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TN vol #2 - Piero Ciampi

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5 ragazze + 1 gatta - T. Ruberto PDF Stampa E-mail
giovedì 20 settembre 2007

Io e Mirko siamo fermi in macchina al parcheggio del ristorante, a decidere cosa fare, a riprenderci, a digerire. Penso che sono già ubriaco e che se vado al pub torno a casa distrutto. Lo dico chiaro e tondo: “Portami alla macchina, io vado a casa”.

Lui è dubbioso: “Mi sa che vado anch’io allora. Però a questo punto…”.

Ci guardiamo e decidiamo per il pub. Due chilometri dopo mi fa scendere all’ingresso dicendomi che deve passare un attimo da casa. Sbuffo e lui aggiunge: “Devo sganciare un missile”.

Alcune delle caratteristiche fisiche di Mirko sono: statura bassa, fisico da torello, tatuaggi su polpaccio avambraccio petto polsi e schiena, risata travolgente e schiettezza.

Il pub è pieno di gente. Trovo un piccolo spazio al bancone, vicino a un conoscente, ordino una birra in bottiglia e il tizio chiacchiera un po’ con me. Quando arriva Mirko lo abbandono alla sua serata solitaria. Che depressione, penso, passare la serata a parlare con chi sosta al bancone. Penso anche che devo trovare una ragazza da portare a casa, farci qualcosa, usarla e punto.

La prima che adocchio è Daniela: matura, carina. Non riesco a vedere il suo abbigliamento. È in compagnia di un ragazzo che conosco e che cerca di restare in disparte. Non vuole confondersi tra le persone del paese di cui disprezza la poca voglia di migliorarsi. È diventato notaio, si vede anche dall’abbigliamento: scarpe eleganti e lucide, pantaloni scuri di un completo doppiopetto, camicia bianca sopra muscoli pompati in palestra. Potrebbe sembrare un manager ingaggiato dall’ente del turismo per consulenze varie, uno di quelli abbonato a riviste di marketing, invece è più un montanaro deluso che non è ancora riuscito a fare il passo definitivo per emigrare in pianura.

Mi avvicino e li saluto senza trattenere il mio alito da ubriaco. Urliamo per la musica altissima e spesso dobbiamo ripetere le cose due volte. Lei è contenta, lui non molto. È amichevole solo quando intravede in me il mio lato cittadino, non mi sopporta quando nota che il mio lato paesano esiste ancora. Mi allontano subito: non è lei che porterò a casa stasera, anche se è chiaro che è dispiaciuta.

Camminando verso Mirko incrocio la ex ragazza di un amico: la fermo e le chiedo come sta. Vorrei chiacchierare un po’, ma lei mi evita e si allontana. Lo fa con disprezzo, per farmi capire che non le interesso e che se ho fegato devo provarci con la sua amica. Me la indica: sembra arrivare da un provino di Dolce e Gabbana. Molto alta, molto magra, viso liscio, seno piccolo, occhi chiari. Alle sue spalle Mirko le guarda il culo - sodo immagino. Lei mi stringe la mano e le entro nell’orecchio: le chiedo come si chiama.

“Saima!” urla.

Intontito le chiedo ancora il nome.

“Saima!” urla di nuovo.

“Saima?”

Annuisce annoiata e con lo sguardo cerca la sua amica: vuole rifugiarsi da lei. Vorrei chiederle che razza di nome è, ma non trovo le parole giuste. Capisce che sono ubriaco e se ne va. Dice: “Ciao, vado dalla mia amica”.

Mirko scoppia a ridere e mi porta al bancone: ordina da bere. Appena prendo il portafogli mi allontana la mano: “Non preoccuparti” urla, “devo pagare il conto dell’altra sera e queste due birre le pago io”. Ha cento euro e gliene restano venti. Dice: “Cazzo, non mi ricordavo di aver bevuto così tanto… fanculo!” Poi sbatte la bottiglia contro la mia.

Due braccia mi avvolgono la vita e mi stringono la pancia. Mi giro: Sara. Non so se essere deluso o vomitarle addosso. È stata a casa mia un paio di volte, credo sia quasi innamorata. Sempre a telefonare e a spedire messaggi a qualsiasi ora del giorno e della notte. Penso che l’amore si misura con la bolletta del telefono.

Una caratteristica di Sara è: appiccicarsi alle persone.

Ciao come stai, Bene grazie e tu?, Abbastanza bene, Cosa hai fatto in questo mese?, Ho riposato e tu?, Ho lavorato. Tutte fesserie di questo genere per dieci minuti, poi mi offre da bere e capisco dove vuole arrivare. Continua a toccarmi, a parlare, ad appoggiare le tette sulle mie braccia quando le sono vicino. Dico: “Vado un attimo di là, ci vediamo dopo.”

“Vengo anch’io.”

“Torno dopo” insisto.

“Ma tu non ti fai più vedere.”

Che depressione, penso, la paura di restare soli divora fino a incollarti alle persone. Ripeto che torno fra un momento.

“Va bene” singhiozza, “ma lo so che non torni e mi lasci qui da sola con le mie amiche.”

Sorrido. Potrebbe sembrare un sorriso sincero - di fiducia - invece è più un sorriso di beneficenza, fatto per tornaconto.

Vado verso Mirko ma mi blocco. La vedo: si accorge di me e mi guarda per qualche secondo, poi sparisce travolta dalla folla. Mi avvicino a Mirko, ridiamo senza motivo e parliamo anche se nessuno sente niente di ciò che dice l’altro. Ogni tanto barcollo: Mirko se ne accorge e mi dà una spinta. Non so come ma riesco a non cadere, do una spinta forte a lui e lo faccio volare addosso a un gruppo di ragazze. Lui ride e non chiede scusa e quelle lo mandano a cagare.

L’abbigliamento di Mirko è: jeans larghi con tasche ovunque e cavallo basso, maglietta verde a maniche lunghe con scritta in inglese sul petto, scarpe a suola piatta da skate. Potrebbe sembrare un diciottenne fissato con lo stile da strada, uno di quelli abbonato a riviste di snowboard, invece è più un trentenne che non ha voglia di crescere e non ha altri vestiti nell’armadio.

Sento la mia schiena che sfiora un corpo. Mi volto: è lei. Ha i capelli riccioli e neri, il viso giovane, il seno sodo. Ha occhi scuri, lo sguardo intelligente, le mani curate. È anche sobria - si vede da come riesce in due frasi ad allontanare i maschi che si fanno avanti. Prendo coraggio, respiro e le chiedo come si chiama. Urlo: “Mi dici come ti chiami?”

“Valentina” risponde sorridendo.

Ha denti bianchissimi, la lingua rosa come le mentos alla fragola e le labbra da riempire di baci. Le faccio alcune domande, fin troppo interessato. Voglio sentire la sua voce, voglio sentire il suo fiato caldo ammorbidire la mia barba incolta: mi avvicino e le sfioro il corpo. Lei non fa una piega, risponde a tutto, finisce le frasi con un sorriso e si bagna le labbra. Cerco di non farle notare che sono ubriaco e scandisco le parole. Mi dice che fa la quinta superiore e che ha gli esami, poi mi racconta della scuola e chiede che lavoro faccio. Rispondo a tutto e mi vergogno della mia età. Dio, quanto è carina.

Due braccia mi avvolgono la vita: Sara. Stava aspettando il momento giusto per rovinare il mio idillio. “Ti offro da bere” dice.

“Basta bere!” le urlo in cagnesco, “sono ubriaco… neanche riesco a finire la birra.”

Mi trascina al bancone. Valentina nota il mio disgusto e sorride comprensiva. Sara ordina da bere. Con un tono irritato le strillo che non ha capito: “Non voglio bere più! Finisco la birra e basta!”.

Offre alla prima persona che conosce la grappa alla mela e mi chiede se a chiusura l’accompagno a casa. “Va bene” rispondo.

Torno da Mirko. “Vado a casa” mi sussurra strascicando le parole, “sono sbronzo del tutto.” Gli dico che ci sentiamo domani e lo guardo fare le scale di traverso. Si appoggia al muro e al corrimano, ma fatica lo stesso ad arrivare in cima. Incrocio lo sguardo di Valentina: mi sorride. Le sorrido di rimando, una voglia bestiale di baciarla. Si avvicina e mi sfiora il braccio, mi saluta. Sara mi ha raggiunto e sta dicendo qualcosa sulle vacanze. La lascio parlare da sola e sono tutto per Valentina. Le chiedo dove sta andando. “A casa. Devo rientrare” dice controvoglia.

“Fai una buona notte.” Sembra capire che spero di rivederla presto e sorride per l’ennesima volta: lo spera anche lei. La guardo andare via mentre Sara continua a parlare, quando non vedo più Valentina la interrompo e dico che ho voglia di andarmene. Mi tocco il mento: “Non so più dove ho messo la giacca… è da qualche parte al bancone”. Lei mi anticipa, sparisce e torna con la mia giacca. Dio, che depressione, si comporta come una moglie. Le dico che l’aspetto fuori e lei si ferma a salutare le sue amiche: ci impiegherà un po’ tra baci bacini pettegolezzi e tutto quanto.

Prendo aria. Penso a Valentina e mi sembra di sognare, poi arriva Sara e il sogno si mischia al vomito. Fa per baciarmi ma mi sposto di colpo.

“Non vuoi baciarmi?” chiede con un soffio.

“Stavo sognando.”

Mi prende la mano e ci incamminiamo. Sento il bisogno di un corpo femminile.

Le caratteristiche fisiche di Sara sono: altezza sopra la media, gambe slanciate e sedere piatto, seno sodo ma piccolo, capelli castano chiaro rinsecchiti dalla lacca e naso a patata.

La trascino verso casa mia. Lei protesta: “Mi dovevi accompagnare da me.”

“Vieni di qua.”

“Non so se faccio bene.”

“Fai come vuoi” e stacco la mano dalla sua.

Lei resta zitta - ma mi segue - e a casa chiudo il portone dopo che è entrata. Mi ha ripreso la mano. Faccio la prima rampa di scale e sento miagolare, così torno indietro a vedere che gatto è, per curiosità. Sara sussurra di fare silenzio - secondo lei svegliamo tutti - ma non le dico che gli inquilini sono in ferie. Apro il portone e la gatta si fionda dentro. Sembra incinta, è di quelle gatte grasse che escono di casa a farsi ingravidare.

Le sue caratteristiche fisiche sono: muso grosso, occhi color petrolio, baffi lunghi e geometrici, pelo corto, chiazze grigie sulla pancia e rossicce nel resto del corpo. Potrebbe sembrare una gatta da appartamento che si è persa e ha bisogno di essere lavata, una di quelle abbonata a riviste di cibi in scatola, invece è più una gatta che ha scelto di vivere libera e mangiare gli avanzi che trova nella spazzatura.

L’accarezzo e Sara mi chiede se è mia. “No” rispondo, “sembra un randagio.”

“Che schifo.”

Mi prende uno sbalzo di pressione mentre mi rialzo in piedi, devo appoggiarmi al muro per non svenire. “Ha solo voglia di stare con qualcuno” aggiungo quando mi sono ripreso, “ e di farsi accarezzare. Forse ha fame, per questo ci ha seguiti.”

Salgo le scale facendo segno alla gatta di seguirmi: è titubante, ma mi segue e miagola. Sara chiede se per caso voglio portarla in casa. Non le rispondo, ma in effetti non mi va di portare una gatta in casa mia: magari partorisce sul divano, scappa dal tetto e mi lascia i gattini per ricordo. Resto un attimo fermo e si ferma anche la gatta. Sembra avere dubbi, forse non si fida di Sara. Miagola ancora e gira la testa, poi scende di due gradini. Passo a Sara le chiavi dell’appartamento. La gatta miagola ancora - come a scusarsi del disturbo - poi scende veloce le scale al mio fianco. Apro il portone, lei miagola e mi guarda. Forse sta salutando e ringraziando del pensiero, poi se ne va.

Sara è stesa sul divano, ancora con addosso il piumino. La prima cosa che fa chiunque entri a casa mia è sdraiarsi sul divano. Mi chiedo se avrebbe fatto così anche la gatta. Tolgo la giacca, tutto quello che ho nei pantaloni e le scarpe.

Sara comincia a fare dei discorsi sulla sera che ci siamo conosciuti: racconta della prima notte - come se non fossi stato presente - poi della seconda. Parla del suo ex ragazzo. La blocco e le dico che non m’interessa. “Prima cosa” dico, “una ragazza mi deve piacere del tutto. Noi siamo finiti a letto, niente di più.” Lei dice che lo sa, che anche per lei è lo stesso, ma è chiaro che vorrebbe attaccarsi a ogni mia parola indecisa e scovare una possibilità. Ho voglia di scoparla ma non della sua compagnia. Parla a vanvera di sentimenti, di sensazioni positive quando è con me. Le dico che non siamo nella casa del grande fratello, allora cambia strategia e mi racconta la sua serata, quello che ha mangiato a cena, quanto è contenta di avermi rivisto. Tra alcol e stanchezza la sua voce mi scoppia in testa. Dio, che vergogna, non riesco a sopportarla ed è sdraiata sul mio divano. Devo farla stare zitta e portarla a letto. Mi siedo, comincio a spogliarmi e lei mi bacia. È sorpresa, perché di solito sono le donne a spogliarsi, allora le chiedo di fare lei uno spogliarello.

“Sono timida” risponde, così mi tolgo pantaloni e calze. Si alza in piedi, sembra voglia andarsene, ma io la bacio e le faccio aumentare le voglie. Si toglie la felpa e le slaccio i pantaloni. Faccio fatica a stare in equilibrio. Mi dice che ho ancora i boxer e io li tolgo al volo.

Le mie caratteristiche fisiche sono: torace e braccia con muscoli appena accennati, gambe magre depilate, pelle del viso chiara che risalta occhi neri, pancia gonfia, spalle larghe da nuotatore. Potrei sembrare un ex modello a fine carriera che si è lasciato andare per lo sconforto, uno di quelli abbonato a riviste di fitness, invece sono più un bello di paese con i denti ingialliti dalla nicotina.

Le tolgo il reggiseno e mi aggrappo a una tetta mentre le sfilo le mutandine. Poi vado in camera da letto a prendere un preservativo dal comodino.

Dopo un’ora lei s’infila felpa jeans e giacca. Torna da me - steso nudo sul divano - e mi bacia. Dice che sono bello, io borbotto che sono ubriaco e che ho sonno.

“Adesso vado” sussurra con voce dolce.

Con la luce del primo mattino che entra dalla finestra mi infilo nel letto. Prima di addormentarmi prometto a non so chi, senza crederci davvero, che quando mi sveglio sarò un uomo e non più un animale guidato dall’istinto e dall’alcol.

 
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