 (atto primo) È arrivato l'arrotino. Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto! Donne è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio; aggiustiamo gli ombrelli; l'ombrellaio, donne! Ripariamo cucine a gasse: abbiamo i pezzi di ricambio per le cucine a gasse. Lavoro subito, immediato.
È arrivato l'arrotino!Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto! Donne è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio; aggiustiamo gli ombrelli; l'ombrellaio, donne!Ripariamo cucine a gasse: abbiamo i pezzi di ricambio per le cucine a gasse.Lavoro subito, immediato.È arrivato l'arrotin… e fu proprio mentre la misteriosa voce metallica iniziava per la terza volta la sua preghiera giù dalla via, che mio Zio Umberto, infilato il balcone stretto e lungo di casa di mia nonna, lanciò sul fiorino bianco la mini stufetta a gas con la quale io e mia sorella giocavamo alla cucina, gridando: “so’ ‘e dieci de mattinaaaaa!”. Poi, un rumore secco e perentorio, avrebbe riempito fino a sera, l’aria calda e densa di quell’estate che nasceva. Subito dopo il grido e il tonfo, uno strascico legnoso di zoccoli, annunciò la barba folta e sorridente dello Zio, che emerse dall’uscio socchiuso della stanza in cui dormivamo noi bambine, mute e ferme nella semioscurità dei letti a castello: “la domenica s’ha da dormì… la domenica è benedetta dar Signore!” ci disse; e, senza smettere di sorridere, aggiunse: “Che so quelle facce, sembra ch’avete visto la madonna! Daje principessì, che poi co’ zio famo tutto un ber puzzell!”. (atto secondo) Tornavo da scuola inseguendo mia nonna, che nonostante i settant’anni suonati, aveva ancora il passo giovane della sua montagna. In quegli anni il Torrino era silenzio e verde, intaccato solo dai pochi altissimi palazzi. Mio Zio Umberto era una certezza sulla poltrona davanti alla finestra del salotto che si carezzava la barba: vedendomi si tirava un po’ in avanti, tendendo le braccia senza alzarsi: “vié qua, bona de zio” mi diceva, e io, poi, cullata dall’acre odore di sigaretta di quel corpo ossuto, gli dicevo fissandolo negli occhi chiari come il mare all’alba: “Zio, oggi gliel’ho detto alla Maestra che tu fai il lavoro che si sta sempre a casa” e lui, alzandosi in piedi e buttando lo sguardo verso mia nonna che compariva e scompariva fra i pensili della cucina, mi rispondeva, sempre sorridendo: “brava, angiolé, hai fatto bene… pure oggi, nun poi capì che fatica!” E io, in realtà, non capivo, ma ci credevo, come credevo che quell’uomo nero con le trecce che cantava nei dischi era amico di mio Zio e che le donne nelle riviste al bagno “se vede che c’avranno caldo, principé”: ci credevo, ma capire, non capivo. Non capivo perché le volte in cui avevo la febbre e non andavo a scuola, venissero due carabinieri a citofonare a casa di mia nonna, e mio Zio Umberto mi mandava ad aprire, dicendomi “a cucciolé, vai ad aprì te e dì che m’hai attaccato la febbre e che sto a letto… poi se riesci a convince quello basso a fa er caffè, Zio te porta pure alle giostrine…” e io filavo e ubbidivo a questi incomprensibili giochi di grandi, in cui mio Zio Umberto mi guardava soddisfatto e rideva sommerso nella barba ricciola. E non capivo neanche perché mio padre e mio Zio non si parlassero mai, nemmeno quando mia nonna pianse e io e mia sorella non vedemmo più il nonno. Poi un giorno freddo, d’un inverno scuro e pauroso, mio Zio Umberto disse che l’avevano licenziato e che ora non poteva più stare a casa e si sarebbe trovato un altro lavoro: “ah principé, ma poi io qua ce torno sempre, pé giocà co’ tte e co’ quell’altra pupazetta!” mi disse inginocchiandosi e fissandomi dal limpido profondo dei suoi occhi, con risate acute che non ricordo di averle capite, ma alle quali, di certo, quella volta, per la prima volta, sapevo che non avrei creduto. (atto terzo) Mio Zio Umberto lo avevo visto tutti i giorni, tutto il giorno, per un anno e cinque mesi, condividendo un mondo in cui i suoi amici che affollavano il salottino dell’appartamento del Torrino, mi prendevano in braccio e giocavano con me, mentre lui, saltellando per la stanza, faceva ridere tutti noi, e pure mia nonna, che si affacciava dalla cucina a sbirciare. Il primo giorno di scuola delle medie, ho saputo da mio padre che Zio aveva aperto un bar all’Estero e io mi domandavo se mai lo avrebbero rivoluto a quel lavoro di prima, in cui stava sempre a casa, davanti alla finestra. Poi, per molti anni non lo rividi più. L’ultimo giorno di liceo lo incontrai al mare, che non era cambiato in niente: gli corsi incontro e mio Zio Umberto, abbracciandomi, mi disse che stava per metter su un chiosco sulla spiaggia e se lo volevo andare ad aiutare; poi aggiunse, con un’espressione insolita, seria: “angelo bello, zio te dovrebbe spiegà alcune cose del passato...” ma quella volta, lo interruppi, sorridendo io con slancio, come avevo visto fare a lui milioni di volte: “ah zì, guarda che le spiegazioni le fanno a scuola... e io, da oggi, a scuola, non ci vado più”. Ma non venne messo su nessun chiosco e, da quel giorno, non l’ho più rivisto. Fino a lunedì scorso, quando Holta, la sua compagna, chinandosi su un viso senza barba che quasi non riconoscevo, gli suggerì sottovoce che io ero Maria Sole. Allora, quel corpo magrissimo, intrappolato da tubicini, e mezzo nascosto da coperte pesanti, si sollevò un poco verso di me: un volto giallo e stanco, si aprì nel sorriso che era per me la gioia di una lunga domenica di giochi insieme e, mio Zio Umberto, mi disse lentamente: “ammazza come te sei fatta femmina, prinicpé!”. A sentire la sua voce, io piansi come una bambina. Lui invece rideva. Rideva forte, ma forte fino a far sorridere anche le mie lacrime e a trasformare quel luogo pallido e pieno di parenti tristi, in un immenso Luna Park.Mio Zio Umberto l’ho rivisto anche stamattina, proprio mentre i medici, entrando nella stanza, ci hanno permesso di riportarlo a casa. Allora mio padre si è mosso rapido e a testa alta: dapprima s’è avvicinato ad Holta, dicendole cose che non ho potuto capire; poi, voltandosi verso di me incerto, e coinvolgendomi nel discorso, ha aggiunto: “ma dico davvero, figurati… e poi ci sono anche le ragazze, che, vedrai, ti daranno una mano!” Io ho annuito sicura, e in un brivido rapido, ho sentito, sulla pelle e dentro, il peso asciutto e caldo di ogni anno passato. Lo Zio ha voluto essere parcheggiato davanti alla finestra del nostro soggiorno e in un momento in cui tutti sono andati a distendersi un po’, io e lui, siamo rimasti soli, a guardare di fuori, in silenzio. Una vocina come di megafono, si è poi sollevata, in un crescendo, dall’immobilità ovattata di quel silenzio, fino a raggiungere le nostre finestre, al quarto piano. Io che iniziavo a distinguere le parole un po’ distorte, che riemergevano a galla dal fondo della strada, ho chiesto allo Zio se anche lui lo sentiva, lo ricordava e, come risvegliandosi chissà dove, mi ha risposto che certo!, come poteva non, e che secondo lui, lì sotto, c’era proprio lo stesso arrotino di quella volta, che magari ci cercava per vendicarsi. “Che faccio, Zì, vado in cucina?” gli ho chiesto a quel punto, io, incalzandolo, e alla sua espressione sospesa ed interrogativa ho poi aggiunto che così gli avremmo tirato il forno a microonde, per farla finita una buona volta! Il volto di mio Zio Umberto s’è acceso come un carnevale, e il suo corpo è stato trascinato giù sullo schienale, dallo sforzo di una lunga risata. Ho riso forte anch’io, mentre chinandomi sui suoi occhi spalancati, che mi sono sembrati quelli di un bambino, con le mani sotto le ascelle l‘ho aiutato a tirarsi su, un po’ più comodo, su quella poltrona. |