|
- Dottò Emanuele, lei ci crede agli spiriti? – continuò petulante quella voce. Vittorio, sulla sua branda, gambe penzoloni, camicia sbottonata da cui fuoriusciva un ventre glabro da cetaceo come fosse la cupola soffice di un plumcake vizzo, una pelle color caramello, consumata nelle sue pieghe, si era coperto il viso con una mano, una gigantesca mano da orco, sproporzionata, con unghie come padelle, anche se padelle ben curate, non certo da orco autentico. - E alla loro influenza sulle cose di qui? – proseguì - Alla loro influenza, ci crede?
Vittorio, di nuovo disteso, braccia conserte, bucò collo sguardo il soffitto crepato della cella, assaggiando con i polpastrelli della mano destra la ruvidezza fastidiosa della coperta verde bottiglia.
- Sa chi mi ha ricordato quando l’hanno cacciato qui, stanotte? -balzò su impertinente la voce. Vittorio si girò sgraziatamente bocconi, piegando il collo verso la branda inferiore, immergendosi in un buio ancora più pesto. Abbozzò un ghigno ambiguo verso il vuoto. Si avvertì la sofferenza metallica della rete della sua branda, una branda non disfatta dal sonno, dove si era disteso per la notte, alquanto frastornato, mantenendo per buona parte di essa, nelle tenebre, una compostezza fuori dal normale. Compostezza quasi cadaverica rotta dall’incursione di quella voce. E dalla fissità definitiva del suo orologio Baume & Mercier ormai graffiato, che smise di ticchettare, preciso come era sempre stato, alle 3:30 spaccate di quella notte.
- Chi?... - domandò con una certa freddezza e pressione, seppur nella posizione scomoda, a testa in giù, col sangue alla testa.
- Udo. Udo... - disse la voce, come avesse attaccato con un singhiozzo - il figlio di mio cugino, Donato. Questo mio cugino, andato su in alto, su nelle Germanie, a lavorare… Il figlio, ‘sto Udo, ha preso tutto dalla mamma, una bionda, detto fra noi, più larga che lunga… però questo Udo, sappia, sta lì, un biondo allampanato, un po’ come lei… Però in quanto a... spirito… un vero italico, Udo…
- Al-lam-pa-nato? - scandì Vittorio con una virata di accento indefinibile.
- Sì. Lungo lungo e magro magro. Un asparagio tedesco. Ma in quanto a spirito… lo dicevo… tutto d’un pezzo italico, come il padre… - proseguì la voce. Vittorio abbassò lo sguardo sulle grinze della sua pancia slargata dall’età, smerigliate dal riflesso debole della luce verde che entrava dall’esterno. - E questo… Udo… - fece titubante, come parlando al suo ombelico, aspettandosi una eco convincente - il bisogno, di tornare in Italia, nella patria, del suo spirito… lo sente?
- Che vuole che gliene importi, ad Udo! A lui basta ed avanza il forno a legna del padre, quello dove insacca la pasta lievitata, ben distesa e condita ad arte. Vedesse che forno, una bocca d’inferno, tutta fiamme! E Donato, in quanto a pizze, il migliore di Costanza, è considerato. Il migliore pizzaiolo. Udo sarà venuto tre o quattro volte, qui in Italia, in vacanza a Rimini, con amiche, sa, in campeggio, come fanno i giovani lassù, vengono giù a rubarci le donne, colle loro tendine economiche, tutte un buco, e in cambio, ci portano le amiche difettate… - commentò sarcastica la voce.
Vittorio avvertì qualcosa camminargli sul labbro, poi un sapore acre in bocca. Gli venne da inghiottire. Dalla branda sottostante si percepì un lungo respiro ansioso. - Dottò… chissà se non si stia veramente chiudendo baracca e burattini. Voglio dire: gente che va, gente che viene... Ci stiamo… spiritando, tutti quanti… - La voce fece una breve pausa, poi riprese, più confusa di prima. - Tutte queste frontiere spalancate… Tutti questi scambi, rimescolamenti, guazzabugli di gente… Mio cugino Donato. A Costanza. Tra le sue splendide Quattro Stagioni. Pure lui, con quell’armadio biondo di sua moglie, piazzato lì alla cassa della pizzeria, a fare di conto. Che è più larga della cassa. Che le si vedono le chiappe spuntare ai lati della cassa... Ci stiamo spiritando, senza più spessore, midollo, succo, valore…
Vittorio percepì quel qualcosa muoversi adesso sulla schiena. La voce proveniente dalla branda inferiore stava riempiendo la cella come di una brezza, e Vittorio si è accorse di un fischio, un soffio asmatico in quella voce, un fischio che diffondeva le sue vibrazioni per le pareti della stanza.
- E io che faccio?... – balzò di nuovo su la voce, come ritrovata la fiducia - Mi parlo cogli spiriti… Mi sono detto, ad un certo punto della mia vita: “Solo loro mi sapranno dire come poi sarà, o di qui, o di là… Stando di qui o di là, sapranno compararlo, compararlo”… - La voce ebbe difficoltà a pronunciare la parola compararlo, incartandosi sulle erre e confondendosi con comprarlo. - E mi sono detto: “mica puoi farlo da solo... Perché se poi lo spirito ti dice qualcosa di intelligente e universale, vallo a spiegare alla gente che uno ha parlato, cogli spiriti, di cose intelligenti e universali per la gente stessa... E ti prendono per matto o per uno che pensa solo a sé e ai suoi problemini, e sente delle voci che gli dicono sempre di sì, sì, sì…”
- Quindi, che ho a fare? Apro questo servizio che fa parlare la gente cogli spiriti. Voglio dire: ci sono tutti questi cimiteri, santuari, per parlare, ci sono tutti i telefonini mobili, le radioline, per parlare, ci sono le questioni dei film dell’orrore, dove sentono le voci e si impauriscono, e non parlano affatto o alla meglio gridano e piangono… Io ti creo questo servizio, un servizio per gli spiriti che vogliono dire qualcosa di intelligente e universale alla gente, e non spaventare…, sul di qui, ma anche su di là, all’occorrenza. E la gente, a frotte, a spintoni, davanti alla porta, come regalassi la torta di mele di mia suocera. A parlare coi parenti, ma pure con gli sconosciuti più impertinenti… - La voce sfumò nel nero della stanza. - Mi ascolta? – riprese stizzita.
- Hm. - Vittorio stava sfregando l’indice col pollice, portandoseli all’orecchio. Lo stesso suono del suo paio di sci Head sulla neve friabile di Cortina, con lui che fa slalom impeccabili tra le bandiere, suo figlio che lo segue come un grillo. E in testa quella promessa lanciata inavvertitamente a quello schianto di donna, al rifugio. In qualche modo, si farà… Spingendosi forse troppo in là, cadendo con una mano languente sul rotondo fianco destro di lei. Si era sentito così maledettamente italiano.
- E io mi dico: “sto facendo un servizio per la gente, per prepararli in qualche modo allo spiritamento… Lei con chi vorrebbe parlare, Dottò?
Perso nei suoi pensieri, Vittorio venne riattivato dalla domanda. - Con mio padre e...– disse deciso. Prima di interrompersi bruscamente. La donna del suo ricordo, il fianco rotondo di quella donna era divenuto il fianco slargato della moglie del cugino di Costanza, a far di conto alla cassa della pizzeria. Si ritrasse rabbrividendo dai suoi pensieri.
- Classico. La comunicazione più semplice ed efficace, in quindici minuti circa... Sarei stato ben lieto di accontentarla. Ma… Poi sono venuti questi omaccioni, in divisa blu, a dirmi che sto truffando la gente, che devo chiudere il mio esercizio e venirmene qui a riflettere… io, col mio piccolo ufficio dietro l’officina, il tavolo tondo, due mazzi vecchi di tarocchi, una lampaduccia, starei truffando la gente… Con quale coscienza… Cioè, incoscienza… truffare la gente che ascolta gli spiriti che dicono cose intelligenti e universali sul di qui, e sul di là?… Voglio dire,se loro non si predispongono ad ascoltare, e non ci chiappano niente... E poi ritornano. E poi ritornano. E pagano. E pagano. Mica è colpamia! Se sono solo dei viziatelli, a cui piace parlare a vuoto e spendere, spendere, spendere... Sa che le dico, alla fine?
- Hm. – bofonchiò Vittorio, nuovamente estraneo alla conversazione. Qualcosa entrò nell’orecchio di Vittorio e provocò un rumore di unghielli di gatto su di un vetro ghiacciato. - Rimango saldo sulle mie chiappe strette… - pronunciò la voce, stavolta in un freddo italiano anodino. - Così mi piace… - commentò Vittorio, trovandosi stranamente in sintonia, appoggiandosi colla schiena al muro, guardando verso la porta d’ingresso della cella.
Rimango saldo sulle mie chiappe strette... Un costrutto del genere l’aveva sentito solamente una volta, in precedenza, nel retro del Casinò di Campione. Offendendosi, al momento. Tacciato di ingenuità. E zittito con quella frase pronunciata da uno che, piccolo politicante locale, un Giolittino, la sua storia, la sua casta, la sua famiglia, se le sognava, le sue regalità… Ma che in fin dei conti aveva avuto ragione. Tanto da fargli crollare addosso qualsiasi casta. Tutta la casta addosso. Uno scivolare dei tempi verso la loro vacuità. Una regalità evaporata. Uno Spiritamento...
- Rimango saldo… finché non mi ridanno indietro i miei spiriti… - fece piangente la voce. - Perché qui, me li sento come addosso, tutti appresso, i miei spiritini, sa? È come mi dicessero “fammi parlare, babbino, fammi dire, per favore, che di qui e di là c’è lo Spiritamento e c’è tanto da dire…” oppure “oh, come si stava bene a parlare, a dire cose intelligenti e universali”… Me li sento come addosso, i miei spiritini, disoccupati, mi bussano sulle pareti del cervello…. Me li sento addosso come queste maledette cimici, madonna... – concluse irritandosi.
- Cimici?
Vittorio balzò su di scatto, in ginocchioni sulla branda, che cominciò a tremare, guardando schizzato verso gli angoli superiori della stanza, verso le sue ragnatele, sollevò il cuscino, disfece furiosamente le coperte, a denti stretti da farli stridere, perdendo definitivamente ogni briciolo di compostezza. - Dottò Emanuele, ci si abitui… qui è pieno, al buio, la notte… - disse affabile la voce. Vittorio tastò il soffitto, le pareti, infilò una mano sotto il guanciale, poi lo sprimacciò brutalmente, si ficcò gli indici negli orecchi fino al timpano, si tolse la camicia strappando gli ultimi bottoni, si sfilò la cintura, si arruffò i capelli dietro la nuca, grattandosi a fondo la cute sottostante, sgambettando sulla sua branda come fosse su un tapis–roulant. - Si calmi, sono innocue… - disse bonaria la voce. - Basta solo che, mi raccomando…
Vittorio si tastò le capsule di un paio d’otturazioni in bocca, in mutande, pantaloni calati, si mise in piedi sulla branda come volesse scoperchiare il soffitto, si tolse pure le mutande, nudo come un bruco raggrinzito si sporse verso la lampadina al centro del soffitto, cercando di afferrarla con un braccio, con l’altro si protese alle sue spalle verso l’interruttore per accenderla. Perdere l’equilibrio fu un attimo, con l’espressione a metà inquieta e fredda dei cartoni animati, nell’imminenza di qualcosa di agghiacciante che accade. Piombò giù di sotto. Piombò al suolo, sull’osso sacro, una mano aggrappata alle lenzuola, che se le trascinò dietro. - Dottò… - fece la voce, con una punta di strafottenza.
Vittorio si portò una mano alla base della spina dorsale, dolorante, lenzuola addosso. - Ecco… la sente la puzza di gas marcio che si espande piano piano? Ne avrà schiacciate una decina… - disse poi la voce, saccente. Vittorio si ritirò su per la scaletta, mestamente e ansimando, appallottolando poi in un angolo le lenzuola assieme al cuscino. Accese la luce. Guardò di sotto. Niente. Si toccò le natiche. E vi trovò qualcosa di appiccicaticcio, come delle foglioline umide. Si guardò la mano. Minuscoli esseri verdi esagonali con zampette erano torchiati, alcuni ancora si agitavano, dilaniati o scoppiati come una busta di carta gonfiata con la bocca, poi esplosa in faccia per far spavento. Giustiziati freddamente dal suo fondoschiena caduto dall’alto. - Queste cimici… - fece con amarezza Vittorio. Una casta di cimici dappertutto. Sulle pareti. Sul ferro del letto a castello condiviso. Blatte verdi che seguivano i loro percorsi senza un criterio. Una guardia bussò alla porta, avvertito il tonfo. Chiese se “ci stanno dei problemi”. - Va tutto bene. Buonanotte… - rispose di fretta Vittorio, altezzoso. Nella branda sottostante si era creato un silenzio abissale.
- Dottò… - fece all’improvviso la voce da sotto, bucando quel silenzio.
- Mi dica, su, mi dica… - rispose Vittorio, scocciato.
- Ma lei che fa?
- Io sono… il legittimo. Successore. Del. Re. D’Italia. - scandì stentoreo, in ebollizione. Un’ebollizione soppressa da una fragorosa risata che fece tremare tutto il baldacchino che sosteneva i due letti.
- Buona questa, Dottò! – fece la voce, tra gli spasmi della risata - … Bella professione, la sua, il legittimo… Re… mica sarà il legittimo Re… delle cimici?...
Seguì un’altra fragorosa risata accompagnata da una tossetta asmatica che fischiava come una caffettiera intasata.
- Vittorio Emanuele, Principe di Savoia, sposo di Marina Doria, padre di Emanuele Filiberto e… - biascicò furioso Vittorio, producendosi in quella che sembrò una filastrocca rimbalzante senza senso.
- Che dice? Che ha detto? I savoiardi Doria? Se li ho provati? Buoni. Gustosi, ma troppo glassati… a mio avviso, giustamente...
Per la terza risata fu come se si fossero lanciati chili di patate a fette in un olio rovente al piano inferiore della branda.
La mattina seguente un meschino baro potentino si stropicciò gl’occhi, ancora umidi per lo sbellicarsi, e si trovò completamente solo nella sua cella. Confessò appena alzato ad alcune guardie di aver parlato stavolta con un spirito un po’ formale chiamato Vittorio, sedicente figlio del Re d’Italia, uno spirito comunque valido (che nel suo gergo significava prezzabile e con un certo appeal per i suoi passati clienti) anche se privo di humour. Le guardie gli dissero di non azzardarsi a gabbare pure loro. Lui rispose che mica dovevano fissarsi sul fatto che lo spirito avesse detto d’essere qualcuno d’importante. Gli spiriti sono dei mattacchioni, fanno sempre così, concluse grattandosi la barba di tre giorni. Per attirare l’attenzione. O riscattarsi innocuamente dal proprio passato.
|