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Home Rubriche R. M. nell'epoca della sua riproducibilità tecnica Modello per Body Sushi - Roberto Mandracchia

Modello per Body Sushi - Roberto Mandracchia

Lo chef Yamaguchi indugia un po’ troppo sulle foglie grandi che mi coprono il pube depilato, ma io non dico niente: se guadagno questi soldi lo devo a lui, al suo scegliere il mio portfolio dalla pila sulla sua scrivania. Sai come funziona nyotaimori, mi aveva chiesto con inaspettato accento lombardo. Ho visto le foto su internet, avevo risposto. Nessuna esperienza quindi, aveva detto imbronciato, e lavoro molto difficile perché stare immobili e non interagire per nessun motivo con clientela. A quello sono abituato, avevo detto con un sorriso, ho fatto il modello in una scuola di pittura. Immaginavo, aveva detto facendomi l’occhiolino. Allora nessun problema, aveva detto sorridendo, e paga molto buona. Poi aveva teso la mano per suggellare la mia collaborazione, la stessa mano che adesso sta piazzando il nigiri gelido sui miei capezzoli che subito s’inturgidiscono. Lo chef Yamaguchi se ne accorge. Tin, esclama facendo scattare il suo dito indice in su. Tin, esclama di nuovo ridacchiando. Testa di cazzo, penso mentre fingo di ridacchiare. Oggi a chi tocca, gli chiedo mentre poggia la tempura sulle foglie grandi che mi ricoprono il petto depilato. Festa di addio al nubilato, mi dice. Merda, penso mentre lui sistema sul dorso depilato della mia mano il sashimi. Molte donne arrapate, dice imbronciato, tu non parlare mai con loro ricorda. Annuisco. Quante, chiedo. Undici donne arrapate, dice, tutto peggio di Nagasaki.

 

Pronto Robertù, dice mia madre al telefonino.
Ohi ma’, le dico.
Tutto bene lassù?
Al solito.
Senti, ieri tua nonna mi ha chiesto cosa stai facendo e io me lo scordo sempre. Che lavoro è?
Management consulting.
Ah.
Consulente gestionale, ma’. Consulente. Gestionale.
Sì, va bene, sì. Ma lo stesso me lo scorderò, vedrai.
Vado.
Tutto bene allora.
Tutto tranquillo. Ciao, ma’.
Ciao. E ricordati che.
Ciao, dico e poi chiudo la chiamata.
Che minchia sarà ‘sto management consulting, penso.


Le depilazioni totali. I lunghi bagni col sapone neutro. Le docce fredde. Il rimanere immobili. Il contatto del corpo nudo con gli alimenti freddi. Il silenzio.
Questo il rituale che risale, escluso il sapone neutro, al diciassettesimo secolo. Splendente e feudale periodo Edo. Shōgun della famiglia Tokugawa. Pochi eletti a banchettare sulla nudità delle donne più belle del Sol Levante. Lontano dall’attuale crisi economica occidentale e dall’affitto del mio appartamento a Porta Ticinese. Nyotaimori significa "presentazione del corpo", ma dubito che le prescelte dai Tokugawa fossero esposte per ore e ore, com’è capitato a me, alla massacrante umidità del ponte di uno yacht o agli asfissianti discorsi di una coppia in crisi. Ma i matrimoni infelici significano soldi per me. Lei non raggiunge un orgasmo dai tempi dei Tokugawa, lui è ancora arrapato come quando aveva vent’anni, il consulente matrimoniale consiglia loro di ravvivare il rapporto, loro ravvivano il rapporto con una bella cenetta body sushi. Loro ravvivano il rapporto pasteggiando ai lati di un lenzuolo con me adagiato sopra. Loro agitano goffi le bacchette sul mio corpo, mentre la mia mente si rintana da qualche parte. Si rintana nello splendente e feudale periodo Edo. Si rintana nell’ultima bolletta del gas consegnata dal postino. Si rintana nelle oscillazioni fra il prezzo di domanda e quello dell'offerta, qualsiasi cosa significhi. Si rintana nelle fregnacce che racconto ai miei parenti. Cara, dice lui con un accenno di erezione, mi passeresti il sashimi di salmone? Certo tesoro, dice lei rossa in viso, tutto quello che vuoi. Nove volte su dieci il pezzo richiesto da lui sta piazzato sopra il mio cazzo. Dieci volte su dieci, se si tratta di una coppia omosessuale.


E quindi tu saresti tipo un vassoio, dice il mio coinquilino.
Piace pensarmi come un esponente della body art, gli rispondo, non so se hai presente la cosa.
Il mio coinquilino annuisce poco convinto mentre tira su la cerniera lampo dei suoi jeans. Poi preme lo sciacquone e fa per uscire dal bagno.
Le mani, gli dico.
Eh?
Non te le lavi?
Il mio coinquilino mi fissa.
Da uno che si sta facendo la ceretta alle gambe non prendo certo ordini, dice.
Ed esce dal bagno.
Milano costa, gli grido mentre con una spatola spalmo la cera tiepida sulle rotule.


Undici donne arrapate, dice lo chef Yamaguchi, tutto peggio di Nagasaki. Poi mi dà un buffetto sulla guancia ed esce dalla sala privata. Con la coda dell’occhio guardo i calici in vetro, i piattini in ceramica, le confezioni monouso di bacchette. Sia sul mio lato sinistro che su quello destro. Poi entra il cameriere che mi odia perché lui è uno scorfano e quindi guadagna meno di me. Sono arrivate, gli chiedo mentre accende le candele. Lui fa finta di non aver sentito. Sono arrivate, chiedo di nuovo. Il cameriere mormora qualcosa in giapponese. Sono in ritardo, dico. Stanno arrivando, dice seccato in italiano, hanno affittato una limousine. Bene, penso, ci scappa sempre qualche extra con chi prende anche la limousine. Le candele accese, io sdraiato sul lenzuolo e la gente intorno mi ricordano sempre la veglia funebre per mio nonno, quando ancora stavo giù. Solo che, per quanto immobile e silenzioso, io sono ancora vivo. Solo che mio nonno fra le dita dei piedi non aveva fiori di loto, sullo sterno non aveva dell’hosomaki, e non era nudo, e la gente intorno piangeva o recitava rosari. No, il paragone non regge se adesso guardo con la coda dell’occhio le quarantenni scalmanate che si affollano intorno a me. Queste bertucce bercianti e devastate dal lifting che ingollano prosecchi e agitano le bacchette come fossero dildi. Ridono sguaiate. Si danno di gomito come liceali. Mi palpano. Si rivolgono al cameriere chiamandolo Tamagotchi. Costringono la festeggiata ad afferrare direttamente con la bocca il nigiri sul mio capezzolo. Lei lo fa e poi, già che c’è, mi dà una leccata al capezzolo infradiciandomi con la sua saliva al sake. Scoppiano tutte a ridere e partono pure loro con le bocche strapazzate dal chirurgo plastico. La festeggiata finge di incazzarsi e ripete come un disco rotto che sono suo, solo suo, sono suo. E si avvicina di nuovo e mi sorride e poi il sorriso si trasforma in una smorfia. E mi rigetta addosso tutto il pesce crudo e il riso e il prosecco. Le altre scoppiano di nuovo a ridere. Si danno di gomito. Io resto immobile e silenzioso. Milano costa, penso.

 

Roberto Mandracchia

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