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Aspettando La Staffetta...
Martedì 29 maggio alle ore 18.30 su Fusoradio.net sarà trasmessa la quarta puntata di La Staffetta - Storie ribelli e cronache perdute, la trasmissione mensile di racconti storici realizzata e prodotta da TerraNullius e dalla redazione di Fusoradio. In questo mese torneremo indietro fino al maggio del 1911 - in piena rivoluzione messicana - e saremo nello stato del Morelos dove il nostro protagonista è atteso da una tremenda imboscata. 
Buona lettura e buon ascolto!

 

 

La Spia del vento

Nel momento in cui la porta del grande Ufficio presidenziale si chiude, il silenzio pervade la stanza, riempiendola di un nuovo e pesante presagio: i rivoltosi non sono sbandati sotto gli attacchi della cavalleria messicana, ma stanno ottenendo alcune vittorie e, soprattutto, quel che più duole l’animo dell’ex Generale – ancor prima che la sua fredda compostezza di presidente, – è che quel manipolo di contadini senza terra ha una strategia.

Porfirio Diaz, presidente e padrone del Messico da quattro decenni, sente improvvisamente tutto il peso dei suoi ottantuno anni sulle spalle larghe e forti, e nella testa, sempre allenata ad ideare tattiche, valutare accordi, cospirare e punire. Poco prima di abbandonare la stanza il Generale Leyva gli ha dato notizia del fallimento della Campagna del Morelos e poi, dopo la porta chiusa, solo quel silenzio, in tutta l’Ufficio presidenziale. Forse in tutto il Messico.

Un silenzio con cui Porfirio Diaz, il Vecchio Leone, vuole immediatamente fare i conti.

[PARAGRAFO NON INCLUSO NELLA TRASMISSIONE]

1. Cancellare il suo nome

«Presidente?».

Un giovane segretario è scivolato trai pensieri dell’ex Generale, l’unico uomo di potere in carica che negli ultimi cinquant’anni ha attraversato ogni singola pagina di storia del paese: ha partecipato alla Riforma, – al fianco dell’indimenticato Presidente Indio Benito Juarez, – ha contribuito a sconfiggere i francesi, a far giustiziare l’Imperatore Asburgico, a cacciare i gringos, oggi suoi alleati. Ma ora, nella primavera del 1911, don Porfirio non riesce a liberarsi di uno sciame di contadini analfabeti, illusi di poter togliere la terra al controllo delle haciendas.

«Presidente. Ci telegrafano da Chihuahua che i rifornimenti da Torreòn sono stati bloccati: stando così le cose la guarnigione non reggerà a lungo».

«A lungo? Devono attendere solo due giorni che arrivino i rinforzi da nord».

«Purtroppo, Presidente, devo comunicarle anche che gli uomini di Pancho Villa hanno sabotato la linea ferroviaria a Ciudad Juarez, e quindi i rinforzi non riusciranno a... ».

A sentire quelle parole Profirio Diaz, che amava definirsi il padre del Messico più che il padrone come invece veniva descritto da certa strisciante opposizione, avverte uno strano sudore nelle mani, come se, dopo quasi mezzo secolo di dominio incontrastato, battaglie vinte, farse elettorali, sentisse che la presa sul paese potesse essere, per la prima volta, scivolosa, sfuggente: perfino persa.

«C’è altro?» si affretta a chiedere, con voce decisa, non appena si accorge che sta chinando il capo, senza impartire ordini immediati e risolutivi.

«In verità, Presidente, ci fanno sapere che dopo il fallimento di Leyva, lo stato di Morelos è ormai sotto assedio dei rivoluzionari di..., i soldati di quel..., insomma, a giorni – se non a ore – Cuaùtla sarà sicuramente presa dagli uomini di... » don Porfirio solleva una mano, potente, grande come l’intero stato del Morelos, ruvida e aspra, come le sue colline: quel gesto paralizza immediatamente la voce – ed ogni movimento – del suo segretario. Il Presidente, il Grande Porfirio Diaz, non vuole neanche sentirlo pronunciare quel nome, non vuole nemmeno immaginare che debba, ancora una volta, avere a che fare con... lui.

Con recuperato vigore, la mano scende sul telefono, l’altra alliscia i baffi grigi, con decisione: il sudore, il tentennamento, sembrano già il ricordo lontano di una vecchia battaglia, ormai dimenticata.

“Ministro, ordini di spostare il Quinto Dorato nello stato di Morelos e di accamparsi a Cuaùtla. Immediatamente. Dite a Munguìa di disporre anche di un battaglione di Fanteria, di una Compagnia di mitraglieri e otto pezzi di artiglieria. Dieci. Che portino dieci cannoni, non otto. Io avviserò Villegas di muovere anche lui una truppa sulla città. Ministro, un ultima cosa: ordinate al Generale Munguìa di non fallire. Lo voglio morto. A qualsiasi costo”.

 

Messo giù il telefono, al Presidente pare che quel silenzio sia ora meno pesante. La sua maestosa figura si staglia sui vetri oltre i quali si allarga la valle di Città del Messico, con i suoi molteplici strati di civiltà che – dai tempi del re Cuauhtémoc e di Hernan Cortés – si sono combattute, fagocitate, contaminate. Se ci pensa profondamente il Presidente si sente più vicino al Conquistador spagnolo che all’ultimo sovrano azteco che, a contrario del suo predecessore Montezuma, non scambiò Cortés e i suoi uomini per una specie divina alla quale sottomettersi remissivamente; ma combatté, con armi impari ed impari forze. Combatté contro strani animali che gli spagnoli cavalcavano, contro i loro spari. E perse. Perse la terra, il regno. Perse il suo popolo, le divinità della pioggia, della guerra, della fertilità, soppiantate da santi pensosi e con la barba appuntita. Perse la vita, Cuauhtémoc, così come l’avevano vissuta per secoli i nativi mesoamericani: sottostando agli imprevedibili umori della madre Terra.

Ma per don Porfirio la sconfitta non è contemplata. Per questo preferisce la brutale maschera blanca di Cortés, alle orgogliose piume di Quetzal di Cuauhtémoc. Per questo, a Cuaùtla, non solo dovrà essere sconfitta l’Armata Rivoluzionaria del Sud, dovrà anche essere seppellito, una volta per tutte, il suo comandante in capo, conosciuto ormai nell’intero Messico – persino dai bambini – come il difensore dei campesinos, il difensore della terra e della libertà. E il suo nome – che il Presidente non vuole neppure sentir pronunciare – dovrà essere cancellato.

Per sempre.

(A questo pensiero, la mano pesante di don Porfirio si chiude istintivamente in un pugno, deciso, rumoroso, che batte sul grande tavolo di faggio. Il giovane segretario accoglie il gesto come un ordine che non necessita di parole, neppure quelle convenzionali ben care al Presidente.

«Gonzalo?».

«Sì, Señor Presidente?».

«Prima che tu vada: non voglio che trapeli, con gli altri membri del governo, questa storia di Cuaùtla. Non vorrei che si dica in giro che Porfirio Diaz abbia timore di un pezzente domatore di cavalli come quel... come quel... ».

«Tutto chiaro, Señor Presidente. Tutto chiaro. Con permiso».

La stessa porta da dove poco prima era uscito il Generale Leyva con le sue notizie di disfatta, si richiude alle spalle del giovane segretario. Porfirio Diaz, ora solo, si guarda intorno, come cercasse qualcosa. O, più precisamente, la certezza che non ci sia nessuno, neppure l’anima di qualche potente antico abitatore di quel palazzo, che lo possa, in qualche modo, giudicare. Poggia il peso del corpo sulle possenti braccia, a loro volta puntellate sul legno spesso del tavolo che domina l’Ufficio presidenziale. Riempie la stanza di un profondo sospiro: “Avrei dovuto farlo impiccare, farlo fucilare già da un pezzo, questo... questo bastardo di Emiliano Zapata!” e non appena lo pronuncia, quel nome, come ne evocasse lo spirito inafferrabile che si aggira per tutto il centro sud del paese gli ritorna in mente la prima volta che lo aveva fronteggiato, in quello stesso palazzo, una manciata di anni prima).

[LA TRASMISSIONE RIPARTIRA' DA QUI]

2. Terra e Libertà.

«Quel che posso fare per voi è ben poco, señor Zapata. Se fosse vero quel che mi dice è questione di avvocati» aveva detto Porfirio Diaz fissando negli occhi quel ragazzo snello, vestito di tutto punto e così sicuro di sé. Tutt’altra personalità rispetto alle decine di contadini che lì, alle sue spalle, accorsi in massa a quel ricevimento mensile, sembravano a malapena intendere le sue parole.

Emiliano Zapata si era presentato come il portavoce dei pueblos di Ayala e Anenecuilco, per denunciare un fatto: la vicina hacienda di Santa Cruz aveva invaso le loro terre, poche settimane prima del raccolto. Al mattino i campesinos, che per generazioni si erano spaccati la schiena su quelle terre scoscese, avevano trovato nuove recinzioni innalzate davanti al loro stupore, capaci di allargare a dismisura i confini della loro miseria, già abbastanza ampi.

«Questione di avvocati o no, señor Presidente, quelle terre sono nostre e noi dobbiamo riaverle perché ci servono per vivere. O il nostro Presidente pensa che noi possiamo vivere altrimenti?». Zapata non smetteva di sostenere lo sguardo del dittatore, alle spalle del quale una maestosa libreria si alzava per quasi cinque metri, a voler marcare l’incolmabile differenza tra i due. Zapata circondato dai contadini, don Porfirio da libri, parole e formule incomprensibili.

«Se davvero son le vostre terre, allora andate a misurarle, e fatene una mappa, così da poterla portare in tribunale. Se lì dimostrerete che ne avete diritto, io sarò il primo a sostenere la vostra causa», Porfirio Diaz aveva abbandonato la scrivania, si era posizionato in piedi davanti a Zapata. Il Presidente era più alto e più largo di spalle, ma il ragazzo, noto come abile cavallerizzo, era prestante, dai movimenti scattanti e mai, mai aveva abbassato lo sguardo in segno di riverenza, di debolezza, o sottomissione. E come colto da un’illuminazione improvvisa, a sentire quelle parole, che a qualsiasi altro orecchio sarebbero suonate come un atto di benevolenza, Zapata intuì un qualcosa in più: il Presidente, con voce cauta e paterna, voleva mandarli a misurare le terre prese di forza dall’hacienda così che i rurales – gli eserciti autonomi che difendono i proprietari terrieri – li avrebbero potuti sorprendere e aggredire, perfino ammazzare. Insomma, quella suggerita da Porfirio Diaz era un’autentica trappola. E invece, per Emiliano, quelle erano parole sante, parole che bisognava sfruttare, proprio come una trappola che, una volta rigirata, può far del male al proprio nemico:

«Ben detto señor Presidente. Sarà quel che faremo: misureremo le terre».

Il primo mattino dopo il ritorno da Città del Messico, donne, anziani, bambini, giovani e uomini, insomma, tutte le anime di Ayala e Anenecuilco erano state chiamate per una grandissima fiesta, una parata con tanto di chitarre, balli e galoppate a cavallo – per chi lo aveva. Emiliano Zapata aveva organizzato la festa di tutti e due i paesi, al grido di Viva Porfirio Diaz, Viva il Presidente! Le terre le avrebbero misurate alla luce del giorno, in centinaia di voci festanti e braccia forti pronte a difendersi, se necessario. Invece del gesto furtivo ed avventato di una manciata di uomini facilmente attaccabili dentro terre recintate, avrebbero celebrato una festa di riappropriazione dei campi e, per giunta, per mandato del Presidente in persona.

E mentre i canti e le danze riempivano la valle, dalla parte opposta di quel lembo di terra che risaliva la schiena del colle, una persona appena ritornata in Messico dopo un lungo periodo in Europa, stava ammirando, incuriosita ed affascinata, quello strano momento di festa. Da lontano, tra quei corpi in movimento, aveva intravisto un uomo a cavallo che dava ordini, correva dalla testa alla coda del corteo. Lo fiancheggiava, animandolo. Lo teneva in pugno.

«Don Ernesto, lei sa chi è quello uomo?» aveva chiesto Helene Pontipirani al suo accompagnatore, rallentando la cavalcata e fermandosi a guardare la scena. Helene aveva meno di trent’anni, da circa dieci viveva a Parigi dove era diventata giornalista, la sua famiglia era però appartenente all’altissima nobiltà romena, imparentata con l’aristocrazia terriera dello stato del Morelos. Lei, bianca come porcellana e agile come un’amazzone, fin dall’adolescenza era cresciuta su quelle stesse terre arse dal sole che ora, davanti ai suoi occhi, erano attraversate da quell’uomo a cavallo e dalla sua gente in festa.

«Don Ernesto, lei sa chi è quello uomo?» aveva insistito senza farsi frenare dall’imbarazzo verso il ricco proprietario di cavalli che la stava scortando in quella passeggiata.

«Beh, Eccellenza, le saprebbero rispondere anche le pietre del Morelos: quello è Emiliano Zapata». A sentire quel nome, Helene Pontipirani diede una leggera strigliata al cavallo, come per voler guadagnare qualche altro metro ed avvicinarsi un po’ di più a lui. Emiliano Zapata. Non ci poteva credere. Lo stesso Emiliano Zapata che appena tredicenne le aveva portato un mazzo di orchidee in segno di apprezzamento? Lo stesso Emiliano Zapata che aveva acceso in lei il fuoco della passione? Ma anche quello che, suo malgrado, le aveva fatto conoscere da subito la distanza tra la sua gente e il popolo? Una distanza che lei, come Emiliano, aveva sempre detestato.

Helene era ancora assorta nei suoi ricordi quando, con la coda dell’occhio, dall’altra sponda della valle intravide l’avanzata a cavallo dei rurales. «Don Ernesto, che succede? Perché non se ne avvedono?». L’uomo rimase senza parole; probabilmente le sentinelle di Zapata non si erano ancora accorte di niente; i soldati si avvicinavano, armati, e quando finalmente una staffetta era riuscita a dare l’allarme, i rurales erano già troppo vicini per poter convincere le persone a non sparpagliarsi, a non ritirarsi disordinatamente. I rurales risalivano il colle, arrivando ormai a poche decine di metri. «Eccellenza, venga, torniamocene indietro» disse don Ernesto, ma Helene Pontipirani non ne voleva sapere. Il suo sguardo tagliava la scena in maniera decisa, ed era incollato alle briglie di Zapata. Quando si sono sentiti i primi spari, Helene vide Emiliano organizzare in tutta fretta la ritirata delle donne e degli anziani, ordinare una copertura da parte degli uomini a piedi e dei pochi a cavallo, divisi in piccoli gruppi che avrebbero dovuto confondere l’attenzione dei rurales; ma quelli, fucili in spalla, avevano un obiettivo ben chiaro: il portavoce del popolo, l’animatore di quella provocazione, l’addestratore di cavalli chiamato Zapata. Era verso di lui infatti che due rurales stavano puntando una mitragliatrice da 35 mm. L’avevano caricata. E come se potesse sentire quel desiderio di morte nei sui confronti, Zapata girò il cavallo. Estraendo il lazo puntò verso i due soldati. Ma era lontano per poterli fermare; “troppo lontano”, pensava Helene Pontipirani e così, il cavallo della giovane principessa-giornalista, venne sospinto fino a mettersi tra la mitragliatrice e il suo obiettivo. Tra Zapata e la morte. I rurales, increduli per il gesto della donna, non azzardarono a sparare. Zapata, accorciatesi le distanze, aveva potuto lanciare il lazo che si avvolse perfettamente sulla canna dell’arma, facendola volare dalle mani dei suoi nemici.

Helene col cuore in gola, lo vide sfilare davanti ai suoi occhi, rapido, sobbalzando da cavallo come una sella sganciata. Ma salvo.

Da quel momento in tutto lo stato del Morelos si disse che Zapata aveva sconfitto un intero esercito con un lazo, per difendere la terra. Da quel momento, Zapata scomparve come un fantasma dietro l’ombra di quelle colline, e dandosi alla latitanza era diventato imprendibile come il vento crescente della disobbedienza che iniziò ad agitare l’intero paese e, di notte, anche i sogni del suo Presidente, Porfirio Diaz.

 

3. La spia del vento.

Ed è proprio come del vento che si parla di Emiliano Zapata a Cuaùtla. Le notizie che arrivano in città dalle fonti più diverse dicono che si trova a poche miglia di distanza; ma c’è anche chi giura di averlo visto a sei ore di cavallo da lì prendere la città Jonatepec, da solo. Dei mercanti provenienti da est lo avevano visto alla guida di diecimila uomini sbaragliare Matamoros, e ancora Zapata esiste, non esiste, Zapata è ovunque, come ovunque è il vento che si alza dietro le colline che circondano Cuaùtla, nella Primavera del 1911. Il Generale Munguìa ha ricevuto dal Presidente in persona l’ordine di fermarlo, questo vento, di ammazzarlo, reprimendo così questa rivolta di straccioni. E allora tutta Cuaùtla è blindata, ripiena di bocche da fuoco, pronta all’agguato, da giorni. Ma per giorni interi, non si vede arrivare nessuno, ad eccezione di un lieve soffio di vento.

Anche il mercato del giovedì è sorvegliatissimo. Si teme che tramite qualche peones Zapata venga a sapere di ciò che l’attende. Si teme che ci possano essere delle spie. Un uomo, con una camicia logora e i capelli arruffati sotto al sombrero norteño viene spinto per terra da due soldati del Quinto Dorato, il reggimento per eccellenza dell’Esercito messicano, quello che Porfirio Diaz ha scelto per cancellare il nome di Zapata dalla Storia.

L’uomo è un mercante di aguacates. Gli hanno trovato addosso una mappa. E’ stato perquisito, il suo carretto gettato a terra. Lui insultato e malmenato.

«A cosa ti serve questa mappa? Chi devi condurre fin qui, Zapata?» lo strattona un sottufficiale, che da giorni attraversa la città, dalla piazza centrale alle mura, attendendo – invano – di poter sferrare l’attacco contro i rivoluzionari. Il mercante è scosso, spaventato, piange e dice che lui in realtà è un fabbro, ha portato il carretto del fratello malato e che la mappa gli serviva per raggiungere Cuaùtla dal suo paese. Il sottufficiale osserva l’uomo, in lacrime, sporco, sdraiato nella polvere come un cane randagio. Rimane a guardarlo per qualche minuto. Poi sputa a terra. Richiama il suo appuntato e con lui si allontana.

I soldati del Quinto Dorato sono solitamente di istanza a Città del Messico, adorano la capitale, i suoi vicoli, i suoi svaghi nelle libere uscite. Le bevute, le donne, l’aria remissiva e di riconoscenza che la gente dimostra al loro passaggio. Ma qui, a Cuaùtla, non ci sono sale d’azzardo, non ci sono bar né bordelli. E da una settimana si attende un nemico che avrebbero dovuto sbaragliare in poche ore, un nemico che le ultime ronde danno ancora lontano, forse lontanissimo, anche se dal giorno del loro arrivo non si parla che di lui.

Ed Emiliano Zapata, se avesse potuto fare di testa sua, non li avrebbe fatti trascorrere quei giorni. L’accampamento era stato smontato, i cavalli sellati, le munizioni contate. Si era tagliato la barba all’alba, lasciando bene in vista i suoi mustacchi neri. Alle prime ore di luce, aveva dedicato uno sguardo intenso e deciso: “Prendere Cuaùtla per affermarsi definitivamente in tutto il Morelos”. Poi era arrivato un uomo, diceva di essere un mercante, no un fabbro, e di giungere direttamente da Cuaùtla, con un biglietto. Un biglietto inatteso. Un biglietto impensabile, per il suo contenuto e per la firma che portava. Zapata ha subito chiamato Pròculo. Si sono parlati rapidamente, in piedi, così vicini che le loro voci sembravano solo pensate.

«Pròculo, non attaccheremo Cuaùtla, oggi».

«Ma Emiliano, che scherzo è questo? Sei stato tu a dire...»

«Pròculo, ascolta» lo ha interrotto Zapata, allungando il biglietto sulla fiamma di una candela che bruciava su un tavolino, poco distante da loro, incenerendolo.

«Dobbiamo dividerci e prendere Axochiapan. Manda Eufemio con cento uomini a Chietla. Abbiamo bisogno di nuove armi, nuove munizioni e se possibile anche di altri uomini».

«Ma Emiliano, hai paura di affrontare una misera guarnigione di fanteria? Non ti riconosco, davvero tu...», quasi senza dar peso alle obiezioni dell’amico e braccio destro, Zapata ha proseguito con gli ordini: «Io e Serafìn faremo lo stesso, muovendoci verso Metepec e Atlixco», poi, vedendo ancora quello sguardo sorpreso nei suoi confronti, ha aggiunto: «Non ho paura di niente, Pròculo, neanche dell’inferno. Ma a Cuaùtla, amico mio, mi dicono che quel che ci attende è molto peggio dell’inferno e dobbiamo arrivarci preparati».

Così come preparati ormai lo sono da giorni gli uomini del Quinto Dorato, al comando del Generale Munguìa. Preparati a ricevere qualche centinaio scarso di contadini male armati e sorpresi. Sorpresi forse non più dello stesso Generale nel notare la bellezza disarmante della nuova arrivata in città. Solitamente i corrispondenti esteri sono uomini di mezza età, un po’ goffi e pieni di spocchia, incapaci di pronunciare in maniera decente lo spagnolo. Figli di un’Europa che guarda al Messico con occhi miopi e con inadeguato progressismo. Mentre l’inviata francese sembra quasi una modella, il suo spagnolo è fluente, elegante, come la sua persona. La curiosità che dimostra nelle strategie militari affascina il Generale Munguìa e per lunghi tratti – quelli nei quali si giova d’intrattenersi con lei – gli fanno anche dimenticare l’ansia pressante di quell’attesa.

«Sono desolato che si debba allontanare dalla città, señorita. Ma abbiamo già fatto fuoriuscire tutti gli stranieri, è rimasta solo lei». Il Generale Munguìa mostra alla sua interlocutrice un sorriso imperfetto, con due denti mancanti, ma, l’accondiscendenza di lei gli fa credere che i suoi modi maldestramente educati possano esserle graditi. La donna si lascia infatti prendere la mano ed accompagnare alla porta del Comando, oltre la quale l’attende un altro ufficiale incaricato di scortarla fuori da Cuaùtla.

Prima di congedarsi il Generale Mungìa si accosta alla giornalista francese più di quanto aveva mai fatto in quella settimana in cui lei era stata ospite del suo reparto.

«Señorita Pontipirani... » le parole sussurrate dall’uomo sono però interrotte da un gesto della mano della bella e giovane donna: «Mi chiami pure Helene».

«Helene, quando l’ho vista soccorrere quel volgare mercante perquisito dai miei uomini giù al mercato, il Generale che è in me è stato tentato di richiamarla all’ordine ed espellerla immediatamente dalla città, ma... », Munguìa si concede una pausa in cui indugia sui lineamenti della donna: «... ma l’uomo che è in me, non avrebbe mai potuto perdonare il Generale, di essersi privato di una così sublime visione». Helene sente il respiro dell’uomo nel suo, odora di tabacco, di mescal e sudore. «E mi raccomando, Helene, quando scriverà della morte di Zapata ne parli come di un impresa, non come di un’imboscata di un intero esercito. Si tratta è vero di un pezzente ma, d’altra parte, prima di me non è ancora riuscito a prenderlo nessuno. Quando sarà, esageri. Esageri, Helene». [ Il Generale termina il discorso allargando nuovamente il sorriso bucato e osando uno sguardo insistente negli occhi blu di Helene Pontipirani, che di contro socchiude in maniera decisa le sue belle labbra rosse: ]

«Non si preoccupi, generale Munguìa... »

«Ah, mi chiami Eutìquio, por favor... »

«Non si preoccupi, Eutìquio... » Helene per un attimo, ha un calo di voce, il sorriso sadico del Generale le fa temere che il biglietto potrebbe anche non essere arrivato. Che forse Emiliano, il suo Emiliano, potrebbe non essere stato avvertito e quindi destinato a morte certa. Ma il pensiero passa, rapido, come il vento che fuori da quelle finestre agita una tempesta di sabbia prossima a venire. Ed Helene può terminare la frase: «... le garantisco che nel mio articolo, Eutiquio, esagerare, parlando di Emiliano Zapata, sarà proprio quel che farò».

 

EPILOGO DEI FATTI

Dopo quattro giorni di combattimenti, folli e sanguinosi Zapata, su consiglio di un esperto coltivatore della zona, decide di far bruciare tutte le foglie di chili trovate in città. I soldati di Munguìa, già decimati e assediati nella torre della Cattedrale, vennero accecati dal fumo del chili in fiamme. E così, il 14 maggio 1911, il celebre Quinto Dorato capitolò e Cuaùtla fu presa.

A Profirio Diaz – morto nel 1915 durante l’esilio francese – succedettero altri uomini di potere che altri uomini di popolo combatterono.

Helene Pontipirani continuò a nutrire la sua ammirazione per Emiliano. Un’ammirazione che era diventata, già da tempo, irrefrenabile passione.

Di Emiliano Zapata – el hombre del pueblo – cosa possiamo dire, che non ci prenda una vita intera per narrarlo? Si può dire quel che è noto, e cioè che otto anni dopo quella battaglia cadde per un tradimento. Helene quella volta – camuffata da donna indigena per passare i numerosi posti di blocco – non riuscì a persuaderlo di non fidarsi. Il corpo del condottiero fu sfracellato dalle pallottole, la sua testa portata in giro per tutto il Morelos come un trofeo, come un monito: neanche il vento ci può sfuggire. Ma si sbagliava, Carranza – il dittatore di turno – perché quel vento che soffiava le parole terra e libertà gli è sfuggito e circola, forte ed impetuoso, ancora oggi, in Messico e in tutto il mondo.

Ma questa, per fortuna, è un’altra storia.

 

Lorenzo Iervolino

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