mano nella tasca interna della giacca e ne estrasse un biglietto con un nome scritto in stampatello – Bernardino Asvero. Giusto? – chiese in un italiano improbabile – Posso chiamarla Bernard? Mi è più facile.

Asvero aveva letto un suo libro, Pierrot amico mio, e una poesia su un'antologia curata da Franco Fortini, di cui non ricordava il titolo.

–  Bernard si alzi, è già tardi.

Asvero si passò le mani sulla faccia, fece pressione sugli occhi e poi sulle tempie. La paura che fosse solo un sogno svanì quando le macchie luminose che gli impedivano di vedere scomparvero. Lo stato di pulizia del bagno era simile a quello dell’intera casa. Anzi no, era peggio. In camera Queneau accese la pipa e spense il televisore. Teneva in mano due libri, uno dalla copertina grigia, l’altro arancione.

–  Scrivere un racconto con le atmosfere di B., ma con lo stile di C., mi sembra una buona idea.

Pronunciò solo le iniziali degli autori intenzionalmente. Asvero si sentì scoperto di un segreto che non aveva e non avrebbe confidato a nessuno. Qualche giorno prima aveva preso in prestito in biblioteca i due libri proprio a quello scopo. Due autori che conosceva poco, ma che per motivi diversi lo affascinavano.

–  Buona idea, ma l’idea non c’è, giusto? È pronto, Bernad?

Asvero annuì. Lo avrebbe dovuto fare due volte.

Il mercato brulicava di gente. Un aeroplano sorvolò le loro teste. Bernardino alzò gli occhi per vederlo passare. Una volta aveva sentito che chi guarda gli aerei lo fa perché ha voglia di partire. Sarebbe successo presto.

Trovarono il bar.

–  Lei cosa prende? – chiese Queneau.

–  Essenza di finocchio.

–  Penso che l'assaggerò anche io, Bernard.

Asvero accese una sigaretta e si guardò intorno.

–  Questo posto potrebbe chiamarsi Bar-biturici – disse.

Queneau sorrise, mentre pressava il tabacco nella pipa. A fianco al loro tavolo, un anziano signore osservava la gente passare. Bernardino si appoggiò allo schienale e fece un lungo tiro, aspirando l’aria di sospensione che gli aleggiava intorno.

–  È proprio una bella giornata, non crede, Bernad?

Asvero rimase zitto. Nell’attesa che la conversazione desse, se non un senso, almeno una trama alle milleottocento parole precedenti, prese a sfogliare il quotidiano poggiato sul tavolo di plastica verde con la scritta PERRIER.

Lesse un titolo, e fu quello il momento in cui capì che l’idea era finalmente giunta. Succedeva sempre così, aspettava per ore, giorni, anche settimane, poi quando aveva ormai perso ogni speranza, senza preavviso, se la trovava davanti. Capiva subito se valeva la pena prendersene cura.

–  Tutto è un’idea: una zolla di terra che non è mai stata calpestata da nessuno, o una moneta che ha girato più volte il mondo. Lei può prendersi il lusso di essere paziente, di aspettare – disse l’uomo con il suo solito mezzo sorriso – Io non posso.

Asvero alzò incredulo il capo, si sentì di nuovo scoperto, nudo come se chi gli stesse di fronte riuscisse a leggere nei suoi pensieri. Poteva essere un caso, ma aveva smesso di credere alle coincidenze dopo la creazione dei pianeti e delle stelle. Cercò di nascondere lo stupore, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Ripiegò il giornale, accavallò le gambe, Queneau aveva tutta la sua attenzione.

–  Ha mai sentito parlare dei pazzi letterati, Bernard?

–  Non credo – rispose dopo averci pensato.

– Sono uomini che hanno passato buona parte della loro vita a inventare e perfezionare nei dettagli teorie fantasiose e bizzarre, e su queste scrivono testi eccentrici sotto forma di saggi.

Gli occhi di Asvero divennero piccole fessure. Non aveva capito.

–  Le loro idee si allontanano da quelle accettate dalla comunità scientifica e dalla società comune.

Le fessure divennero più strette.

– Nel 1930 ho iniziato un lavoro su di loro, un’enciclopedia, da allora ho scritto più di settecento pagine, ma sono ancora lontano dalla conclusione – fece una breve pausa – Un’opera né finita né incompiuta, di certo impubblicabile. Le potrei fare diversi nomi, Bernard: ad esempio il professor Van De Cotte dimostra attraverso le leggi copernicane, come una città non possa mai essere bombardata, in quanto la superficie terrestre ruotando si sarà già spostata alla caduta della bomba; o Immanuel Velikowsky che nel libro World in Collision propone una spiegazione scientifica dei miracoli della Bibbia; o ancora lo scrittore italiano del XX secolo Roberto Valentini, il quale afferma che la terra sia un pallone che si sta sgonfiando attraverso i vulcani e i geyser.

– Ah, è quindi giunto alla lettera V della sua enciclopedia – disse Asvero cogliendo finalmente il senso del discorso – Perché si occupa di loro?

– Il mio amico greco Zorba credeva che non si diventi più saggi quanto più si annusi l'odore della morte. Meno denti si hanno più cresce la fame che si ha per il mondo. Un pensiero che condivido appieno – disse Queneau soffiando una nuvola di fumo.

Il sole riscaldava il viso di Bernardino che da tempo era abituato solo alla luce artificiale di vecchie lampadine a incandescenza. Nelle zone d’ombra l’inverno manteneva i suoi ultimi presidi. Al tavolo a fianco all’anziano signore se n’era aggiunto un altro solo di poco più giovane. Aveva avuto il consenso a sedersi da un segno della testa vetusta che seguiva l’andirivieni delle massaie. Queneau fissava il bicchiere ascoltando i loro discorsi. Un tizio in tuta da ginnastica e occhiali da sole portava al guinzaglio un cane di grossa taglia. L’animale eccitato da un odore o da un’immagine esistente solo nel suo mondo canino, diede uno strattone alla corda che lo legava, il padrone perse l’equilibrio e appoggiandosi al tavolino fece cadere il bicchiere ormai vuoto. Prima che toccasse terra Queneau l’afferrò al volo. Soddisfatto schioccò la lingua sul palato.

–  Dicono che il tempo uccida un uomo da dentro. Forse hanno ragione – disse indicando i due all’altro tavolo – Ma non me. Io riesco ancora a divertirmi, mi piace vedere le facce dei miei compagni d’ascensore dopo che ne ho mollata una, rubo i cioccolatini anche se non posso mangiarli, suono ai citofoni e poi scappo, mi fermo a guardare il sedere alle ragazze, sono innamorato di una giovane che abita sotto casa, di cui non conosco nemmeno il nome. Vede Bernard, i pazzi letterati fanno parte dello stesso gioco.

Il suo mezzo sorriso, la velocità degli occhi, i capelli ormai bianchi, l’impazienza dei discorsi, ogni particolare dell’uomo dimostrava la veridicità delle sue parole. Un uomo per niente pacificato con se stesso. Diverso dall’immagine rassicurante e assennata di quelli al tavolo vicino. Se lo scrittore viveva come se dovesse morire da un momento all’altro, gli altri due come se non dovessero farlo mai. Ripetevano parole che raccontavano vite già piene che non potevano contenere null'altro. Sembrava avessero superato ormai da tempo la loro contemporaneità, tanto da vedere gli eventi che li circondavano come vecchie storie senza interesse.

–  Giunti alla loro età, l’inferno è così vicino che lo si accetta come un male inevitabile, alcuni addirittura mostrano la loro ansia di patirlo. Dopo, quando le fiamme bruciano peccati e carni, pensiamo che forse potremmo abituarci. Alla fine arriva il giorno in cui ci viene data la possibilità di andare via, ma come si fa ad abbandonare una cara abitudine? – rise mostrando tutti i denti – Per me non è così, io ho ancora paura dell’inferno – affermò Queneau mentre si dondolava inclinando la sedia all’indietro. Si accarezzò la faccia e notò il turbamento su quella di Asvero.

–  Non si preoccupi Bernard, tra qualche minuto sparirò per sempre dalla sua vita, se non tra qualche giorno, di certo tra qualche mese non si ricorderà più di me, come di quell’uomo con la faccia d’uccello che voleva venderle un cappotto usato.

Asvero si chiese se chi avesse di fronte fosse davvero Queneau, o un impostore, se fosse reale o solo la proiezione di una sua paura. Era forse un ragazzo, che illuso da false promesse di sapienza e di saggezza, aveva scambiato il suo giovane corpo per quello di un anziano? Era Woland, o il fantasma di qualche natale futuro? Si chinò in avanti, poggiò i gomiti sul tavolo e il mento sui palmi delle mani.

Queneau raccolse qualche moneta dalla tasca per pagare. La radio dentro al bar trasmetteva Armstrong che duettava con Ellington: “It don’t mean a thing”.

–  Niente male l'essenza di finocchio, Bernard.

Si stava alzando il vento, quella sera avrebbe piovuto, anche il meteo l’aveva previsto.


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