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Home Rubriche Perstrada Il profumo del pane - Benedetta S. Torchia

Il profumo del pane - Benedetta S. Torchia

Incrociavo le braccia sul tavolo, ci infossavo il mento, mettevo il boccone di lato, nella guancia, come un criceto. Ero capace di star lì, così, per ore. Senza mangiare. E la nonna mi raccontava le storie nella speranza che, distraendomi, ingoiassi. Mangia che altrimenti non cresci. Diceva. Mangia che sei magro. Se mangi ti dico un’altra storia: lo sai che un giorno sono andata a rubare il pane? Ma tu mangia, ora, che nonna ti racconta. Mia nonna aveva rubato il pane. Non me la figuravo. Sempre lì a dire questo si fa, questo non si fa, a girare il sugo, i doloretti, come diceva lei, il cortile e salutare le amiche, il carrello della spesa, un po’ zoppetta. Rubare il pane. Non lo sapevo.



Lì, proprio dove mi sedevo tutti i giorni, quando ancora la casa popolare non c’era, nella borgata, c’era nascosto Mario che, in quartiere, tra i cortili e i prati pieni di pecore, lo sapevano tutti dove stava ma nessuno faceva la spia. La vita era un po’ difficile, tra la strada ancora sterrata, i fossi e le baracche che non bastavano mai per tutti quelli che erano stati sfollati da san Giovanni e poi dal Colosseo e poi dalla Tiburtina. Sarà anche per questa vita un po’ difficile e per tutto il fango che rimaneva sempre attaccato alle scarpe che, qui, i soldati che avevano l’obbligo di tenere le divise in ordine e pronte e pulite per essere passati in rassegna, giravano poco. E sarà anche per questo che, di Mario, il generale Maeltzer - Comandante della Città di Roma, non vene a sapere niente prima della manifestazione del primo maggio quando ci incontrammo tutti insieme davanti alla chiesa, sulla piazza di Tiburtino III. L’anno era il 1944.

Era un mese che la razione di pane era passata da 150 a 100 grammi a cranio e né il prete, né Mario, né nessun altro pensava fosse giusto. A pensarci oggi, 100 grammi di pane al giorno sembrano anche una cosa normale. Nelle diete dimagranti, per esempio, ti suggeriscono di mangiarne 50. All’epoca però, almeno quella gente lì, riusciva a mangiare solo pane. Di altro ce n’era poco. Le vie piene di soldati, i posti di blocco, i contadini arruolati o fuggiti, la nuova furia scatenata dalla paura degli alleati inglesi e tedeschi, le razzie nelle campagne romane, il taglio delle vie di comunicazione; insomma, altre cose non si trovavano. Nelle borgate, qualche orticello tirato su a stento riusciva a resistere ma la riduzione dei grammi di pane colpiva duro.


La manifestazione del primo maggio non era passata inosservata e si temeva che la borgata fosse invasa dalle divise. La sera, le ragazze, con la scusa di vedersi per rammendare, tutte insieme, per risparmiare anche sulle candele, si ritrovarono in molte a casa di Caterina, a commentare quei fatti.

Erano arrabbiate. Avevano fame ma soprattutto erano tristi nel vedere i bambini che, per mangiare qualcosa, cercavano i pinoli.

Oltre a questo, poi, la presenza dei bastioni della caserma militare, quasi a un passo, lì vicino, prima che finisse il lastricato di cemento che copriva appena la via tiburtina e lasciva nel fango tutto il resto, sembrava una presa in giro. Quando tirava il vento si sentiva la tromba dell’alzabandiera e l’odore di sugo delle cucine e, se si stava attente, veniva giù anche l’odore del pane quando le camionette, la mattina all’alba, entravano piene di panini bianchissimi per le truppe di occupazione.


Le donne, di questo, erano sicure; qualcuno l’aveva anche visto: il forno tiburtino era pieno di farina. Quella bianca, non la ségale. Proprio quella buona per fare i bottoncini al latte. Destinati a quelli in divisa.

Caterina, per prima, disse: si va.


Si va, disse, come le signore lì al forno Tosti, al quartiere Appio. Come le signore che avevano strappato il pane del forno di Borgo Pio a quei fetenti della Guardia Nazionale Repubblicana buttandoli giù dal camion.

Tutte volevano andare e tutte avevano nel petto la paura di finire come le donne del ponte di ferro del passato venerdì di Pasqua. Una vera passione era stata. Dieci ne avevano fucilate. Una, l’avevano ammazzata sotto il ponte, ancora mezza nuda, e, le altre, le hanno fatte girare verso il Tevere e poi colpite alla schiena. Non erano riusciti neanche a guardarle nel viso. E non avevano fatto avvicinare nessuno, neanche per sistemarle un po’; lì, da sole, fino al giorno dopo.

Le cose i tedeschi pensavano che non si sapessero perché le borgate sono lontane ma Roma è piccola, in certi casi.


Così, si sapeva anche che i nazifascisti stavano intensificando la scorta armata ai convogli e ai depositi e anche ai punti di distribuzione di pane e farina. La vigilanza al Tiburtino non era ancora alta. Ma dopo la manifestazione del primo maggio si sarebbe intensificata e bisognava decidersi prima che anche quelle strade sterrate fossero invase e diventassero impraticabili.


E allora Caterina, per prima, disse: si va a fare l’assalto al forno.

Di nascosto dai mariti che non volevano. Di nascosto da fratelli e amici che temevano.

Speravano, tutte queste signore, che qualcuno avesse ancora tenerezza di un nugolo di donne affamate coi lattanti in braccio.

Camminavano veloci, in silenzio, strette a farsi coraggio. Il due maggio, la mattina presto. Un buchino di luce dal forno, l’odore del pane caldo faceva quasi sorridere sullo sterrato. Si apre poco la porta e il buchino di luce diventa un filo verticale. Il fornaio ha lasciato via libera. Non c’è stato bisogno di forzare l’entrata.

Una pagnotta stretta al petto di ciascuna e le gonne o i fazzoletti piegati a tenere qualche filone di grano duro perché durasse più a lungo. Nessuna volle il pane al latte.

L’allegria si è spezzata in mezzo alla via al grido di una ragazzo della PAI. Voleva che si restituisse il pane. Per buttarlo, diceva, perché quel pane, dopo essere stato toccato da quelle mani, non sarebbe stato più buono neanche per le galline. Diceva.

Impietrite, con il pane in braccio, i sorrisi svaniti nell’alba. Si avvinghiarono a quel pane come a resistere insieme alla fame e all’offesa.

 

Dopo il primo, gli uomini della PAI arrivarono come formiche a sbriciolare quel bottino.

Una sventagliata di mitra disperse, come un cacciatore, quello stormo di colombe affamate.

Caterina colpita teneva strette la sua pagnotta e la sua bambina. Le è caduta addosso e le ha spezzato la schiena.

Per tutto il giorno rimase la pozza di sangue. Nel sole alto ci vedevamo le macchie scure del sangue rappreso. Nessuno poteva dimostrare pietà per quei corpi fermi e, solo l’indomani, una specie di processione riuscì ad avvicinarsi per andare a salutare questa donna che aveva sette figli e Mario, che in realtà di mestiere era poeta, mise lì, dove ancora rimaneva la macchia scura per terra, una specie di lapide con la scritta:

'Qui i fascisti hanno ammazzato /

Caterina Martinelli /

una madre che non poteva /

sentir piangere dalla fame /

tutti insieme /

i suoi figli'

 

La lapide, qualche tempo dopo, sparì ma ne ricomparve un’altra il giorno del 55° anno dalla morte di Caterina. Io ho cominciato a portarci un fiore ogni volta che cade il 2 maggio, insieme a tanti altri che non ho mai incontrato ma che il barista dice che sono gli anziani e i nipoti degli anziani di Tiburtino III.

Caterina fu l’ultima vittima degli assalti ai forni di Roma. Un mese dopo il suo omicidio, sono iniziate le distribuzioni straordinarie da parte delle truppe occupanti.

La scuola media che ho frequentato in quartiere è intitolata a Caterina Martinelli.

Insieme a Caterina, altre donne quel giorno furono colpite ma riuscirono a trascinarsi a casa. Mio nonno urlò di rabbia, paura e contentezza quando vide la nonna bianca come un cencio e il sangue lungo le calze.

E fino a che è stata viva sapeva sempre in anticipo il mutare del tempo perché, diceva che, dopo tanti anni, il proiettile si faceva ancora sentire.

Io sono rimasto magro e al servizio militare mi hanno riformato. Quel giorno sono andato a trovare la nonna perché aveva preparato la lasagna e non c’era bisogno che mi raccontasse un’altra storia per farmi mangiare. Era buonissima.

 

Benedetta S. Torchia

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«Iervolino ha trovato la chiave adatta a tramandare una leggenda»
Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano

«Lorenzo Iervolino con Un giorno triste così felice ci fa viaggiare nei luoghi e nelle idee di un’epoca alimentata da un’energia gioiosa e sovversiva».
Gabriele Santoro, minima&moralia

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