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Home Rubriche Perstrada I Ribelli non esistono. Una historia cubana - Lorenzo Iervolino

I Ribelli non esistono. Una historia cubana - Lorenzo Iervolino

Ore 05:42 del 16 dicembre 1958.

La luce del giorno sembra non voler arrivare mai. Il Tenente Perez Valencia l’aspetta in piedi, scrutando attraverso la finestra stretta e lunga che affaccia sul piazzale della caserma. L’aria è così umida che di tanto in tanto il vetro si appanna per il sudore che traspira dalla sua fronte, offuscandogli la visuale. In quei momenti crede che il nemico si accorga delle sue difficoltà e avanzi sfuggendo al suo controllo e a quello delle guardie.

Per qualche istante, il Tenente Valencia sente nel petto qualcosa a cui non sa dare nome.
Poi il vetro torna trasparente, il suo battito, regolare; la notte, lì davanti, semplicemente buio.

 

1. I Ribelli non esistono

La cittadina di Fomento è formata da una piccola rete di strade su cui sono schierate casette di legno bianche e azzurre. Diecimila anime appena, per lo più contadini e lavoratori di canna da zucchero. E’ l’ultimo centro abitato dopo i monti dell’Escambray, il primo della Provincia di Las Villas. Di due anni di guerriglia qui sono arrivati solo gli echi lontani che si rincorrono nelle città orientali. In qualche casa è giunto il debole segnale radio che i Ribelli trasmettono dalle montagne, col quale proclamano le loro vittorie, rassicurano le famiglie dei combattenti, invitano la popolazione alla rivolta. Ben più chiara è arrivata invece la voce del Governo Centrale che ha annunciato in diverse occasioni, e con fermezza, che non c’è nessuna insurrezione, solo il gesto disperato di una manciata di criminali, un manipolo di comunisti ben noti: i Ribelli - questi presunti Ribelli - non esistono!

Esistono però le punizioni per chi dà loro ospitalità, ed esiste la fucilazione, per chi si schiera con i nemici del popolo.

Ma questo, il Governo Centrale, non lo dice.

I Ribelli dunque non esistono, però se usciranno mai vivi dai bombardamenti sulle montagne, andranno fermati lì, a Fomento, prima che raggiungano il centro dell’isola: prima che raggiungano Santa Clara. Questo è il motivo per cui il Comando Generale dell’Esercito ha spedito tra quella rete di strade e le casette di legno bianche e azzurre, un contingente di duecento uomini armati di mitragliere M-1 e mortai a lunga gittata, comandati dal Tenente Perez Valencia.

Valencia è un ufficiale di carriera, alto di statura e largo di spalle; la mattina del 16 dicembre, mentre osserva il buio oltre la finestra, di tanto in tanto si alliscia i baffi, lunghi e folti, che lo fanno sembrare più vecchio dei suoi trentadue anni; o almeno è quello che crede. A causa del sudore gli capita anche di togliersi il cappello, asciugarsi in fretta la testa calva e tonda con il palmo delicato della mano, così diverso da quello massiccio e scavato del padre, un contadino mulatto di Bayamo, città orientale poco distante da dove questi criminali hanno iniziato a risalire l’isola. La sua è una famiglia contadina da generazioni, geneticamente umile, fatta di lavoratori molto simili agli abitanti di Fomento, e forse per questo non si è stupito dell’accoglienza ricevuta da quella gente all’arrivo dei suoi uomini: gli sguardi bassi, persone trasformate in ombre; l’intera cittadina, d’improvviso, abitata dal silenzio. Un’avversione che non gli piace, perché Perez Valencia fin dal primo giorno di Accademia – o forse ancor prima, quando, ultimogenito e unico figlio maschio dopo sette sorelle, ha lasciato la casa paterna, la terra, il lavoro, per proseguire gli studi e tentare la carriera militare – si è sempre sentito dalla parte del popolo, del suo popolo.

Il popolo cubano.

In ogni caso, pur senza il sostegno popolare, difenderà l’avamposto, frenerà l’avanzata dei Ribelli, anche se non esistono; e lo farà per un motivo molto semplice: perché è un ordine.

E in Accademia insegnano questo: ad ubbidire agli ordini.

«Tenente?! Ma... sono appena le sei, lei... »

Il sergente Salinas è una maschera di stupore dentro una nuvola di fumo, densa. E’ entrato nella stanza trascinando il suo corpo tutto ossa, e ora si affretta a spegnere il sigaro sotto il tacco dello stivale. Al suo ingresso, Valencia non si scompone, lo sguardo rivolto oltre il vetro della finestra.

Il Tenente è rimasto sveglio nonostante fosse il suo turno per riposare.

I due rimangono in silenzio, per alcuni minuti.

«... sa Tenente, non ci crederà, ma gli uomini insistono a raccontare questa storia e volevo sapere cosa... » il Sergente Salinas cerca di riprendere il filo del discorso con un po’ d’imbarazzo, più per essersi fatto sorprendere a fumare durante il suo turno di comando, che per il contenuto delle sue parole:

«... insomma pare che quei bifolchi comandati dall’Argentino siano riusciti a rompere l’accerchiamento, allontanandosi dalle montagne...  (pausa) ... a piedi!».

Dopo aver scandito con cura quel particolare, Salinas attende una qualche reazione dal suo superiore; ma invano. Passano alcuni istanti in cui si sentono nell’aria solo le evoluzioni dei Mosquitos; poi il Sergente Salinas prosegue:

«insomma, se fosse vero, avrebbero percorso quasi seicento chilometri in poco più di un mese, con la nostra Aviazione a martellargli piombo su quelle teste vuote... Non le sembra assurdo

Al Tenente Perez Valencia non sembra assurdo: sa che anche lui sarebbe in grado di un’impresa come quella. Ma ancora tace. Non accenna neppure a voltarsi, e ad interloquire con il sottufficiale.

«Tenente... » Salinas, seppure più basso in grado, potrebbe essere il padre di Valencia, per l’età che ha; si avvicina al Tenente, affiancandolo davanti alla finestra, quasi a voler capire cosa possa catturare l’attenzione del suo comandante tanto da privarlo del sonno:

«... io sono convinto che abbiamo a che fare con il solito mucchio di sbandati, militarmente disorganizzati e destinati ad una fine scontata... » segue una breve esitazione: il Tenente non abbocca neanche stavolta e non si espone;  «... ma un conto è se lo dico io alla truppa, altra cosa... è se lo dici tu, Perez».

A quel tono confidenziale, del tutto accettato in altre occasioni, il Tenente Valencia, pur non abbandonando la sua posizione di misteriosa vedetta, dà modo al Sergente Salinas di accorgersi di non essere un fantasma, o qualcosa di simile, in quella stanza, le cui mura sembrano sudare pure loro, tanta è l’umidità.

«Sergente, ordini che il cambio della ronda avvenga ogni due ore e che gli uomini possono riposare mezz’ora in più... » comanda al suo sottoposto, con voce calma ma dura, come mai aveva fatto con Salinas; «... passi l’ordine anche all’Hotel Florida e dica a Manzos che voglio una squadra di esploratori in ricognizione, qui, davanti la caserma. Prima che sia giorno!»

«Sissignore»

«Si faccia aggiornare dal Teatro Barroja e rassicuri Escudero sulla nostra copertura in caso di attacco»

«Sissignore»

«E... Sergente... » ora Valencia si volta, e a contrario della sua voce, che rimane calma e autorevole, mostra gli occhi piccoli infossati in una smorfia di chi sembra non aver perso solo il sonno di quella notte, ma dell’intera settimana:

«in quanto ai... Ribelli, sa bene come la penso... » lascia in sospeso la frase specchiandosi negli occhi attenti di Salinas e sperando di risultargli il più credibile possibile:

«... i Ribelli non esistono!»

In quel preciso istante, in fondo alla stanza del comando della caserma di Fomento, squilla il telefono. I due militari, al primo suono dell’apparecchio, sono entrambi tentati di tornare a guardare fuori della finestra, indovinare per primi qualcosa di sospetto.

Ma senza dirsi nulla, non lo fanno.

«Pronto, qui il Tenente Valencia... »

Sono le 6:27 del 16 dicembre 1958.

 

 

2. Un mito di carne e paura

La Sierra Maestra è stata come la Storia, generosa d’insegnamenti e forse, per certi versi, più grande della Storia, perché ha dato ai guerriglieri del 26 Luglio qualcosa di nuovo in cui credere: loro stessi. Ma la lotta sulla montagna è ben diversa da quella in pianura, in campo aperto, dove non ci si può mischiare con gli alberi, comparire come fantasmi nel crepuscolo: dove non si può far credere al nemico di combattere contro la montagna stessa.

Il Comandante della Colonna 8, un medico argentino di trent’anni, conosciuto come il Che, osserva il campo di battaglia da una leggera altura, a 20-25 metri dalla caserma. E’ trascorso un giorno e mezzo dalla mattina della telefonata a quel Tenente, ma gli pare di essere lì da più di un mese. I suoi uomini, con pochi fucili e armi di fortuna, sono appostati dietro piccoli gruppi di case, quelle bianche e azzurre di legno, che si ripetono tali e quali in tutta la città. Aspettano nuove direttive, perché fino a quel momento la caserma si è arroccata, chiusa in se stessa: un unico blocco organizzato, che attende la mossa successiva. L’unico nuovo segnale però è arrivato dalla notte, illuminata appena dai fuochi provocati dai B-26 dell’Esercito di Batista che, dal pomeriggio, hanno iniziato a volare sopra le loro teste, tagliandogli la via di fuga.

Per la prima volta in due anni di imboscate ed operazioni militari sulle montagne, l’Argentino, come lo chiamano i militari fedeli alla dittatura, esita, dubita: non sa che fare.

Continuare a rischiare i propri uomini davanti a quella caserma?

Organizzare la ritirata?

E se la caserma può difendersi ancora per giorni, per settimane?

E se la Colonna 2 non fosse riuscita a bloccare la strada di Placitas?

Sa che Fomento va presa, se si vuole arrivare al centro dell’isola, se si vuole arrivare a Santa Clara, l’unico modo per congiungere la parte orientale con quella occidentale: unire i rivoluzionari delle montagne con i cubani delle città. Ma nell’ultima settimana i suoi hanno mangiato poco e soprattutto, calcolando che hanno iniziato l’attacco con 40 munizioni a testa, saranno quasi alla metà della loro potenza di fuoco. Lui stesso, ultimamente, si è nutrito più di aspirine che di altro, per il dolore al braccio, per i crampi della fame.

Eppure la sua strategia iniziale era stata determinata, psicologicamente aggressiva: senza esitazioni.

«Siete accerchiati, qualsiasi resistenza sarà inutile... » aveva esordito dopo aver chiesto alla centralinista di poter interloquire con il militare più alto in grado presente nella caserma; «... inoltre la riterrò responsabile di ogni ulteriore spargimento di sangue Tenente... come ha detto che si chiama?»

«Valencia!»

«... Una volta concordata la resa, lei e i suoi uomini saranno liberati, a patto che lascino il territorio sotto il nostro controllo. A lei la scelta, Valencia»

Il Comandante Argentino si era sentito rispondere che la sua proposta era inaccettabile: la caserma non si sarebbe arresa, anzi, da quel momento, avrebbe combattuto con tutte le sue forze.

Il Tenente Perez Valencia, messo giù il ricevitore, si era passato una mano sopra la testa liscia, sollevando il berretto con l’altra. Durante tutta la durata della telefonata – probabilmente poco più di due minuti che gli erano sembrati lunghi quanto l’intera settimana trascorsa a Fomento – non aveva distolto lo sguardo dalla finestra, da quell’alba di cui ora era certo che la notte, prolungata e misteriosa, continuava a coprire l’avvicinamento del nemico. Poi aveva di nuovo incrociato lo sguardo con quello del Sergente Salinas, che pur non avendo sentito l’altra parte del discorso, mostrava di aver ben chiara la situazione:

«Era... lui?» aveva domandato il Sergente, riaccendendo frettolosamente il mozzicone del sigaro recuperato dal pavimento. Valencia aveva finto di non vedere e, soprattutto, di non sentire.

Era già concentrato sulla strategia: difendere l’avamposto, e attendere i rinforzi.

Questo insegnano in Accademia.

I ribelli non esistono aveva pensato, prima di dare disposizioni: ma ora ci toccherà combatterli!

Questo timore iniziale dei batistiani comunque era ignoto al Comandante ribelle.

Sono passati quasi due giorni dalla richiesta di resa e la Colonna 8 si trova ancora a venticinque metri dalla caserma, dentro la quale uomini molto meglio armati e numerosi più del doppio, si difendono senza uscire allo scoperto. Non è riuscito a far credere a quel Tenente di essere davvero accerchiato. Di essere di fronte ad una forza molto più grande e determinata.

E ora?

Deve decidere una mossa, il Comandante Guevara, perché se dalla caserma attendono in quel modo, vuol dire che aspettano i rinforzi, prima di passare all’offensiva e allora devono sbrigarsi. Come se non bastasse il Comandante sente lungo il corpo intero una stanchezza massacrante: tutte le ossa pulsano di dolori, ferite, notti trascorse in marcia e giornate interminabili con i nervi a fior di pelle, a pensare più in fretta delle pallottole della dittatura: inventare strategie nuove per combattere contro la mentalità del nemico, contro la sua mente gerarchizzata e piena di vecchie regole militari.

Una vera e propria guerra psicologica. Perché usando solo armi, lo sa - lo ha sempre saputo dai giorni dell’addestramento in Messico - non sarebbero neanche usciti vivi dalla Sierra Maestra.

Ma ora?

Deve decidere una mossa, il Comandante Guevara.

Rischiare gli uomini?

Ritirarsi ed attendere la Colonna di Camilo?

Davanti al suo sguardo il conflitto è in stallo. In lontananza le deflagrazioni dei bombardamenti sembrano intensificarsi. Ha un improvviso dolore alla fronte. Cerca di soffocarlo premendo con una mano, l’altra non molla mai la presa di uno dei pochi Winchester che la sua Colonna ha a disposizione. A contrario di quanto alcuni contadini dicano al suo arrivo nei diversi paesi dell’isola, non sente di avere sette vite, di essere alto come due uomini e di poter camminare senza batter ciglio fra i proiettili dell’esercito: il Comandante Argentino, il Che, che per molti cubani grazie alle notizie di Radio Rebelde è già un mito, ha paura.

Si sente ricoperto di paura.

Di carne e paura.

«Comandante... Comandante?... Che!: mi è venuta un’idea... Un’altra idea: questa volta funzionerà!»

Sono le 23:23 del 17 dicembre 1958.

 

 

3. La strategia dell’inganno

Roberto Rodriguez è un uomo basso ed esile, è un contadino di ventitré anni, che sulla Sierra non ha solo imparato l’arte della guerriglia ma anche a leggere in maniera accettabile. Nonostante abbia il mento ricoperto di una barbetta bruna e i capelli lunghi e sporchi, il suo aspetto rimane quello di un ragazzino che non dimostra più di diciotto anni. Il suo petto è avvolto da caricatori, i suoi occhi sono sempre accesi come focolari nelle tiepide notti delle montagne.

Il suo nome di battaglia è il Vaquerito.

Il Vaquerito è a capo di un piccolo gruppo di soldati, ancora più giovani di lui, poco addestrati, ma tra i più coraggiosi di tutta la guerriglia. Non a caso s’imbattono sempre in imboscate, avanscoperte, missioni di sabotaggio che avvengono sotto i baffi del nemico. E non a caso, questo manipolo formato da poco più che adolescenti viene chiamato con un nome eloquente: il Plotone Suicida.

Dice un’altra idea, il Vaquerito, perché nel primo pomeriggio di assedio aveva tentato di metter su uno strano concatenamento di tubi in grado di ricoprire la distanza dalla prima linea alla caserma, e di portare benzina fin sotto le sue mura, per farla bruciare. Ma non si erano trovati tutti i materiali e strisciare fin sotto quelle mitragliere stipate dietro le mura alte e perentorie, sarebbe stata una missione davvero suicida; anche per il Plotone Suicida.

Ma questa è un’altra idea. E questa volta funzionerà, dice.

Il Comandante Argentino guarda il Vaquerito, sforzandosi di non vedere in lui il giovane contadino arruolatosi nella guerriglia pochi mesi prima, quasi per scherzo. Oltre al dolore che gli invade la fronte, facendogli credere che prima o poi scoppierà, tenta di affievolire l’immagine del Vaquerito che inizia a pronunciare le prime vocali, leggendole dalla lavagna delle scuole rurali che la nascente rivoluzione si lascia dietro, sulle montagne, come anche i piccoli ospedali da campo in ogni paese attraversato.

Il Che, con la barba lunga, la testa pesante, il corpo che brucia delle ferite accumulate in due anni di guerriglia, si preme gli occhi con due dita. Si rintana per qualche istante nell’isolamento del suo pensiero. Sente a poca distanza il respiro del ragazzo, del suo allievo, allievo di armi e di grammatica. Quando riapre gli occhi, fortunatamente, davanti a sé riesce a vedere solo il suo uomo più coraggioso, così capace di giocare con la morte da spiazzare le mosse del nemico, così pieno di fuoco, nello sguardo e nel corpo, da voler prendere in pugno quella situazione disperata.

E di questa disperazione, il Tenente Perez Valencia non sa nulla. Come non sa per quale folle motivo i rinforzi da Santa Clara non siano arrivati. Due ore soltanto la distanziano da Fomento: e invece sono passati quasi due giorni! Oltretutto qualcosa, all’inizio di quella notte, è cambiata. I Ribelli, loro sì, devono aver ricevuto rinforzi. Sono tre ore abbondanti che il loro fuoco cade come una pioggia tropicale sulle mura della caserma, un accerchiamento che è montato improvviso come un tifone rimbalzato sul Golfo del Messico.

Sono triplicati di numero, e forse più.

Questo si dice il Tenente Valencia nella stanza di comando della caserma, non più in piedi in posizione con lo sguardo sul piazzale, ma dietro ad un grosso tavolo e accovacciato accanto a quel telefono da cui aveva sentito, la remota mattina del 16 dicembre, la voce del Comandante Argentino. Al suo fianco, con lo sguardo in terra, il Sergente Salinas tiene fra le labbra il suo sigaro, un mozzicone logoro bruciato quasi per intero. Il Sergente sa bene che ormai il sigaro è finito, ma non vuole lasciarlo cadere giù. Il sangue continua a uscirgli sotto la fasciatura che gli ricopre la spalla sinistra, e quel sapore di tabacco umido gli pare l’unica cosa che lo possa convincere di non essere già morto; o peggio: fatto prigioniero da un mucchio di bifolchi senza nessuna preparazione militare.

«Sergente, il Teatro è stato bruciato dai braccianti, hanno messo in fuga la squadra di Escudero con delle bombe Molotov...

«Abbiamo abbandonato il Florida e abbiamo almeno quaranta uomini tra caduti e feriti gravi... »

Il Tenente Valencia ha il capo calvo scoperto, i baffi da cui goccia il sudore in maniera evidente. Accanto a lui, la smorfia di dolore del Sergente Salinas la può intuire dalle rughe ancora più accentuate sui suoi zigomi, anche se questi, il suo sottufficiale, non sembra neppure starlo a sentire.

«Io chiamo il Comando, José. Questi non sono quattro montanari allo sbaraglio: questo è un esercito!» a quelle parole del Tenente, Salinas fa scattare le mascelle, con le ultime forze che sente in corpo e dentro la testa; il rumore continuo degli spari sulle pareti, sulle finestre, non riesce a coprire quello delle scrocchio delle sue ossa, e del sigaro, un piccolo gomitolo di foglie annerite, caduto sul pavimento.

Senza nessun altro movimento, sentendosi solo nella stanza, il Sergente Salinas muove lentamente le labbra:

«Qui... il comandante... è lei... Tenente.»

Il fuoco ribelle cessa meno di un’ora più tardi. Valencia ha avvisato il Comando a Santa Clara della situazione e della necessità di arrendersi ad un nemico più numeroso e meglio armato.

Del resto, anche questo lo insegnano all’Accademia.

Quel che invece non insegnano in Accademia è come comportarsi quando sotto le bandiere bianche ammainate fuori della caserma e attraverso la sua porta spalancata, non si vedono sfilare gli ufficiali di un poderoso esercito, la linea ordinata di un plotone armato e ben schierato, ma un manipolo di ragazzi, con le scarpe bucate, le barbe lunghe, i capelli folti e sporchi: quattro bifolchi montanari che hanno sparato tutte le loro munizioni in un paio d’ore, per far credere all’Esercito della dittatura di essere assediati da un’infinità di uomini armati fino ai denti, un nuovo contingente arrivato a dar man forte all’assedio. In poche parole, non l’accerchiamento di qualche decina di contadini e rivoluzionari ricoperti di ferite, ma un vero e proprio Esercito Ribelle.

Il Vaquerito inizia la ricognizione delle armi e delle munizioni conquistate, e non sa che mancano tre giorni alla sua morte e alla fine del Plotone Suicida.

Il Comandante Argentino dà disposizioni perché vengano curati i militari feriti, a partire da quel Sergente, riverso a terra, in fin di vita, e non sa che mancano quattordici giorni alla presa di L’Havana e alla fine della guerriglia.

Il Tenente Perez Valencia si aggira per la stanza del comando invasa da quei Ribelli, di cui ora nessun Governo può di certo negare l’esistenza, e non sa che tra sette giorni, anche lui, farà parte della guerriglia del popolo, del suo popolo.

Il popolo cubano.

Sono le 7:01 del 18 dicembre 1958.

 

Lorenzo Iervolino

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«Iervolino ha trovato la chiave adatta a tramandare una leggenda»
Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano

«Lorenzo Iervolino con Un giorno triste così felice ci fa viaggiare nei luoghi e nelle idee di un’epoca alimentata da un’energia gioiosa e sovversiva».
Gabriele Santoro, minima&moralia

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