(ANSA) - NAPOLI, 23 MAR - Nove frati vivono da qualche tempo in tre carrozze dismesse delle ferrovie a Miano, quartiere a Nord di Napoli.Vestono il saio, camminano scalzi, dormono su tavole di legno e pregano anche di notte. Tra di loro c'e' anche Fra Giovanni Maria, ex-manager di una catena di supermercati, entrato nell'ordine nel 1998 dopo un viaggio a Lourdes. Di sera, Fra Giovanni e i suoi fratelli dei 'Francescani rinnovati' vanno a predicare nelle discoteche.
I due buttafuori guardano sconcertati alla luce dei neon l’uomo vestito con un saio: è tra i quaranta e i cinquanta, la barba e i capelli incolti e tendenti al grigio. E’ a piedi scalzi. Sta dietro le transenne. Si guardano tra loro, reprimono una risata. Il tum-tum della musica batte continuo fino alla porta della discoteca che preservano. Sono le tre e mezzo del mattino.
Il più grosso gli dice: “Che? Qua mica c’è una festa in maschera, bello!”
L’uomo risponde: “Sono un frate vero.”
I due ridono forte.
“Di che gruppo sei?” chiede l’altro, anche lui ben messo fisicamente, solo un po’ più basso e dall’aria sciocca.
“Gruppo?” chiede l’uomo, aggrottandosi.
“Gruppo… nel senso di frate di che, prete di che.” Osserva il collega, ghignano. “Insomma, che sei?”
“Sono frate Giovanni, della congrega dei Francescani Rinnovati.”
Ridono ancora.
“Rinnovati di che?” domanda il più grosso.
Il frate risponde: “Ancora più spogli, ancora più umili sulla terra di Dio.” Ha una voce intensa.
“E che ci fai qui?”
“Volevo parlare coi ragazzi che stanno per uscire. Ma anche con voi, se non vi dispiace.”
“Di che?”
“Di quello che succede, di come porvi rimedio attraverso la parola di Cristo.” Poggia le mani sulla transenna. “Volevo chiedere se c'è felicità, e se questa è genuina o artificiale.”
Il più grosso scende i gradini, gli si avvicina. “E’ meglio che smammi, qualunque cosa sei.”
L’altro sghignazza.
Il frate sorride bonario. “E’ quello che mi dicono sempre.”
“E te lo sto ripetendo pure io. Di andartene.” Lo scruta meglio, come il padrone osserva il pelo fulvo del cane alla ricerca di pulci, zecche, indizi di una qualche malattia. “Tra poco escono, e tu non puoi stare qui.”
“Perché?”
“Sembri un pezzente, e vederti a quest’ora farebbe un po’ schifo ai ragazzi.”
L’altro batte le mani, sempre ridendo. Dice: “Ahahahah! Manuel, mi fai morire!”
Manuel non ride.
“Un pezzente?” chiede il frate. “E perché no? San Francesco ha detto che la miseria è orgoglio agli occhi di Cristo.”
“E sticazzi?”
“Ahahahahah!”
Il frate ha un momento di perplessità. Poi dice, indicando la porta d’ingresso: “Voglio solo che tornino a casa tutti sani e salvi. Voglio evitare che ubriachi o drogati si mettano al volante. Voglio aiutarli.”
Manuel fa un verso chiocchio con la lingua. “Qua non gira merda. E le consumazioni possono arrivare solo fino a un tot.” Si accende una sigaretta.
Il frate annuisce. C’è un vento freddo, ha la pelle d’oca, i pelli ritti sulle gambe. “Perché menti?”
“Eh?”
“Perché menti?”
“Che cazzo…”
“La settimana scorsa, allora? Quei due ragazzi che sono usciti da qui, e sono morti schiantandosi in auto contro un cancello?”
Manuel espira del fumo.
L’altro dice: “Caccialo via, ’sto portarogna”, ma si capisce che è divertito dalla situazione.
“Il tasso alcolico nel loro sangue indicava che non avrebbero mai dovuto guidare” insiste il frate.
Manuel annuisce. “Avevano già bevuto prima d’entrare qui. Io non li ho visti né entrare né uscire, altrimenti…” Si blocca, inviperito. “Ma poi che cazzo mi giustifico con uno come te?! Ma ti sei visto?”
“Mandalo via!”
Il frate guarda Manuel fisso negli occhi. “Stavi dicendo che non li hai visti né entrare né uscire. E poi hai aggiunto ‘altrimenti’, ma non hai finito la frase. Altrimenti – che cosa avresti fatto, Manuel?”
Il ragazzone fa per dire qualcosa, poi si trattiene. Osserva la sigaretta ma è come se guardasse una macchia indecifrabile dentro di sé. In un filo di voce, dice: “Qualcosa avrei fatto. Che cazzo credi? Ho sentito lo schianto fin da qui. Una cosa impressionante.”
“E cos’hai provato?”
L’altro scende, si affianca al collega. “Che dite?” chiede. E a Manuel: “Ti sta convertendo? Entri nel gruppo?” E ride sguaiato.
“Ora vattene” dice Manuel al frate.
Il francescano scuote il capo. “Non posso.”
“Te ne vai, invece.”
“Non posso.”
“Levati dai coglioni!” urla Manuel, e con una manata colpisce duramente allo sterno il frate, che cade all’indietro come un sacco vuoto. Il saio gli risale sulle cosce, mostrando le sue intimità.
“Che schifo!” esclama l’altro buttafuori.
Manuel sposta la transenna. Resta un momento indeciso sul da farsi. Poi, in un unico movimento, si piega e tira su il frate. “Ora vattene, okay, prima che ti faccio male davvero!” grida. “Via dalle palle!”
Il frate si spolvera il saio. Raccoglie e rimette il copricapo. Fa un passo indietro, mentre Manuel risistema la transenna.
“Vattene” dice l’altro. “Vattene che è meglio.”
Il francescano guarda Manuel, che evita di rispondere allo sguardo. Poi si volta e, piano, si allontana.
“Che cazzo di tipo” dice quello più basso.
Manuel osserva il frate fino a che questi sparisce nel buio. “Già” sussurra.
Cinque minuti dopo, la porta del locale si apre ed escono due ragazzi. Manuel li vede barcollare sui gradini, ridere, scenderli malamente. Sospira nervoso. Guarda il collega, che alza le spalle.
“Ehi” dice Manuel ai due.
Quelli si voltano, caracollando, le espressioni istupidite dall’ebbrezza.
“Sì?”
“Siete in macchina, no?”
Annuiscono. Il collega di Manuel lo fissa stranito.
Ma Manuel continua: “E chi guida, di voi?”
Quelli si indicano l’un l’altro; quando se ne accorgono, scoppiano a ridere.
Il grosso buttafuori scende i gradini molto lentamente, indeciso. Poi dice loro: “Siete ridotti di merda. Non riuscite nemmeno a camminare, figuriamoci a guidare.” Indica le transenne. “Mettetevi lì.”
“Che…”
“Mettetevi contro quella transenna. Non servirà a farvi passare la sbornia del cazzo che avete, ma almeno nessuno ci rimetterà il culo, stasera.”
Il collega di Manuel scende i gradini, gli si affianca. Sottovoce, chiede: “Che vuoi fare? Mica ci saranno solo ’sti due ridotti così, no?”
“Cominciamo con questi, poi si vede.” Il tono di Manuel non ammette repliche.
Dopo un attimo di silenzio, il collega fa un passo verso i ragazzi imbambolati. “Beh? Avete sentito? Contro la transenna! Forza!”
“…”
“Forza!”
I due biascicano frasi incomprensibili. Guardano Manuel, che serra le mascelle. Raggiungono la transenna.
La porta del locale si apre di nuovo.
I due buttafuori sospirano. Sarà un mattino freddo e lungo.
E’ quasi l’alba quando Frate Giovanni sale nel vagone dismesso in cui vive da qualche mese. Ode il russare dei fratelli, stesi sulle panche scomode e dure. Sorride. Poi si inginocchia sul legno umido e scricchiolante e prega per l'anima di chi è ancora vivo, di chi è appena morto.
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