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Sabato di dicembre - V. Santoni PDF Stampa E-mail
giovedì 20 settembre 2007

Mi sveglio con un palpito che parte forte e si ferma a metà. Ricordo di non aver messo l’acqua accanto al letto, ieri sera, ma la cerco lo stesso con la mano. Non c’è, e mi schifo della mia bocca secca. Mi siedo sul letto; dovrebbe essere il primo passo per andare a bere in bagno, ma rimango  piantato lì. Il parquet è pieno di chiazze scure di seme vecchia: che errore non mettere la coppale, ma l’odore di coppale si sa, fa male.
Arriva la Bibi, che è diventata muta con gli anni: è proprio una gatta brutta, di quelle bianco-grigio-arancioni, pezzate a caso. L’occhio morto fa il resto. Le balla il ventre di grumi mentre mi si struscia alla gamba, non si capisce se sono gattini o tumori. Penso che forse è meglio se mi vesto, e pesco da sotto il letto con la speranza di beccare roba pulita. Trovo dei pantaloni neri, sono aderenti sulla coscia e quasi a campana sul finire, e sì che quando me li mettevo, quando conoscevo C., quando C. era la mia fidanzata, mi credevo bello, con quei pantaloni. Trovo anche una camicia. Quando la comprai, pensai che rimboccandomi le maniche sarei potuto sembrare un cantautore nel dopoconcerto, un estremista ma serio, invece se sbottono il colletto si vede il pelo, mentre se lo tengo chiuso non sono che un impiegato. Nonostante la stagione la metto senza canottiera e il senso è di carta, di pieghe fresche e fredde. Spero che piazzandoci sopra la felpa la camicia si faccia calda, ma quel senso rimane. Già che sono a disagio, infilo i piedi nudi nelle scarpe.

In bagno, sopra il lavandino, ci sono gli occhiali e la fascia per il braccio. L’ultima lavatrice l’ha sbiadita: è diventata rosa confetto, anche se il simbolo è rimasto nero. Mi sarebbe piaciuto aver fatto dei sogni in cui ero un nazista, ma non mi è capitato mai. Mi guardo nello specchio immaginando di trovarci un teschio, il vuoto, cose del genere, ma niente. Mi si stanno dilatando i pori delle gote. Che bell’uomo, dico, e intanto scaccio il pensiero di quando mi vidi per la prima volta il profilo, che schifo di sorpresa. Mi metto la fascia, inforco gli occhiali, mi siedo sul cesso, caco. Prendo un libro da terra, ma non ci si capisce niente, è infatti scritto in una di quelle lingue africane tutte tondini e curvettine, roba da selvaggi, penso. E si che ogni volta ci riprovo.
“Bisogna sempre controllare la presenza di scolopendere nelle feci: può salvarti la salute,” recitava un manifesto nell’atrio del palasport, sicché controllo. Mi pare di sentire un miagolio della Bibi. Mi sembra impossibile, infatti è l’ospite che geme. Avrà fame, penso, e sto quasi per prendere la merda in mano quando mi ricordo che le avevo detto che sarebbe rimasta senza cibo per tre giorni, sicché tiro lo sciacquone senza esitare altrimenti. Nel bidone dei vestiti sporchi cerco il borsalino di mio padre, ma non c’è. Lo ha senz’altro portato con sé in Algeria, penso, immaginandolo intanto a servire ai tavoli del ristorante qui accanto, cosa che senz’altro starà facendo, a giudicare dal cielo. A giudicare dal cielo saranno infatti le sette, le otto della sera. Trovo invece una giacca e una sciarpa;  me le metto. Scendo. L’ospite ha un fremito, si aspetta di essere ignorata, ma me lo fa pesare: le è cresciuta un’altra faccia, grigia stavolta. Esco dimenticandomi di proposito le chiavi in casa, poi però invece di sbattere la porta rientro per prenderle.
Fuori ci sono le feste. Abitare in centro e svegliarsi il pomeriggio del sabato significa beccarsi la gente in faccia subito. Sono tutti molto belli, e se lo meritano: sono infatti usciti per sfoggiare fidanzate o figli, bere cioccolate calde, comprare oggetti. Sono venuti in centro, mica discorsi.
Hanno cambiato gli scalpi, non è male l’idea di alternare i colori dei, ma l’ultimo non è veramente biondo, è castano. “Imbecilli,” penso, ma non sono indignato veramente.
In mezzo alla piazza c’è il dottor F., con C. Lei sta molto male con i capelli tinti di nero. Si vergogna del suo rosso naturale ma fa male, nelle foto di lei che ho in frigo, è sempre rossa. Lui invece sta molto bene bianco, chissà com’era poco autorevole e privo di fascino quando aveva del colore in quell’onda che si ritrova sul capo. Ho fatto male, ieri, a dir loro di passare, di aspettarmi.
“Salve doc.”
“Ciao, ragazzina, piscialletto, coglione: crepa!”
Il figlio di puttana sa già tutto.
“Ciao, C.”
“Ciao. Che fai con quella pavoniera?”
Me ne accorgo, finalmente. Mi deve essere rimasta attaccata alla cintura da giovedì scorso. Non perdo neanche tempo a sganciarla:
“Mi serve. Sentite, avete qualche avvertimento? Sennò vado.”
L’occhio di vetro di C., forse troppo lubrificato, cala verso il basso lasciandola di fatto con una palla bianca nell’orbita, ma lei non dice niente. F. glielo rimette a posto col pollice, ridendo forte, poi si volge a me:
“Pussa via!”
Traverso la piazza e imbuco una stradella.
B. è lì, nera nonostante la luce del lampione. Legge un vecchio numero di “Cioè”. La quarta di copertina è bianca, ha già staccato gli adesivi, li ha attaccati forse nell’interno dell’armadio. “Le ragazze che da piccole leggevano quei giornaletti coi divi e gli articoli sul sesso, scopano sempre meglio, da grandi,” penso.
B. ricorda un po’ Simone de Beauvoir, in una versione esteticamente del tutto diversa  e priva di cervello. Di certo nella storia di “Cioè” non c’è mai stato un articolo che spiegasse che quando si scopa non bisogna fare quei versi maledetti, da rettile.
“Ciao, B.”
“Già quando eravamo in embrione ci ha reso marito e moglie Tvastr, il divino incitatore che crea tutte le forme. Nessuno può infrangere i suoi comandamenti: di ciò ci sono testimoni cielo e terra.”
Provoca. Per fortuna ho preparato un foglietto: per non perderlo me lo ero attaccato con lo scotch sul polso. Non si è sbiadito nonostante siano giorni che sudo moltissimo, e meno male:
“Chi sa di quel primo giorno? Chi ne ha avuto una visione? Chi lo potrebbe proclamare quaggiù? Alto è il fondamento morale di Mitra e Varuna. Che scusa per i tuoi raggiri potresti addurre ai loro eroici ministri, o donna lasciva?”
“Sei un meschino, V., e agisci da meschino: in te non ho trovato né cervello né cuore! Che un’altra allora abbracci te come una cinghia un cavallo, come una liana un albero.”
Cade un conchino da una finestra. Sento bene il suono del suo infrangersi, fa così:
“Colui che così bene ti amava, o B., possa oggi partire senza fare più ritorno, per andare nella più lontana delle lontananze! Giaccia quindi nel grembo della distruzione e lo divorino i lupi feroci!”
B. si è messa a giocare con la sabbia, per terra, così la lascio.

La strada si fa sterrata, ovunque i villici gridano terribili profezie: riconosco mio nonno tra la folla, mi guarda con occhi cattivi, grattandosi la testa calva.
Che cosa è più prezioso: la fama o la salute?
Che cosa è più importante, la salute o la ricchezza?
Che cosa è più dannoso, vincere o perdere?
Più ami,
 più soffri.
Più accumuli,
 più perdi.
Conoscere ciò che è abbastanza è libertà. Conoscere quando fermarsi è sicurezza. Non ho praticato tutto questo, e per questo vivrò brevemente.
M’invade una voglia di A., e la incontro nei pensieri. Vorrebbe essere consolata, stringe tra le mani ciocche di capelli mozzati, sanguinano come fossero gole. Intorno a lei, centosette amiche in tutto simili a lei le fanno corte, la coprono e la scoprono di veli, le confidano segreti su segreti, parlottano tra loro:
“Regardez à droite, c’est lui? ”
“Où ? Où ? Il n’est pas tellement beau !”
Vorrei parlarle, ma sarei in ogni caso sciocco e crudele. Ci vorrebbe un’altra lingua.  Aver avuto più pazienza a scuola, aver imparato certe lingue lunari del vescovo Godwin: con quei toni, certo qualcosa avrei potuto dirle, di buono.
Mi asciugo il sudore con la sciarpa. E’ infeltrita, e si sente. Le sciarpe delle squadre le fanno sempre coi materiali peggiori. Dovevo essere ben scemo, da piccolo, a comprare queste schifezze. Poi sento tirare la giacca. E’ E.
Mi appare non bella, robusta, tosta: è ammantata d’un’arroganza insicura, intorno ha innumerevoli candele accese. Mi guarda.
Sento che la mia voce uscirà bella, calda, dorata:
“Ho visto una slot machine che buttava cucchiaini invece che monete, amore mio.”
“…” [ti ascolto]
“Ho sentito come se il mio essere si potesse disperdere all’interno degli attimi di cui è fatto il tempo, perché il tempo, E., è diviso in tanti pezzettini: mica è un flusso come appare.”
“…” [ti credo]
Un rabbino, di nome Zaccheo, trovandosi lì vicino, sentendo tutto ciò che dico ad E., si meraviglia, e dice dentro di sé:
“Uon ho mai trovato un bambino che parlasse così”.
Allora si avvicina a E. e dice:
“Hai un bambino intelligente: affidalo a me perché impari le lettere, e quando sarà istruito nello studio lo ammaestrerò decorosamente, perché non diventi sciocco.”
E. tace, poi si toglie il cappello di pipistrello e parla:
“Nessuno può insegnare a lui, eccetto Dio soltanto. Forse questo bambino sarà per noi motivo di qualche cruccio, fratello mio?”
Lo scandire netto del parlare di E. mi coglie sulla “D” di Dio.
D.! Dove l’ho lasciata mai? (Che idiozie dicono questi?) Era forse solo un’idea? O l’ho scambiata per un’ombrelliera, per un cespo di fiori secchi, per una federa?
“Mi fai male, imbecille!”
Ah, già, ecco perché. O’ che si trattano in codesto modo i bambini piccini? Strega. Ormai comunque è tardi per passare da lei, penso, e sento il venticello che immaginavo, pronto a indicarmi la via.

Cammino fino a svallare e già in lontananza mi pare di scorgere qualcosa di bianco, come quando da lontano senti la musica della festa dove stai andando, e allora controllo di avere tutto, chiavi cellulare sigarette portafoglio, e inizio a cantare, e mi avvio di gran lena, e canto sempre più forte:


“Andrò alle case ben costrutte di Ade: v'è sulla destra una fonte,
accanto ad essa s'erge un bianco cipresso;
lì discendono le anime dei morti per aver refrigerio.
A questa fonte d'inganno non mi accosterò neppure;
più avanti troverò la fredda acqua che scorre
dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi terribili,
ed essi mi chiederanno, in sicuro discernimento,
perchè mai esploro la tenebra dell'Ade caliginoso.
Dirò: "son figlio della Terra e del Cielo stellato;
di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto
da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne".
Ed essi saranno misericordiosi per volere del re degli inferi,
e l'acqua di quel lago mi daranno subito, affinché io beva;
e quando avrò bevuto percorrerò la sacra via su cui anche gli altri
mystai e bacchoi procedono gloriosi.”

 

 
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