Aurora Terzigni "Fior di verbena" - Pier Paolo Di Mino

Il colpo di stato siamo noi
Pier Paolo Di Mino sul saggio Fior di verbena - La periferia romana da Pasolini a De Cataldo di Aurora Terzigni in uscita in questi giorni per i tipi di Perrone editore.


Un libro che è meno un saggio su Pasolini e De Cataldo che un ragionamento sui motivi che hanno portato al delirio caligoliano generato in automatico dalla perfetta macchina nichilista in cui stiamo vivendo. Stiamo vivendo si fa per dire. O meglio è una disamina puntuale su come Pasolini e, successivamente De Cataldo, con modi diversi e una diversa profondità d’analisi hanno preconizzato l’uno, e descritto l’altro, un aspetto fondamentale del costrutto su cui poggia la dittatura finanziaria che sta corrodendo la nostra civiltà.

Il costrutto in questione è il nulla, vissuto in termini fondamentalisti come assoluto. Questo costrutto permette il distacco dell’economia dalla produzione, del diritto dalla giustizia, delle attività umane dall’uomo, e consente la sconfitta del dialogare a favore del numerare: in concreto, favorisce con violenza l’eliminazione di chi è più debole in base a norme legali e piani finanziari. E grazie a questo costrutto che la maggior parte delle persone che leggono questo articolo vivono un’esistenza precaria, o ben presto lo faranno, non potendo rivolgere la propria rabbia e ansia di giustizia contro nient’altro che il nulla.

Ora, grazie al saggio di Aurora Terzigni abbiamo l’occasione di vedere da vicino una determinazione particolare ma essenziale di questa teologia nichilista: ossia la sua instaurazione a verità unica.

Non sarà sfuggito a nessuno che non abbiamo perso i nostri diritti di cittadini, prima, e poi quelli di uomini a seguito di un colpo di Stato. Il colpo di Stato siamo stati noi. Pasolini lo ha visto organizzare e inaugurare nelle borgate romane, dove i suoi ragazzi di vita, i ragazzi del popolo che cantano, hanno man mano perso la propria particolarità, la propria vanesia eccentrica irresistibile unicità, per uniformarsi al verbo unico di una civiltà che nega se stessa.

L’autrice analizza sui testi di Pasolini questo smarrimento di unicità e di umanità, rintracciandone la premessa nella giusta ansia di riscatto sociale che ha sempre permeato le periferie. A questa ansia di riscatto ha, fino a una certa data, corrisposto l’umana lotta per una vita migliore. E questa lotta è stata di volta in volta possibile mediante l’azione vitalizzante di miti di giustizia e libertà, fra gli ultimi quelli espressi dal comunismo, finché con un salto di qualità sproporzionato, alla fine degli anni Sessanta, a questi miti viene sostituito quello del successo personale. Un mito pragmatico, immediato, efficiente: ossia disumano. I ragazzi delle periferie passano dall’orgoglio di se stessi e quindi alle lotte per un futuro migliore (per sé, e per chi viene dopo) a una vergogna che li porta ad agognare di essere altro, quello che vedono sui rotocalchi: un successo da consumare e da cui farsi consumare.

Il passo successivo, seguendo il ragionamento dell’autrice, lo troviamo riferito nella cronaca romanzesca di De Cataldo, dove il borgataro trova la chiave di questo successo così come è suggerita dalla cultura dominante ed egemone: il crimine. La struttura di una banda criminale e quella del potere si fanno da specchio, e possono usarsi a vicenda: una piccola batteria di ladri diventa l’anello di una catena di gestione del potere fatto di deviazioni, eversioni, logge massoniche, gruppi politici. Siamo agli albori del Caos come sistema, suggerisce De Cataldo: del nulla come metafisica sociale.

L’autrice si stupisce (o mostra di farlo) di come sia stato possibile che la politica non abbia accolto le avvertenze di questi due scrittori, e non sia intervenuta nelle borgate restaurando mediante una giusta azione socio-pedagogica miti più umani. Al successo come mito disumano la Terzigni contrappone “il successo formativo dei giovani” che “dovrebbe costituire uno degli assi portanti attorno al quale costruire le migliori sinergie tra le istituzioni e le famiglie”. Perché, dunque, la politica non ha reagito con una risposta culturale alla dissoluzione della nostra società civile? Si potrebbe rispondere con Platone che questo è avvenuto appunto perché così funzionano le oligarchie, dove tutti sono poveri tranne chi detiene il potere e molti sono costretti a diventare delinquenti a causa dell’incultura e dell’inadeguato sistema scolastico. Cito a memoria, ma in maniera non inesatta, dall’ottavo libro di Repubblica.

Perché funziona sempre così, e non solo a Roma. Ed è importante, infatti, notare come questo saggio si puntelli sulle periferie romane non per qualche distratta motivazione: Roma, e le sue eterne suburre, sono qui assunte più o meno a simbolo universale. Questo è sempre stata Roma, un simbolo del potere, e lo è ancora oggi. “Tutto nell’universo è armonia e bellezza, come a Roma”, recita un esergo del libro. “Eine Welt zwar bist du, o Rom”, rincarava Goethe. E se l’armonia e la bellezza di Roma si riduce alla dittatura del nulla, questo è il destino del mondo. Questo è quello che vediamo compiersi in tutto l’Occidente.

A meno che certi miti non rinascono, magari proprio nelle borgate dove spesso hanno avuto vita. Il mito di ribellione di un piccolo ladro come il Gobbo del Quarticciolo; quello di giustizia del carrettiere Angelo Brunetti; quello repubblicano di Cola di Rienzo; o quel mito religioso dietro il quale si nascondeva una pia bugia sui suoi natali, che permise a un popolano figlio di nessuno di mettere su le meglio bande dei suoi tempi e fondare, dotandola di leggi giuste per uomini liberi, una città che fosse eterna.


Pier Paolo Di Mino

Qui è possibile acquistare il libro


Il saggio verrà presentato oggi (26/12) presso la libreria Feltrinelli di Roma, via V.E. Orlando, 78/81. Con l'autrice, Cristiano Armati e Ninetto Davoli.

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