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Home Rubriche Occidente Occidente #9 BANANA BOY - M. & P. P. Di Mino, M. Saura

Occidente #9 BANANA BOY - M. & P. P. Di Mino, M. Saura

Storia di un declino implacabile in dieci mosse
BANANA BOY


[nona mossa]

 

Rapporto di polizia

Il fermato, un giovane di razza bianca in evidente stato di ubriachezza, da documento di riconoscimento si identifica come George W. Bush, nato il 6 luglio del 1946, a New Haven, Connecticut.

Tradotto nel Distretto 15 di Providence dichiara di essere innocente e di voler essere rilasciato subito, gridando, non mi potete tenere qui. Non mi piace. Chiamate mio padre. Chiamate mio padre!

Il fermato si getta addosso all’ufficiale preposto all’interrogatorio e cerca di prendergli la pistola. L’ispettore lo persuade con lunghi discorsi e il giovane di razza bianca si alza da terra con un aria più arrendevole.

Appena si calma dichiara che il padre ha la pistola più lunga. L’ispettore Caruso lo obbliga su una sedia e gli chiede chi sia suo padre.

Il fermato sembra reticente e l’ispettore gli offre una sigaretta, dicendogli, figliolo, parliamoci chiaro, se non parli dovrai visitare qualcuno molto più cattivo di me.

Il giovane sembra sul punto di piangere. Rutta e dichiara quanto segue

 

(testualmente):

 

Mio papà è un amico di James Bond. Ma il nome vero è Sean Connery... bum bum! Mio diooo! Noi dell’agenzia combattiamo i comunisti... ha presente la Baia dei Porci? Papà ci è andato con la nave Huston, come la nostra città, la nave Barbara, come la mamma, e con la nave Zapata, come l’azienda di famiglia. Da piccolo ci rimanevo male che mamma era anche una barca, però tutto questo me lo ha raccontato nonno…

L’ispettore Caruso lo ferma. Cerca di tranquillizzarlo, chiedendogli se suo padre è un militare o uno della C.I.A. nel qual caso non doveva far altro che dargli il suo numero di telefono e lui lo avrebbe chiamato.

Il giovane prima sembra diffidente. Quindi si spaventa. Ha lo sguardo vitreo e l’ispettore mi fa capire che devo essere pronto a chiamare l’infermeria.

Con voce tremante dichiara (testualmente):

 

Ho capito… voi… voi, voi siete… Aiuto! Aiuto! Non ammazzatemi… Vi dico tutto. Sto dalla vostra parte. Anche mio padre. A casa vediamo sempre Star Trek. Siamo comunisti.

Il giovane si alza in piedi e alza una mano chiusa a pugno. Si guarda intorno e, correggendosi, stende le mani ed apre le dita come fa il dottor Spock.

L’ispettore Caruso gli fa capire che non deve temere nulla, che non siamo fottuti russi. Gli offre un’altra sigaretta e gli dice che se vuole chiama suo padre.

Il fermato piagnucola che suo padre non può. È impegnato.

 

(testualmente)

 

Mio padre non può venire. È al funerale del signor Mohamed Bin Laden… Che poi è un caro amico del babbo. Ora penso sia troppo dispiaciuto perché mio padre è sensibile e va a tutti i funerali degli amici… Lo so di preciso che c’è il funerale,  stavo cercando i giornaletti zozzi nella scrivania di papà, lui è entrato e io mi sono nascosto e l’ho sentito che diceva di questa morte del signor Laden… fiiiuuu,

 

Il giovane si alza e, con un braccio, simula un aereo che precipita.

 

(continua)

fiuuu!,  ha fatto papà, come a dire che è caduto dall’aereo… mio padre, invece, è bravo con gli aerei, ma il signor Laden vestiva con le gonne, ma aveva tante donne… Beato lui.

Il giovane si rattrista e l’ispettore, con calma e pazienza, gli dice che non deve preoccuparsi per le donne, ora si deve concentrare e raccontargli tutto per bene.

Il ragazzo si aggiusta sulla sedia e sembra concentrarsi, guardando freddamente l’ispettore.

 

(testualmente)

 

Ma lei ha un naso bellissimo!

Biascica notevolmente. È ubriaco all’ultimo stadio. Sembra dubbioso. Poi sprofonda nel mutismo. Mi preparo a chiamare l’infermeria, quando l’ispettore richiama la sua attenzione, dicendogli, figliolo, raccontami tutto dall’inizio, devi dirmi come hai fatto a ridurti in questo stato.

Il giovane risponde (testualmente)

 

Io sono solamente uno studente…

L’ispettore, interrompendolo, gli domanda dove e di cosa.

 

… Cioè studio a Yale e…ed ecco, io studio come va il commercio… i grafici che vanno su, che vanno giù…e poi…insomma come mio fratello. È lui che si intende di queste cose, tutto il giorno a parlare, bla bla bla… Volete che mi slaccio i pantaloni?

L’ispettore lo convince a non farlo. Si calma e riprende a parlare.

 

(testualmente)

 

Forse volevate arrestare mio fratello… fate bene. È molto cattivo e me la devo scontare sempre io. Fin da piccoli, perché era invidioso che io assomiglio di più a papà. Lui ci soffre che non ci somiglia a papà, che,  per non farlo soffrire, gli dice che piuttosto che ammettere di assomigliare ad un babbuino cretino come me, bacerebbe in bocca un hippy, e poi questa storia del babbuino l’hanno saputa tutti e anche i compagnetti di scuola, per non far soffrire mio fratello, hanno preso a chiamarmi El Chimpy, lo scimpazzè, oppure  Dumbas, l’asino osceno, o Banana Boy…

L’ispettore gli domanda cosa significa Banana Boy e il ragazzo prova di nuovo a spogliarsi. Riprende il racconto.

(testualmente)

 

… Io non dico niente per non fargli capire che il preferito di papà sono io, ed anche perché se papà sapesse che suo figlio maggiore è un cretino se la prenderebbe troppo…

L’ispettore Caruso sembra non aver capito e ripete, papà se la prende troppo?. Il ragazzo si mette a piangere e corre dall’ispettore. Lo abbraccia.

 

Anche suo papà se la prende tanto?... non pianga… non faccia così… lo fa per il suo bene a menarla… hanno ragione loro, se uno si  tira troppe pippe, poi gli crescono i peli sulle mani.

L’ispettore perde la pazienza e riconduce al suo posto il giovane Bush. Poi si guarda le mani e subito torna ad interrogare il giovane.

Cerca di riportarlo al punto urlando, mi dica cosa ci faceva ubriaco su quell’auto. Non si distragga. Mi risponda in maniera semplice e diretta.

Il giovane ci pensa su e risponde.

 

(testualmente)

 

Io non sono un ubriacone… io, ecco, studio tutto il giorno, chiuso dentro la stanza al college. Non esco mai. Specie se i compagni mi chiudono dentro. Sono bravi ragazzi, ma hanno sempre voglia di scherzare. Mamma dice che sono invidiosi di me. Un po’ è vero, secondo me. Ma io non gli ho fatto niente e loro pensano che io sia un cretino e che neanche li capisca gli scherzi che mi fanno. Tutti pensano che io sia un cretino. Anche i professori che, anche se studio tanto, mi mettono sempre pessimi voti. Forse pensano che io non me n’accorga e non glielo dico a mio padre. Invece sì, che me ne accorgo, perché un cretino lo sa di esserlo e ci soffre… non parlo di me, eh? Chiaro? Io non sono cretino! Ma gli altri… me ne combinano di tutti i colori, ma io li lascio fare perché sono superiore. Tanto che me ne importa. Mi rubano i vestiti? Io li lascio fare. Mi riempiono di dentifricio mentre dormo? Facciano pure. Ecco, allo spogliatoio hanno esagerato… devo raccontarlo?

L’ispettore gli fa segno di no. Il giovane riprende il racconto.

 

… mi dicono che Marie Hellen vuole incontrarmi. Io e Marie siamo stati insieme una volta. Lei aveva scommesso con gli altri che sarebbe rimasta con me per un giorno intero. Marie ha due tette così ed è tutta bionda. Profuma di miele e per un giorno è stata tutta mia. Tutto il giorno in giro, per tutto il college, mano nella mano. Poi verso sera mi dice che mi deve lasciare e io le chiedo se mi bacia e lei, lei il bacio me lo dà…

L’ispettore sembra innervosirsi e dice al giovane.

 

(testualmente)

 

E donne so’ pegge e puttane! (le donne sono delle poco di buono)

 

Il giovane riprende, imperterrito, da dove si era interrotto.

 

(testualmente)

 

Ho sempre sognato che lei si ricordasse di quel mio bacio e, quando mi dicono che mi aspettava nello spogliatoio pensavo, ecco, pensavo… mi batteva forte il cuore… tutti si mettono a darmi consigli. Mi pettinano. Mi dicono di mettermi un vestito. Poi l’altro. Se mi fidanzo con lei, penso, divento l’eroe di tutti. Mi fanno cambiare un sacco di vestiti. Alla fine Bob, il mio amico del cuore, mi dice che devo andarci nudo. Tutti applaudono. Dicono che se mi fossi presentato nudo avrei fatto un figurone… mi accompagnano al campo di football. Entro negli spogliatoi e mi denudo. I ragazzi mi fanno segno di nascondermi nella doccia. Io obbedisco. Li sento sparire… forse aspetto un paio d’ore, prima di sentire qualcuno che entra. Tremo tutto. Marie accende la luce. La sento avvicinare. Chiudo gli occhi. Poi sento un urlo e vedo il mio coach che mi urla, brutto frocio abbassa quell’arnese e poi…poi mi mena di brutto…

L’ispettore lo interrompe e gli chiede se questo era il motivo per cui si era ubriacato. Il giovane si stupisce.

 

(testualmente)

 

No, che c’entra?!

L’ispettore Caruso s’infuria e torna a chiedergli di riferirgli tutto con calma, senza divagare. Gli urla che vuole sapere esattamente e solamente perché è m‘briaco com ‘na chiaveca (oltremodo ubriaco).

Il ragazzo sembra rattristarsi.

 

(testualmente)

 

Non posso dirlo. Proprio no!… ma secondo te Marie Hellen è comunista?

L’ispettore annuisce e dice, Tutt’e puttane so’ communniste (lo asseconda genericamente per farlo parlare).

Il ragazzo lo guarda esterrefatto e gli dice.

 

(testualmente)

Tu parli proprio come il signor Laden… e che io mi innamoro sempre delle donne. Un giorno i miei amici mi mandano a prendere un po’ di sabbia del deserto per degli impacchi. È uno scherzo, ma per fregarli faccio finta di cascarci. Vado verso il deserto con la mia macchina e mi perdo. Mi ritrovo in mezzo al nulla, senza cibo e acqua e, allora vado avanti, finché non trovo un gran raduno di ragazzi capelloni che sentivano un concerto. Lo capisco subito che mi guardano strano per invidia che io ho la giacca e loro no. Ad ogni modo non gli voglio dare soddisfazione e gli chiedo qualcosa di forte da bere, per fargli capire chi sono. Uno arriva e mi dà l’acqua. Poi mi chiede come sono capitato qui e gli dico che volevo un po’ di sabbia per gli impacchi e tutti gridano che è uno sballo e cominciano a farsi le sabbiature. Poi mi prendono in braccio e issandomi mi trasportano per tutto il campo. Ad un certo punto arriva uno dicendo che è arrivato un carico di DMT, DDT o qualcosa del genere, e mi prende la paura che mi vogliono disinfestare, mentre io sono pulito e lo urlo, mi dimeno, maledetti capelloni, urlo, e riesco a scappare, e tutti mi sono dietro e corro, corro, finché non vedo un autobus tutto colorato e mi ci ficco dentro. Finisco addosso ad un grosso uomo, biondo, alto, sulla quarantina, sicuramente un giocatore di football. Comunque mi devo fidare. L’uomo mi chiede chi sono. Ha un tono militare. Capisco al volo che è un uomo di papà e scatto sull’attenti e gli dico il mio nome. L’uomo mi ripete il suo, ma non capisco bene, perché si gira a dare un ordine al suo autiere, uno con la faccia da matto che comincia a far vorticare e sgommare il pulmino. Urla, Dai Cassidy dacci dentro con quell’acceleratore! Vogliono mettermi alla prova per vedere se sono un buon americano come mio padre. Il pulmino gira su stesso, come se disegnasse un otto. L’uomo mi ripete il suo nome, mi pare tenete Kaesey, poi indicandomi l’uomo alla guida, mi dice che è l’uomo più veloce del mondo e mi strizza un occhio. Poi mi sorride pure e mi mostra una specie di caramella. Mi dice che è un test. Capisco che è una prova di coraggio. Mi fa sedere e mi domanda cosa provo. Ma io non provo nulla. Aspetto un po’ per vedere cosa provo. Niente. Glielo dico. Il colonnello Kaesey sembra deluso. Lo scongiuro di non dire niente a papà. Forse mi metto a piangere. Poi parla con una ragazza e gli dice che è un brutto viaggio. Forse siamo durante un attacco ai comunisti. La ragazza dice che ci pensa lei e mi porta fuori del bus…

L’ispettore Caruso lo interrompe. Si spazientisce. Batte una mano sul tavolino. Si tira su i pantaloni e va verso il ragazzo. E gli dice:

 

(testualmente)

 

Senti figliolo, io non so sei un cretino o mi stai prendendo in giro, ma qui butta male per te. Se non l’hai capito sto facendo il possibile  per toglierti dai problemi, ma se preferisci raccontare tutto ad una Corte,  fai pure. Lo capisci che la cosa è più grave di una semplice sbronza?

Il ragazzo si guarda attorno. Riflette. Chiede di potersi alzare. L’ispettore glielo concede. Va verso una finestra. Appoggia le mani sul davanzale. Forse sta per vomitare. Poi si drizza e sembra guardare fuori la finestra. Si volta di scatto e si ficca una mano dentro la giacca. L’ispettore Caruso tira fuori la sua pistola… [pausa e riprendo a scrivere. Il ragazzo era disarmato. Dalla giacca aveva tirato fuori un gadget di Star Trek, un trasmittente di plastica con la quale si era messo a pregare Scottie che lo riportasse a casa. L’ispettore lo fa sedere e, scoraggiato, gli dice di raccontare quello che gli pare. Si alza e va a prendere un caffè. Il fermato si volta verso di me sottoscritto. Continuo a trascrivere]

Il ragazzo dice:

 

(testualmente)

 

La ragazza a cui mi aveva affidato il generale Kaesy, che in verità è una crocerossina, mi porta vicino alla sua tenda.

Le chiedo se sono tanti i feriti. Lei non mi risponde. Lo so che queste sono notizie riservate e non voglio che il comandante le faccia una ramanzina per colpa mia.

È bella. Ed è una vera americana a combattere in prima linea, travestita, contro i capelloni comunisti.

Sembra un’ indiana. Si mette a piangere. Mi confida il suo segreto. È attorniata da grosse palle colorate, che spesso tirano fuori la lingua. Cerco di spiegarle che vogliono fare l’amore con lei, ma se vuole io la difendo.

La donna mi ringrazia ed entra nella tenda.

Si fa subito buio e, dico la verità, ho avuto paura e mi sono messo dietro la tenda, perché mi faceva impressione vedere le palle, ma, mi dissi, se le sento, vado e le caccio.

È stata una notte paurosa. Le palle non l’ho viste, ma tutta la notte l’ho sentite muoversi dentro la tenda. La donna urlava, ah, ah, ah, ah, aaaaaaaah, uhhh. Ma non ho avuto coraggio di entrare e mi sono addormentato.

Al risveglio avevo vergogna a rivedere la ragazza per il fatto di non averla difesa, e provo a squagliarmela, ma lei mi chiama e mi abbraccia. Mi ringrazia e sta per baciarmi e, e…

Io sottoscritto mi permetto, in assenza dell’ufficiale mio superiore, di interrogarlo.

 

(testualmente)

…E?...

 

Il giovane risponde:

 

(testualmente)

 

… Ed arriva un capellone gigantesco, si inchina verso di noi. Poi apre un grosso mantello, ci nasconde dentro la ragazza e poggiandosela su una spalla se la porta via.

Io sottoscritto, in assenza di ufficiale superiore, non trattengo un mio intervento.

 

(testualmente)

 

Sono tutte delle gran puttane!

[Rientra l’ispettore fischiettando. Ha due caffè in mano. Ne offre uno a me sottoscritto ed uno al fermato. Si siede e calmo parla al giovane.]

Dice:

 

(testualmente)

 

Figliolo, sono molto stanco. Ma voglio aiutarti. Mi sono detto, Tony stai buono, sarà pure un cretino, ma è un americano come te. Sei americano, no, figliolo? Un texano? Giusto. Figliolo, li vedi mai i film western? Certo che li vedi. Tutti gli americani li vedono e sono orgogliosi di come hanno conquistato questa terra. Senza tante pazzie. L’americano arriva e spara. E l’indiano muore. Giusto? Ti piace come muore l’indiano? A me sì, perché vedi, gli indiani parlano questa cazzo di lingua da matti, ho venti lune, viso pallido, lingua biforcuta, ed uno non ci può perdere tempo a parlarci, perché non ci si capisce niente e noi americani, allora, dimmelo tu, che dovremmo fare?, mica ci si può parlare, gli spariamo. Il punto è questo: io sono un americano. E sparo. Tu sei forse un  fottuto parla a vanvera di un Geronimo?

Il ragazzo scatta in piedi. Trema tutto. Poggia una mano sul petto e fa un fischio. Poi si rivolge all’ispettore in tono confidenziale.

Dice:

 

(testualmente)

 

Dovevo capirlo subito, anche lei è teschio e ossa…

L’ispettore trattiene la rabbia e cerca di essere conciliante. Chiede al ragazzo cosa vuole dire e lui afferma.

 

(testualmente)

 

Poteva dirmelo subito. Le racconto tutto con calma… A te chi ti ha iniziato?

Il ragazzo sembra diventare improvvisamente sospettoso. Si rifiuta di parlare ancora. L’ispettore cerca di tranquillizzarlo. Poi, a bruciapelo, si mette una mano sul petto e ripete lo stesso fischio fatto dal fermato. Il ragazzo comincia ad urlare di gioia e lo abbraccia. Poi fa un segno verso di me e l’ispettore gli dice che io sono a conoscenza e che sto per essere iniziato. Solo che ho paura e sto rimandando. Gli chiede per favore di tranquillizzarmi, di dirmi che è una cosa facilissima. Il ragazzo ride e, voltandosi verso me sottoscritto, afferma:

 

(testualmente)

 

Non devi avere paura degli Skull & Bones faceva parte già mio nonno, che era una persona sensibile… insomma, nonno un giorno va al cimitero apache, che sono indiani, e nonno per fotterli a questi comunisti, gli ruba il testone del loro capo Geronimo, che poi loro lo rivolevano e mio nonno, invece, gliene ha dato uno finto… basta che tu odi alieni, comunisti e russi e tutto va bene…Per il resto ti devi solo mettere nella bara…pure io avevo un po’ di paura. La bara dentro è piena di ossa e ti mettono le tibie sulla fronte.

In più fa freddo, anche perché mi hanno fatto spogliare nudo e non mi sento più le punta delle dita. La stanza è buia. Non si sente un rumore. Pure tu devi stare zitto. Te lo raccomando. Glielo dica pure lei, ispettore. Zitti, assolutamente zitti, finché non viene la Giuria. Non è facile. Con il freddo mi viene un grosso mal di pancia e, penso, se non scoreggio, muoio. Ma niente, resisto. Devo pensare ad altro. Provo a pensare ad una donna. Mi viene il pipo duro. Ma duro, duro. Duro, duro, duro. Sembra che sta per esplodermi. Infatti mi esplode e dall’esplosione escono fuori le palle colorate con le lingue fuori, che per fortuna si dileguano prima che arrivi la Giuria. Il pipo è di nuovo duro.

Che bigolo, George!, fa un viso, affacciandosi dentro la bara. Eh, sì, farà carriera, dice un’altro. Sono accerchiato da una decina di facce. Zitti tutti!, grida una delle facce, io sono tutte le cose.

Riconosco mio padre e mi si ammoscia.

Mi sembra che una luce stia  esplodendo.

Che fai George,  tremi?, mi dice mio padre, aggiustandosi con una mano i capelli, spartiti da una riga ben pettinata.

Ascoltami bene, dice, ora devi parlarci dei tuoi peccati! E mi ordina di confessare i miei peccati sessuali, ma a me viene da ridere. Mi trattengo e gli racconto che non ho mai fatto l’amore.

Tutti rimangono zitti, poi mio padre mi dice di pensarci bene, di sforzarmi. Allora io ci penso e provo a vedere se la storia di Marie Hellen va bene. Uno ride e mio padre quasi urla, pensaci George! Non so proprio cosa voglia da me e mi viene in mente di raccontargli della crocerossina del commodoro Kaesy. Mio padre mi si avvicina e mi strizza il naso fino a farmelo sanguinare. Lo odio quando mi strizza il naso. Io non volevo raccontarglielo, però ecco, visto che mi ha strizzato il naso, perso per perso, gli racconto dello scherzo per la laurea… io mi sono laureato ieri, e tu?

 

L’ispettore si affretta a dirgli che io sottoscritto mi laureo domani e lo invita a continuare parlando dello scherzo e tutto il resto. Il ragazzo afferma:

 

(testualmente)

 

Anche a te ti iniziano dopo la laurea? Devi essere un cretino come me! Comunque. Lo scherzo! Niente. La solita roba. Gli amici mi dicono che una ragazza è innamorata di me e vuole fare l’amore e mi devo presentare a casa sua. Siccome la donna è sposata, non vuole che vedo dove abita, mi devono coprire gli occhi e portare loro.

Lo capisco subito che mi porteranno ad un locale di ricchioni, ad una discarica o come quella volta che sono saltato addosso a mia madre.

La solita roba.

Mio padre insiste che racconti proprio qualcosa e decido allora, succeda quello che succeda, di raccontare questa storia, anche perché, per davvero è stata la prima volta che ho fatto l’amore.

Dai ragazzo!, dice, ed allora io gli dico che i miei amici mi hanno fatto spogliare al buio, con gli occhi coperti da una benda.

Mi sdraiano su un tavolino freddo. Allungo una mano e trovo la mano di una donna, e… li tengo con il fiato sospeso.

Non so se faccio bene a raccontare questa cosa. Mio padre mi pungola. Allora continuo e dico, salto sulla donna e me la scopo. È fredda. Non si muove. Io do il mio meglio, però esagero e lei cade e la testa le si stacca dal collo.

Uno della giuria urla e mio padre, angosciato, mi chiede perché l’ho uccisa, ma io gli dico che non l’ho uccisa io.

Era già morta.

Altrimenti i miei amici non mi avrebbero portato nell’obitorio.

Tutti rimangono in silenzio. All’inizio ho paura ad aver fatto male a raccontare questa storia. Mi viene in mente di voler morire. Nessuno parla.

Stai attento pure tu, quando verrai iniziato, a non dire stupidaggini. Gli Skull & Bones è una cosa seria. Quasi tutti i presidenti degli Stati Uniti  sono stati nostri fratelli. Bisogna sapersi comportare per farne parte… almeno tu fatti onore. Mio padre si vergognerà di me per sempre.

Alla fine mi hanno iniziato comunque, però lo sentivo che gli facevo schifo. Ma che cambia? No?Nulla. Non cambia nulla. Dopo tre litri di birra e tutto uguale. Dopo quattro è tutto stupendo. Mi dispiace di essermi ubriacato, signori, ma temo che lo rifarò.

Il fermato sembra trattenere il pianto e l’ispettore gli mette una mano sulla spalla. Gli dice.

 

(testualmente)

 

Figliolo, di questa storia non ci ho capito molto. Non mi importa  cosa cavolo combinate tu o tuo padre. Il mio si inculava le galline e io gli voglio bene ugualmente. L’unica cosa che non capisco, qualsiasi cosa tu abbia fatto, e non lo voglio sapere, con quel cadavere, è perché te lo sei rubato dall’obitorio.

[L’ispettore Caruso, con un gesto della mano, mi invita a smettere di scrivere.]

 

Providence, 15 maggio 1968.

Redatto dall’agente Hugo Pablo Lovecraft.

 

Massimiliano di Mino, Pier Paolo Di Mino, Marco Saura


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«Iervolino ha trovato la chiave adatta a tramandare una leggenda»
Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano

«Lorenzo Iervolino con Un giorno triste così felice ci fa viaggiare nei luoghi e nelle idee di un’epoca alimentata da un’energia gioiosa e sovversiva».
Gabriele Santoro, minima&moralia

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