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Gianluca Morozzi vs R. Mandracchia PDF Stampa E-mail
mercoledì 10 ottobre 2007

Moroz
Non conoscete Roberto Mandracchia? Pazienza.

Non conoscete Gianluca Morozzi? Vergogna!


Una mattina mi sveglio e penso che dovrei andare all’università oppure iniziare a scrivere la mia tesi su “Il gattopardo” oppure fare scherzi telefonici a Luca Moretti oppure scrivere un racconto che ha per protagonista un Girolamo Grammatico ossessionato dal sociale oppure… Invece niente. Apatia totale.
Poi l’occhio mi cade sulla copertina di un romanzo che porto sempre con me nel mio continuo spostarmi da Agrigento a Roma e viceversa. Il romanzo si chiama “Despero” (Guanda e Fernandel) e lo ha scritto un individuo che risponde al nome di Gianluca Morozzi. Nato nel ’71. Bolognese d.o.c. . Springsteeniano puro. Ha un occhio bicolore che fa innamorare ogni donna.
Decido di intervistarlo in questi giorni in cui lui non ha ancora vinto il premio Pulitzer ed è facile contattarlo.
Questa è un’intervista fatta da un intervistatore che non ha mai intervistato nessuno prima ad uno scrittore che non ha mai intervistato l’intervistatore. E vinto il premio Pulitzer. 


Roberto: “Despero”; “Luglio, Agosto, Settembre nero”; “Dieci cose  che ho fatto (…)”; “Black out”; “Accecati dalla luce”; “L’era del porco”; “La capanna dello zio Savoldi”; “L’Emilia o la dura legge della musica”; la graphic-novel “Pandemonio”; “L’abisso”; la storia a puntate su Fernandel intitolata “Il mondo trema”; lasciando stare tutti i tuoi racconti pubblicati per la maggior parte delle riviste e delle antologie che escono in Italia. In tanti -credimi- si chiedono dove tu possa trovare il tempo per scrivere tutto questo. Sei solo tu o siete una cooperativa?  

Gianluca: Bella “La capanna dello zio Savoldi”... poteva essere un bel titolo alternativo per il libro che ho scritto con Paolo Alberti. Comunque, no, è evidente che io non ho mai scritto una riga: mi alzo la mattina alle undici, la sera vago ramingo per pub, ho da seguire il Bologna, Bruce Springsteen, gli Afterhours, i Diaframma, no,  è ovvio che non ho tempo per scrivere. In parte è proprio Paolo Alberti, che vive incatenato nella mia cantina, a scrivere tutti i miei romanzi seguendo sommarie e annoiate indicazioni. In parte tutte le mie ex fidanzate, che metto subito al ghost-writing promettendo pubblicazioni future.
A parte le facezie, be’, è sorprendente quanto si riesca a produrre scrivendo solo e soltanto di pomeriggio...

[ Il titolo del libro in realtà è “Le avventure di zio Savoldi”… mi scuso con Gianluca e con i lettori ma, capitemi, ho il cervello che galleggia nel gin lemon da bel po’. Io faccio quel che posso. n.d.i.]  


Roberto: Cosa facevi della tua vita prima di pubblicare “Despero”, il tuo primo e fortunato romanzo?  


Gianluca: Attendevo di pubblicare il mio primo e fortunato romanzo. In quegli inutili trent’anni precedenti al 2001, giusto per riempire le giornate, ho studiato giurisprudenza. Ho lavorato con un geologo. Ho fatto il servizio civile, sepolto in un archivio. Ho avuto tre storie sentimentali di ragguardevole lunghezza. Insomma, tutte cose inutili, precedenti a quella certa cosa importante targata 12 settembre 2001, cioè l’uscita di Despero. Per qualche strano motivo, poi, i giornali del 12 settembre 2001 hanno dato spazio a qualche notizia d’oltreoceano trascurando il mio romanzo. Mah. Esterofili.


Roberto: Tu dici sempre che per spiegare le cose della vita bastano il calcio, i fumetti e la musica rock. Credo lo pensi anche papa Ratzinger… C’è qualche altra categoria che hai escluso ma che potrebbe essere utile per spiegare le felicità e gli scazzi della vita?  


Gianluca: I Griffin e i Simpson. E la Guida Galattica per gli Autostoppisti. E Il grande Lebowski.


 Roberto: Paolo Nori. Carlo Lucarelli. Emidio Clementi. Enrico Brizzi. Simona Vinci. Valerio Massimo Manfredi. Marcello Fois. Pino Cacucci. Loriano Macchiavelli. Grazia Verasani. Soltanto per fare alcuni nomi di scrittori che sono nati o comunque vivono a Bologna. Mi spieghi perché state tutti lì? A Bologna voi scrittori non pagate il mutuo della casa? Mangiate gratis? Ammettilo: siete una setta che ha intenzione di conquistare il pianeta.  


Gianluca: Il pianeta è già nostro. Stiamo solo decidendo cosa farne. Il problema è che non sappiamo a chi sbolognare le Isole Far Oer.


Roberto: Nelle tue prime note biografiche dicevi che suonavi nei Lookout Mama e che eri un pessimo chitarrista. Mi puoi raccontare uno dei peggiori concerti che hai fatto?  


Gianluca: Suono ancora nei Lookout Mama, oltre che negli Street Legal e in un gruppo ancora senza nome.
Di concerti agghiaccianti ne avrei molti da raccontare. Forse uno a Ravenna in cui ci è esploso l’impianto voce dopo due secondi, e abbiamo dovuto girare l’unica cassa spia verso il pubblico suonando due ore senza sentire assolutamente niente. Invece i tre concerti dei Lookout Mama che sono andati meglio, ovvero, gli unici in cui abbiamo fatto ballare un pubblico entusiasta, sono stati: un matrimonio di indiani (di Bombay), una festa in cui il più sobrio era in coma etilico e a una comunità di recupero per tossicodipendenti. Ci dev’essere un filo rosso in tutto questo...


Roberto: Ascolti musica mentre scrivi e, se sì, che tipo di musica? I Pooh? Albano e Romina Power?  


Gianluca: Ultimamente scrivo nel silenzio. O, meglio, con i suoni del traffico sotto la mia finestra.
Se ascolto musica dev’essere straniera (altrimenti le parole si mischiano con quel che sto scrivendo), non troppo rumorosa. Despero l’ho scritto con Eels e Belle & Sebastian, L’era del porco con Mark Lanegan, Blackout con i Black Heart Procession...

Roberto: Il titolo di un romanzo che hai letto e che avresti voluto scrivere tu.  


Gianluca: “It”. Un giorno inventerò il viaggio nel tempo, e lo scriverò prima di Stephen King.  


Roberto: In “Black out” immagini tre persone chiuse dentro l’ ascensore di un palazzo a ferragosto. Bene. Adesso ti propongo di immaginarti chiuso dentro un ascensore a ferragosto con Melissa P. e Federico Moccia. Cosa faresti o cosa non faresti?  


Gianluca: Li convincerei a scrivere un romanzo a sei mani incidendolo con una chiave sulla parete dell’ascensore. Se poi ci tocca mangiare uno di noi, be’, il galateo ci vieta di divorare una donna e le mie carni sono indubbiamente tossiche. Ci toccherà mangiare Moccia.


Roberto: Fatti la domanda che avresti sempre voluto sentirti rivolgere, datti una risposta e non scambiarmi per Marzullo, ti prego.  


D: “Morozzi, è vero che sei lo scrittore più bello del mondo?”
R: “Dopo Paolo Alberti, indubbiamente sì.”

Roberto: Prossime pubblicazioni? Non so…una decina di romanzi? un centinaio di racconti?  


Gianluca: Il 18 ottobre esce “Il vangelo del coyote” per Guanda. A primavera il romanzo nuovo, sempre per Guanda. Nel 2009, conto di far uscire un romanzo intitolato La tempesta. Poi ho in cantiere una cosa top secret a fumetti con Michele Petrucci, un’altra cosa con Petrucci e Camuncoli, forse...
Ah, ho contribuito a curare un libro-intervista-saggio sui Gang che uscirà per Fernandel e si chiamerà “Le radici e le ali”, e ho mandato circa cinquemila racconti ad altrettante riviste e antologie, chiaro...



Roberto: Adesso ti saluto e, come dice Bruce Springsteen, “stay hard, stay hungry, stay alive”.  


Gianluca: Good luck, goodbye, Bobby Jean. I’ll meet you further on up the road.



 
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