1893. Un numero impreciso di operai italiani (tra i quattordici e i novanta) viene assassinato in un'esplosione di violenza xenofoba. La popolazione di un piccolo paesino francese massacra uomini che hanno viaggiato per giorni, per raggiungere un posto in cui la parola lavoro ha ancora un significato. Il posto si chiama Aigues-Mortes. Il lavoro consiste nel trasportare pezzi di sale in una terra bianca che assomiglia a certe illustrazioni del Paradiso. Rosarno è vicina.
«Gli italiani cominciano ad esagerare con le loro pretese. Presto ci tratteranno come un Paese conquistato. (…) Fanno concorrenza alla manodopera francese e si accaparrano i nostri soldi a vantaggio del loro Paese.»
Le Mémorial d'Aix, 20 agosto 1893.
«Il decremento della natalità, il processo di esaurimento della nostra energia (è da cent'anni che i nostri compatrioti più attivi si distruggono nelle guerre e nelle rivoluzioni) hanno portato all'invasione del nostro territorio del nostro sangue da parte di elementi stranieri che s'adoprano per sottometterci.»
Maurice Barrès, Contre les étrangers, agosto 1893.
«Contro un'orda di affamati che a casa loro languiscono nella miseria.»
La Lanterne, 28 dicembre 1893.
«Vittoria della nostra identità, una squadra che ha schierato lombardi, campani, veneti o calabresi, ha vinto contro una squadra che ha perso, immolando per il risultato la propria identità, schierando negri, islamici, comunisti.»
Roberto Calderoli, a proposito della vittoria della nazionale di calcio italiana contro la Francia nella finale dei Mondiali 2006.
Prima del sale c'era la terra. Bisognava pulire il terreno e livellarlo. I francesi dicevano nivelage. Quindi si introduceva l'acqua salmastra. Succedeva a maggio, nei bacini di Peccais, le più grandi saline di Francia. Succedeva nel 1893. A giugno il sole faceva evaporare l'acqua. La terra scompariva sotto centimetri di materia granulosa. A quel punto si andava di battage e levage. Si frantumava il sale, se ne facevano mucchi, si trasportava il sale lasciato a riposare tra i mucchi verso altri mucchi, più grandi dei primi, che i francesi chiamavano camelles perché avevano le gobbe. Si ricoprivano i camelles di paglia e tegole, e si scongiurava il cielo di agosto. La pioggia non doveva scendere, in quei giorni.
Gli operai erano organizzati in squadre. Le squadre erano distinte per nazionalità. La giornata di lavoro durava undici ore, dalle sei alle sei. Un'ora di riposo per asciugarsi, mangiare un pezzo di pane e contare i franchi guadagnati a cottimo. Se avevi le spalle larghe potevi racimolare fino a 12 franchi. Se rallentavi il ritmo la tua squadra perdeva punti, e allora il salario scendeva a 9 franchi. Se una squadra francese rallentava una squadra italiana, gli italiani facevano luccicare i coltelli. L'ammonimento, in genere, funzionava.
Quell'anno, nelle saline di Peccais, c'erano trecento italiani e seicento francesi. Gli italiani venivano dal bergamasco, dal Piemonte e dalla Toscana. Tra i francesi, la minoranza era composta da autoctoni. Vivevano tutto l'anno ad Aigues-Mortes, a otto chilometri dalle saline. Gli altri, i trimardeurs, erano vagabondi e ladruncoli che giravano per le regioni francesi in cerca di lavori stagionali.
Il 16 agosto del 1893, sul deserto di oro bianco, iniziano i lavori. Le due saline attive, la Fangouse e la Gaujouse, vedono centinaia di piedi e pale penetrare lo strato grezzo di sale battuto. A poche ore dall'inizio, mentre la luce piega le schiene e scatena reazioni cutanee, accade che un uomo litiga con un altro uomo. Sono un francese e un italiano. Vengono da città diverse e parlano lingue diverse. Ma si stanno piegando sulla stessa materia, nello stesso momento, e non possono ignorare che sono parte della stessa feccia. Sono operai. Schiavi che lavorano per altri schiavi che loro chiamano “capo”. Poi ancora un litigio. Ancora un italiano e un francese. Il primo giorno di lavoro promette sudore e rabbia. Quando è l'ora, alla Fangouse, gli operai si stendono sulla sabbia e consumano lo spuntino. Dall'alto, se uno potesse vederli, ci sono duecento italiani da una parte e cento francesi dall'altra. Un italiano, uno di Torino, si alza, s'asciuga il sudore della fronte e si dirige verso una tinozza d'acqua dolce. Lo chiamano l'oro trasparente, gli operai. L'uomo slega il fazzoletto dal collo e lo immerge nella tinozza. Ha bisogno di refrigerio, di acqua che non faccia prudere la pelle. Uno dei francesi, steso proprio come un italiano o come uno dei tanti esseri umani che tra una schiena spezzata e l'altra si riposano in posti in cui nessuno riposerebbe, gli dice qualcosa. Non si sa cosa gli abbia detto. Le testimonianze sono state insabbiate. Il sale che è cresciuto dalla terra ha riempito le teste dure degli uomini molli, e non si sa molto. Si conosce solo un particolare. Il francese e i suoi compagni ascoltano il torinese che dice che se ne infischia di lui e dei suoi compagni. Così accadono le cose. Scoppia una rissa sul sale. Gli uomini scivolano, imprecano, bestemmiano, brandiscono coltelli, pale. Il torinese, che sa muovere i coltelli, ferisce uno degli uomini che lo hanno aggredito. Gli italiani non intervengono. Qualcuno pensa che non doveva succedere. Qualcuno pensa che aveva ragione il francese. Qualcuno pensa solo alle ore che mancano.
A mezzogiorno è ora di pranzo. Le squadre si scrutano. Gli italiani. I francesi. Il sale che luccica nel deserto abitato solo da operai. Poi accade che un francese lancia una pietra nella baracca degli italiani. Allora una delle baracche in cui dormono i francesi viene circondata dagli italiani. Il sole e la rabbia hanno stretto alleanza. Gli italiani urlano “Viva Italia, abbasso Francia”. Uno slogan che racconta il futuro. Qualche operaio francese riesce a correre via, verso la città, verso Aigues-Mortes.
Il giudice di pace viene informato dei fatti. Che i fatti raccontassero cose assurde, come di morti e feriti, non importa. Il giudice di pace era stato informato dei fatti.
In città, intanto, si sparge la voce di un massacro. Il massacro verrà dopo. Ma ora la voce dice che il massacro è stato compiuto dagli italiani. Si chiama psicosi collettiva. Ha a che fare con un mucchio di variabili, e nessuno è in grado di calcolarle. Così si organizza una folla. Ci vuole un drappo rosso e un po' di voce. La folla urla “Viva Ravacho! Morte agli italiani!”. Uno slogan che racconta passato, presente e futuro. Gli operai, sparsi per le stradine del centro di Aigues-Mortes, corrono e si nascondono. Solo un padre e un figlio restano allo scoperto. Verranno coperti di sangue. Il prete, tale don Mauger, li proteggerà.
Verso le tre il banditore verrà ingaggiato per bandire gli italiani, e una folla di francesi rabbiosi lo seguirà urlando lungo i vicoli della città del sale. La chiamavano caccia all'orso.
In quei minuti, 63 italiani in fila in un panificio per pagare il conto scoprono che non è possibile uscire. In due ci hanno provato e sono tornati completamente insanguinati. Vical, il fratello della proprietaria, spranga le porte e decide di proteggere gli italiani da un linciaggio sicuro.
Le forze dell'ordine, praticamente, non esistono. In città, a quell'ora, ci sono sei gendarmi e quindici doganieri. Mentre fuori, nelle strade, un migliaio di francesi chiede la testa di centinaia di italiani.
Alfred Biblemont lancia il primo sasso. Urla alla folla che gli italiani devono essere sgozzati. Un adolescente appena, il Biblemont, ma la folla è eterogenea. C'è anche Joseph Boulineau, che urla con lui, che incita la folla a fare fuori gli italiani. Dentro, intanto, nel panificio, si soffre. Antonio Cappellini respira profondamente, parla con un paio di compagni e decide di provarci. Escono da una porta laterale, ma vengono subito rincorsi. Cappellini si salva, ma sa che molti dei suoi sono morti nella fuga. La notte non passa senza rumori. I tamburi rullano e cinquecento francesi ubriachi cercano di fare morti italiani. Il prefetto, intanto, ha organizzato una serie di viaggi per portare la maggior parte degli italiani intrappolati nel panificio alla stazione. Ci riesce.
Ufficialmente, il sindaco e il prefetto decidono di espellere gli italiani dopo averli fatti licenziare dalla compagnia del sale. Sanno che è l'unico modo per salvarli.
Lontano dalla città, nelle saline, quando la luce dell'alba rischiara il sale accatastato nei mucchi, una banda di francesi si dirige verso le baracche degli italiani. Quasi tutti ignorano gli avvenimenti. Nessuno sa del panificio, dell'assedio, dei morti ammazzati per strada. Una delle baracche degli italiani viene assediata. Si lanciano pietre e si urlano maledizioni. Florestin Blanc, Alfred Biblemont (già visto al panificio) Prosper Joubert, Lazare Beaugé, Jacques Le Cléach, Félix Lotte: operai impazziti che vogliono ammazzare lo straniero. Nella baracca degli italiani piovono tegole e le porte vibrano per le spallate. Gli italiani hanno paura. Ma arrivano i gendarmi. Sono pochi, anche se sono gendarmi. Decidono di dirigersi verso la città. La banda di francesi armati, urlanti, li segue. Molti tra gli italiani scelgono i campi. Per alcuni la scelta è difficile. Rimanere accanto ai gendarmi e sperare nella protezione della legge, oppure correre tra i campi facendo affidamento sulle gambe.
Giovanni Fontana, per esempio, sceglie la seconda. Muore con un forcone infilato nella schiena.
La colonna di italiani e gendarmi si avvicina alle mura medievali della città. Ma sbagliano e incontrano un vicolo cieco. I francesi lanciano sassi e colpiscono duro con tutto quello che hanno a portata di mano. Quelli che restano sulla terra ci restano. Vengono ammazzati dalla folla che non lesina colpi. Donne, ragazzini e adulti si lanciano sui corpi. Ci sono anche i cecchini, piazzati dietro agli alberi. Per esempio c'è Jean Rouet, detto l'Albinos, che è un bracciante, che è un uomo che ammazza uno come lui. Uno che non ha nome. Si sa che era toscano. Cadono in molti, in quei minuti. Colpiti dalle pallottole, dalle pale, accasciati per la paura. Tutti quelli che si fermano vengono uccisi. Così la colonna arriva davanti a un palazzo. Ci si potrebbe rifugiare, nascondere. Il prefetto chiede al proprietario di entrare. Ma l'uomo ha paura della folla. Lui deve viverci in quel posto. Se le cose si sono messe male non è colpa sua. Chiude le porte e lascia la colonna alla folla impazzita. Revolverate che decimano. Altri corpi che restano sulla polvere. I figli degli operai, intanto, lanciano pietre dagli alberi. Il gioco è divertente. Colpisci lo straniero.
Alla fine, come in tutti i finali di guerra, si sa che ufficialmente ci sono stati quattordici morti, nove sono stati riconosciuti. Le testimonianze parlano di cifre diverse. Tra i cinquanta e i novanta. Morti nei letti dei fiumi. Morti sul sale. Morti nelle baracche. Morti in città. Le autorità francesi hanno sepolto le testimonianze. Hanno venduto il sindaco alla causa del caprio espiatorio, hanno ceduto a conferenze bilaterali con gli emissari del governo italiano, e la storia è diventata un aneddoto.
La cosa buffa, se c'è una cosa buffa in tutta questa storia, è che l'anno dopo la popolazione di Aigues-Martes chiese a gran voce il ritorno degli italiani. In Italia, è chiaro, questa cosa fu vista male.
La storia non esiste, se non la ricordi. Tra cento e passa anni qualcuno ricorderà Rosarno. E a nessuno verrà da ridere.
Fonti:
- Enzo Barnabà, Morte agli italiani. Il massacro di Aigues-Mortes, 1893. (Infinito Edizioni, pp. 128, 12,00 euro);
- Gerald Noiriel, Il massacro degli italiani. Aigues-Mortes, 1893. Quando il lavoro lo rubavamo noi. (Marco Tropea, pp. 320, 18,00 euro).
Marco Lupo



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