|
Elisabetta Bilei è giovanissima ed è già al secondo libro. Dopo due anni da “Caffè valeriana vomito sigaretta” (Il Foglio, 2006) la scrittrice, nata e cresciuta a Mestre, torna in libreria con un bel libro pubblicato da Marlin. “Nata con i piedi nel sangue” è il lunghissimo e straziante monologo di una bambina che aspetta la vita e la scopre, lentamente, attraverso la pancia materna, che tutto distrugge e tutto – nella fattispecie lei - crea.
È questo un ottimo espediente per affrontare la famiglia borghese, l’ipocrisia che ammorba le relazioni e quella fragilità della persona contemporanea, sempre in bilico fra inadeguatezza e superbia. Il testo ruota quindi intorno ad una voce non voce, ad un feto che prende la parola e benché sia facile costruire un castello su queste precise scelte narrative, in un momento in cui la maternità è al centro di un dibattito sempre più acceso, bisogna stare attenti a non costruire fondamenta sulle proprie personalissime idee. Sarebbe troppo facile, insomma, cadere in tentazione e caricare una storia di fantasia e d’amore di un valore politico non condiviso dall’autrice. Nonostante questo le riflessioni, a volte originali, sono complementari ad una scrittura che si conferma frammentaria, pungente, sincopata. “Nata con i piedi nel sangue” ha delle salde radici narrative e si presenta come la riuscita seconda prova di una scrittrice da seguire con attenzione. Con Elisabetta Bilei abbiamo conversato del nuovo libro, progetti futuri, maternità, aborto e passati successi. Una bambina che osserva il mondo dal pancione della madre. È questa la protagonista del tuo secondo romanzo. Da cosa nasce questa necessità di mettersi dalla parte dei non nati? In realtà il libro non è stato concepito così. Il mio romanzo nasce da una volontà ben precisa: dare voce a chi ancora non ce l’ha, un feto. Che esso poi nasca o meno nell’idea originale del romanzo era secondario, l’importante era dare voce alle parole di chi, indipendentemente dal suo destino, in quel momento non avrebbe comunque avuto modo di esprimersi. Se non scalciando nel grembo materno. La storia che racconti può essere interpretata come un forte messaggio politico. Che posizione hai nei confronti della moratoria sull’aborto? Cosa pensi delle evoluzioni della maternità? Non credo nel modo più assoluto che il mio libro contenga un messaggio politico. Non si parla né di aborto né di pillola del giorno dopo, semplicemente di una gravidanza. E per di più anche molto ricercata e voluta. Io credo che abortire per una donna sia sempre una scelta drammatica e che non abbia colore politico, e che non deve averne. E’ una scelta non semplice, fatta in totale libertà di coscienza secondo un proprio personale sentire che nessuno ha il diritto di giudicare.La maternità, secondo me, è un atto tanto gioioso quanto drammatico. Gioioso perché si dona la vita a una nuova creatura, ma al contempo drammatico perché si perde uno stato -quello della gravidanza- per acquisirne un altro, a cui spesso non ci si sente adeguate. Credo sia necessario un grande equilibrio personale per essere una buona gestante prima e un’ottima madre poi. È molto strano che una ragazza così giovane e non ancora madre abbia deciso di dare voce a questa storia. Da cosa nasce questo desiderio? C’è qualcosa di autobiografico? Il voler raccontare una storia come quella narrata in “Nata con i piedi nel sangue” sorge dal desiderio di voler raccontare come, anche nel dramma, si può avere fede e speranza. E che tutto ciò che avviene, qualsiasi evento, può avere conseguenze impreviste che possono generare a loro volta nuove positività. Il messaggio è quello di essere pianta che generi e non contenga ciò che generi. E, in questo caso, che il seme sia la speranza.La storia narrata non è autobiografica, ma nasce da un pace personale (ri)trovata. La protagonista, Claudia, e l’amica, Mara, sono due parti di me. Mara è ciò che ero: irrequieta, angosciata, preoccupata mentre Claudia rappresenta la serenità e la pace interiore che ho lentamente acquisito. Quando ho preso consapevolezza del mio nuovo equilibrio, ho capito anche che era il momento di esprimerlo. La quotidianità è la vera protagonista del romanzo, che emerge in tutta la sua disarmante naturalezza. Dolori, paure, gioie, delusioni sono filtrati attraverso una pancia-scudo che estremizza le sensazioni materne e attutisce “la voce del mondo”. La madre come isola di protezione… E’ la quotidianità l’esperienza in cui è più difficile misurarsi, capirsi, confrontarsi. Ed è per questo che, secondo me, è importante volerla raccontare.Ci sono dolori che vengono percepiti tali anche dall’interno del grembo materno, ma ciò che differenzia i bambini dagli adulti è la loro innata capacità di intravedere un seme che sta per germogliare anche dove normalmente le persone vedrebbero solo un terreno arido e abbandonato. Il desiderio di avere un figlio permea l’intera narrazione, è fortissimo e annienta tutte le difficoltà. Claudia e Francesco non si arrendono davanti a nessuna difficoltà e la loro forza come coppia è un collante che si trova di rado nella vita attuale. Sembrano una coppia ritagliata dagli anni cinquanta, una coppia che affronta tutte le difficoltà stretta, molto vicina. E’ una coppia che secondo me oggi è facile dimenticare che esista, ma che invece è ben presente nella società odierna. Convivono, affrontano i loro litigi, le loro incomprensioni e vanno avanti. Insieme. Credo sia l’atto più grande e coraggioso che due persone possano fare.Quella di Claudia e Francesco, comunque, non è l’unica coppia del libro, ce ne sono altre che forse rispecchiano maggiormente una generazione insoddisfatta e annoiata che cerca di riscattarsi quando capisce che la vita non va solo osservata, ma vissuta. C’è molto dolore, che si trasmette attraverso i ricordi e sopravvive solo tramite la memoria. E sembra che il passato sia da dimenticare, che sia cosa giusta lasciarsela alle spalle… Il passato non è mai da dimenticare. Mai. E’ parte di ciò che si è e di ciò che si è diventati, è incancellabile. E’ attraverso l’esperienza che si può crescere fino a diventare delle persone migliori. Non si può vivere di passato o nel passato, ma ciò non vuol dire dimenticarlo. Vuol dire lasciarlo dove è giusto che stia. Indietro. Cosa ti aspetti da questo tuo secondo libro che viene a brevissima distanza di “Caffè. Valeriana. Vomito. Sigaretta”? Non mi piace avere aspettative su una mia creatura, mi piace vederla crescere e germogliare e sbocciare. Io posso cercare d’incanalarla in quella che a me può sembrare la strada migliore, ma poi sarà lei a fare il suo corso. Che consigli daresti ad un giovane autore? Di metterci la passione, di essere umile, di saper incassare le critiche, di voler crescere. E di essere sempre curioso. E che cosa consiglieresti invece ad un lettore che vuole leggere qualche giovane? Che non creda che siamo tutti uguali e superficiali perché non è così. Basta saper scovare quelli giusti, che non sono troppi ma che ci sono. Che programmi hai per il futuro? Scrivere, sicuramente, con tutta la passione che ho sempre messo in ogni cosa che ho fatto. |