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Home Rubriche R. M. nell'epoca della sua riproducibilità tecnica Mascotte del parco divertimenti - Roberto Mandracchia

Mascotte del parco divertimenti - Roberto Mandracchia

 

Cosa? Cosa avrei fatto? Tu. Tu, certo. Ah, io? Certo, io. Ma guardati, guardati un attimo allo specchio, una volta tanto. Io. Figuriamoci eh. No, non stai capendo. E’ arrivata la martire. Diamole tutti la palma del martirio! Avanti! Non affollatevi! Io. Sempre io. Sempre e soltanto. Due pesi e due misure, ecco la verità. Due pesi. E due misure. No, senti, non stai capendo, non stai capendo tu. Tu! Io devo tenermi i pensieri per me, tu invece puoi vomitarmi addosso lo schifo, come no. Certo! Non pensiamoci neanche a questa cosa, certo, ma aspettiamo la palma del martirio! E la palma non arriva e chissà perché, c’hai pensato? Te lo dico io. Te lo dico: perché tutti sono lì che la aspettano. Come te. Ecco perché non arriva. Non possono darla a te perché l’aspettano loro, mi capisci? E io mi sono stancato di queste cazzate. Neppure se tu fossi l’unico essere umano al mondo avresti soltanto tu dei problemi perché con te, con te nei paraggi, li avrebbero pure gli animali. E io sono stanco.

Ma forse è inutile pure dirtelo perché in testa c’hai solo il ronzio di te e te e te. Ah, non è così? Ah, certo, sono ingiusto. Ingiusto io! Guardati, prenditi un cazzo di specchio e guardati. Guardati! E sputati! Ah, ma lo so benissimo che la tua saliva è così preziosa che la riservi solo a me, o mi sbaglio? Non rispondi, eh! Pronto? Pronto?

 

Mi accorgo che Carla ha chiuso la chiamata così come della gola in fiamme e delle mani che prudono e del sudore dentro il mio costume felpato da capretta e penso: l’ottavo, l’ottavo litigio in una settimana; e poi: o l’accoltello io o mi accoltella lei; e infine: mi avrà sentito qualcuno?
Faccio spaziare lo sguardo per il bagno riservato al personale e sembra non esserci nessun altro sotto la luce dei neon. Mi affretto a prendere in mano la testa felpata della capretta con le sue orbite vuote e la barba a punta. Per fortuna posso anche non sorridere ché non se ne accorge nessuno, penso mentre indosso la testa e l’aggancio al resto del costume. I guanti a forma di zoccolo dovevo averli lasciati nell’armadietto e così spingo con la pancia felpata il maniglione antipanico della porta tagliafiamma e quasi mi scontro col barista vestito da pirata che si chiama Gianni o forse Giulio.
Ehi Rumìna, dice il barista pirata, ti sei fatta ‘na sega al cesso?
Fa il gesto della sega e poi scoppia a ridere. Io sto zitto e mi limito ad agitare in aria le zampe perché è quello che faccio, da aprile a settembre: me ne vado in giro per i viali del parco ad agitare le zampe e fare qualche balletto sul posto. E adesso vorrei tanto strappare al barista pirata il finto orecchino a cerchio e ficcarglielo dritto in fondo alla gola soffocandolo, ma non posso farlo perché sono Rumìna, la capretta che vuole solo divertirsi e far divertire i suoi amichetti. Rumìna non si incazza; Rumìna non soffoca i baristi pirata che non sanno stare al posto loro; Rumìna riceve tanto, tanto affetto e ne restituisce il doppio. E soltanto io potevo finire a lavorare in un parco divertimenti così sfigato da avere, come mascotte, una capretta tanto ingenua.
Il barista pirata entra in bagno continuando a ridere e io mi sposto nello spogliatoio dove stanno gli armadietti. Apro quello con la targhetta MANDRACCHIA, scambio il telefonino surriscaldato con i guanti a forma di zoccolo e richiudo, di botto, come se lì dentro non stessi lasciando soltanto il telefonino ma anche Carla, la voce di Carla, i problemi di Carla. Poi infilo i guanti e il travestimento è di nuovo completo. Rumìna del cazzo, mormoro mentre spingo le altre porte tagliafiamma dell’edificio ed esco all’aperto, nell’afa di quella giornata di inizio agosto.

Girare per il parco dentro il costume è come stare avvolto in una coperta di lana dentro un baule e da lì ti arriva l’orribile brusio della folla che passa da un’attrazione all’altra, dei bambini che strillano, delle musichette delle giostre, dello sferragliare delle carrozze sui binari e intanto sudi, sudi, sudi. Guardarsi intorno dentro il costume è come spiare dal buco della serratura del baule e non riuscire a dare un significato alla confusione degli improvvisi gesti percepiti nel brusio.
Un neonato scoppia a piangere quando mi chino verso il suo passeggino. Un adolescente mi tira la barbetta. Rumìna, dice qualcuno. E io agito le zampe inzoccolate e faccio un balletto sul posto. Qualcuno mi urta, qualcuno mi stringe in posa per la foto, qualcun altro mi urta. E io agito le zampe e faccio un balletto sul posto. Intanto il caldo infernale mi prosciuga la bocca e trasforma il mio corpo dentro i vestiti dentro il costume in una nauseante fontana che zampilla sudore; e vorrei una cisterna d’acqua minerale o anche una bottiglia o anche una bottiglietta, ma questo significherebbe tornare di nuovo nell’edificio riservato al personale perché è proibito togliersi la maschera in pubblico e io sono troppo distante dall’edificio. Bella bella la capretta, dice qualcuno. E io agito le zampe e faccio un balletto sul posto. Una bambina mi tira la coda e mi ritrovo a odiare sia lei sia la madre col bicchierone di granita stretto nella mano. Rumìna riceve tanto, tanto affetto e ne restituisce il doppio. E penso a Carla, alla voce di Carla, ai problemi di Carla, e vorrei non pensarci perché già non so come sopravvivere all’intera scolaresca che scalpita verso di me come una mandria spinta dalla fame. La capra di merda, dice qualcuno. Fammi spazio, dice qualcun altro. E vedo teste che si voltano, un accenno di tette, braccia che mulinano l’aria, ginocchia che si piegano, capelli colorati di viola. E le foto sembrano non finire mai: prima così, poi così, questa è venuta mossa, un’altra ancora per sicurezza. E io agito le zampe in aria e faccio un balletto sul posto. Mamma guarda, dice qualcuno. Che coglionata, dice qualcun altro. Rumìna riceve tanto, tanto affetto e ne restituisce il doppio.
Poi mi stacco dalla folla e cerco una panchina e so benissimo che è proibito rilassarmi in pubblico come so benissimo che qualche addetto alle attrazioni o commesso o giocoliere o cameriere o barista pirata potrebbe fare la spia giù al reparto amministrativo e come so altrettanto bene che dentro il parco le panchine non esistono perché la gente deve andare a sedersi dentro i bar e i ristoranti e le tavole calde perché divertimento significa soldi, anche se questo Rumìna lo ignora, ma ho bisogno di riposarmi almeno un istante, da qualche parte.
Capisco che non ho scampo quando scorgo la faccia di un bambino distendersi in un enorme sorriso: mi ha già scovato. Per fortuna posso anche non sorridere. Per fortuna. E penso: o lo accoltello io o mi accoltella lui o vado da Carla e la accoltello mentre lei mi accoltella.
Voglio fare la foto con Rumìna,  dice il bambino ai genitori, voglio fare la foto con Rumìna. Come, chiede la madre. La foto con Rumìna, insiste il bambino indicandomi e i genitori si accorgono della mia presenza. Evvabbene, dice il padre, facciamo la foto con Rumìna. Vai lì, dice la madre al bambino e lui viene verso me.

Eccolo lì il bambino che si avvicina, sempre col sorriso, ma quando è accanto a me storce il naso e poi cerca di non farsi mettere la zampa inzoccolata sulla spalla e mentre il padre ci scatta una foto il bambino starà pensando che non è Rumìna, che Rumìna non è vero che esiste, e se esiste, puzza di sudore come lui dopo che smette di giocare a calcetto, e il bambino sta varcando la linea d’ombra e posso sentire infrangersi una a una, come tante tazzine, tutte le fantasticherie che hanno sorretto finora il suo mondo e, non appena il padre esclamerà che la foto è fatta, correrà via da me e poi andrà a cercare di divertirsi sulle giostre ma non ne è più tanto sicuro e alla fine si divertirà lo stesso e si dimenticherà il motivo per il quale non avrebbe dovuto divertirsi, ma a sera, una volta tornato a casa, sfinito, coi genitori che ridacchiano ancora, si farà mettere il pigiama leggero e sarà costretto a lavarsi i denti e poi salirà sul suo letto, infilandosi sotto le lenzuola estive coi dinosauri stampati sopra, e solo in quel momento, nella fluorescenza della piccola lampada notturna sul battiscopa, solo in quel momento si ricorderà di quest’altro momento e della puzza di sudore che sta traspirando dal mio costume e di me che cerco di posargli una zampa sulla spalla a tutti i costi e del padre che non capisce e sorride e sposta l’indice sul pulsante, lento quell’indice, sul pulsante, per catturare la nostra immagine, per catturarci.

 

Roberto Mandracchia

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NARRAZIONI DI POPOLO

Editoriali

Succede di accendersi di passioni all’inizio di un anno, di una stagione o al passar di una stella.

Succede di sentirsi posseduti da un volere, custodi di preziosi e mai sopiti intendimenti.

Sarà per senso del dovere, o forse la parola giusta è smania. E altri ancora potrebbero vedere questo rinnovato patto con i propri sogni dettato dalla paura o dall’adrenalina.

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