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Marco Lazzarotto vs R. Mandracchia PDF Stampa E-mail
lunedì 15 settembre 2008

 le mie cose

 

  Si leggono dei libri e poi viene voglia di fare delle domande; non al libro, ma al suo autore. In questo caso si chiama Marco Lazzarotto. E l’intervista -se notate-è piena di virgolette.  

 

Avete presente Swift, quello dei viaggi di Gulliver e di quel pamphlet in cui consigliava vivamente ai ricchi di mangiare i bambini poveri irlandesi? Benissimo. Con Marco Lazzarotto siamo da quelle parti. Nel suo primo romanzo, “Le mie cose”, la fantascienza (più “fanta” che “scienza”, come afferma lo stesso Lazzarotto) si mescola alla satira per un risultato niente male. Basta già sfogliarne alcune pagine in libreria per capirlo.   Tenendo conto della mia lagnusia (traduzione dal siciliano:“pigrizia”) mi limito a copiare e incollare dal sito della casa editrice la descrizione del libro: “In un mondo in cui i figli dei genitori separati vengono gestiti dall’E.T.C.G.F.G.S. (l’Ente Territoriale di Controllo e Gestione dei Figli di Genitori Separati), in cui le nonne morte sono caramellate per poter ancora essere baciate dai nipoti, in cui, di notte o a tarda sera, piccoli animaletti chiamati dubby ti assaltano attaccandosi ai capelli, in un mondo in cui per salvarsi dagli ingorghi bisogna essere estratti a sorte e venir recuperati da un elicottero e in cui tossicodipendenti fanno ore di fila per i provini di un reality show ambientato in un centro di disintossicazione, la protagonista, affermata giornalista della rivista cult «Le mie cose», combatte la sua battaglia personale per vedersi riconosciuta nel suo ruolo di mamma. Poäng e Ivar, i due bambini chiamati con i nomi di mobili dell’Ikea, sono contesi dall’ex marito e dalla sua nuova fiamma, America, esperta di dialetto romanesco e provetta trasformista. Intanto, la Chiesa A Numero Chiuso Dei Rappresentanti del Cristo del Messaggio dell’Ultimo Giorno, aspetta di completare i propri ranghi in attesa della fine del mondo”.   La trama vi ha stuzzicato le sinapsi? Benissimo. Ricordatevi il nome dell’autore: Marco Lazzarotto.   Tempo fa mi decisi a fargli qualche domanda.   Lo sventurato rispose.

   R.    Mentre leggevo “Le mie cose” mi domandavo chi o cosa aveva potuto fornirti lo spunto per scriverlo. Hai scoperto di avere anche tu le mestruazioni? 

 M.  No, non mi sono ancora venute… Gli spunti che hanno costituito “Le mie cose” sono di diverso tipo. Alcuni, per esempio, sono semplici giochi di parole. Un giorno Valentina, la mia fidanzata, se n’è uscita con un «Ma perché si dice nutrire i dubbi?», e allora ecco che sono nati i “dubby”, roditori da compagnia che, se deposti sulla propria testa, sono in grado di stimolare la mente. Ovviamente generano molti sospetti.
Più in generale, però, devo dire che sono stato un grande appassionato di fantascienza, e tra i miei modelli c’erano opere divertenti (e divertite) come “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams e “Snow crash” di Neal Stephenson. Con “Le mie cose” ho voluto divertirmi, azzerando completamente la componente “-scienza”, e lavorando solo di “fanta-”. Molte trovate sono nate grazie alla formula “Pensa se…”: “Pensa se ci fosse un ingorgo senza inizio né fine e l’unico modo per scioglierlo fosse l’intervento degli elicotteri…”, oppure: “Pensa se i figli di coppie separate avessero una casa loro, anzi, un quartiere loro, dove i genitori, alternativamente, vanno a trovarli…”. Però molte di queste trovate non sono gratuite. Non sono state messe lì tanto per divertire e basta: diciamo che ho cercato di fare un po’ di “critica sociale”. Per esempio, la scena degli elicotteri che prelevano le auto dagli ingorghi: le auto prelevate sono state estratte a sorte, mentre i proprietari delle rimanenti devono pagare una multa. Bene, questa scena vuole essere una critica sull’uso delle multe, che hanno perso del tutto il loro ruolo “educativo” e che sempre più sembrano servire per “battere cassa”.

  R.    Il tuo romanzo è zeppo di invenzioni (la Foca-Cola, defunte nonne caramellate per la gioia dei nipotini, feti che parlano sin dal ventre materno, reality-show sulla tossicodipendenza, la Nutella Infinita etc.). Quante invenzioni, invece, ne sono rimaste fuori durante la stesura? 

 M.  Sembrerà strano, ma alla fine ne sono rimaste fuori poche. C’era, per esempio, un ninja sardo che voleva uccidere l’ex marito della protagonista per vendetta… ma ammetto che come idea non era granché. Oppure, c’era la sorella della protagonista, una modella bellissima che però non riusciva a sfilare perché quando si sentiva osservata iniziava a muoversi a scatti e a spasmi… ma la povera sorella ho dovuto eliminarla già in fase di prima stesura perché mi complicava un po’ lo sviluppo della trama… Più che altro, in fase di editing si è trattato di gestire – e in certi casi ridimensionare – le idee già presenti: per esempio, la scena iniziale della sveglia dotata di zampe, che per essere spenta deve essere inseguita, era lunga più di cinque cartelle…


  R.    In una recensione al tuo romanzo su “Linus” parlavano di “avant-pop”. Per te il tuo romanzo è avant-pop? Esisterà poi questo avant-pop? 

 M.  Innanzitutto voglio dire che sono molto grato a Matteo B Bianchi per la bellissima recensione su “Linus”. La definizione “avant-pop” mi ha sempre molto affascinato, in quanto è una sorta di grande insieme, di mega-genere che include autori e opere molto diversi tra loro apparsi negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta, ma accomunati dalla stessa sensibilità, da una visione del mondo affine. Per esempio, l’interesse per la cultura “popolare” che, come scrive Larry mcCaffery nel saggio “Avant-pop: la vita riprende dopo il crollo di ieri”, offre “ai cittadini delle nazioni postindustriali le immagini chiave, i personaggi e gli archetipi narrativi, le metafore, i punti di riferimento e le allusioni che servono a spiegare chi siamo, che cosa vogliamo o di cosa abbiamo paura, e come ci vediamo proiettati nel mondo”. Se si può dire, è un po’ quello che succede alla protagonista anonima de “Le mie cose”: la sicurezza che le danno i suoi prodotti per la casa, le risposte e i modelli di vita che le arrivano dalla rivista “Le mie cose”, per la quale esiste un vero e proprio culto…
Non saprei dire se “esiste”, l’avant-pop: non è che uno si mette lì e dice: «Adesso scrivo qualcosa di avant-pop». È qualcosa di più profondo, quasi genetico. Secondo me in Italia sono molti gli autori che possono rientrare in questo calderone: i WuMing, Giuseppe Genna, tanto per dirne alcuni.

  R.    Hai frequentato la Scuola Holden (non so perché la immagino popolata da personaggi strambi come quelli creati da Baricco) e vorrei sapere che impressione ti ha fatto, vorrei che mi raccontassi la tua esperienza. 

 M.  È stata un’esperienza decisiva e illuminante, anche se ogni tanto mi sento un po’ come un atleta dopato. Credo di avere imparato nel giro di un paio d’anni cose sulla scrittura che altrimenti – con i miei tempi – avrei imparato da solo in dieci, o forse più. Sono convinto dell’importanza delle scuole di scrittura: possono fornirti quelle tecniche che ti permettono di avere maggiore controllo e consapevolezza sul tuo materiale narrativo. Se non fosse stato per la Holden, forse “Le mie cose” sarebbe esploso e non sarei più riuscito a rimetterne insieme i pezzi…


  R.    Ho letto che i tuoi autori prediletti sono William Gibson, Neal Stephenson, Don DeLillo, Jonathan Franzen, David Foster Wallace [ora pro nobis, n.d.i.] e Tullio Avoledo. Escluso l’ultimo autore citato cosa pensi della narrativa italiana di questi anni? 

 M.  Direi che sta attraversando un buon momento, soprattutto la narrativa “di genere” – mi riferisco al giallo, al noir, al romanzo storico. Secondo me, la narrativa “di genere” riesce a descrivere la nostra realtà meglio di tanto realismo. Però Avoledo… per me rimane quello che ci ha visto meglio. E non è necessariamente un bene. Le sue paure (penso a “Lo stato dell’unione”, che secondo me rimane il suo libro migliore) non sono mai state vicine dall’avverarsi come in questo momento… C’è bisogno di letteratura “di genere” in questo momento, in Italia, magari un po’ più di fantascienza, per farci capire certe aberrazioni…


  R.    Poniamo che una casa editrice “underground” e molto “cool” (e un pizzico “indie”) ti proponga di riscrivere un romanzo celebre: quale sceglieresti? come lo riscriveresti? 

M.  Se posso dirlo, il mio sogno è scrivere un apocrifo di Indiana Jones ambientato a Torino (dove sono nato e abito), ma vabbé. Ecco, ambienterei a Torino qualcosa di Philip K. Dick, tipo “La svastica sul sole”, magari addirittura in provincia. Però, se fossi uno Scrittore – e la “s” maiuscola sottintende tutta una serie di cose che sarebbe lungo elencare – mi cimenterei in un “Underworld” all’italiana. Quella di DeLillo è una narrazione totale di cinquant’anni di storia americana, sarebbe bello farlo anche per la nostra storia. Genna, con “Dies Irae”, ci ha provato, coprendo un arco temporale minore, e devo dire che ci è riuscito, anche se il risultato a tratti è un po’ ostico. Ovviamente, al posto della pallina da baseball che fa da filo conduttore al romanzo di DeLillo, ci metterei un cimelio del Grande Torino.


  R.    Dopo “Le mie cose” cosa dobbiamo aspettarci da Marco Lazzarotto? 

M.  Sto già lavorando al secondo romanzo. Non è un vero e proprio seguito de “Le mie cose”, ma sarà ambientato nello stesso mondo, forse qualche anno più in là. È un po’ come se “Le mie cose” fosse il “modulo base” di un gioco di ruolo: torneranno alcuni personaggi, e svilupperò qualche trovata che in questo romanzo è rimasta solo abbozzata. Vorrei concentrarmi su un numero limitato di idee e lavorare maggiormente sulla trama. Queste sono le mie intenzioni, poi chissà che cosa verrà fuori.


  R.    Ah, un’ultima domanda: perché si associa la noia ai testicoli? 

 M.  Esistono diverse interpretazioni… scopritele su “Le mie cose”!
   

 
  Quasi dimenticavo. Il romanzo, oltre a sfogliarlo in libreria, vi consiglio di portarlo alla cassa e comprarlo. Oppure rubatelo. Magari, un giorno lontano, a furia di rubare, vi fanno primo ministro.   

 

 Marco Lazzarotto
“Le mie cose”
 
ISBN 978-88-461-0093-1
Instar Libri
 pagine 276 - 13,50 Euro

 
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