• .

  • .

  • .

  • .

  • .

  • .

  • .

  • .

MAI MORTI - Rubrica di morti mai morti a cadenza sconosciuta

MAI MORTI consiste in tre brevi coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia o morti perché non c’era bisogno di andare oltre. I tre morti, affrontati in non più di 15 righe ciascuno, sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa. Ciò che importa, dei mai morti, è che il loro spirito striscia nelle nostre carcasse biodinamiche, urla nei nostri incubi, ci cura e ci maledice.

I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.

 

 

Rodrigo Garfias – criminale argentino

Garfias nacque a Buenos Aires il 27 dicembre del 1955. Trascorse un’infanzia comune, andò a scuola, a tredici anni imparò a fumare. Grazie alla pazienza di una sua compagna di classe di nome Clara, il giovane Garfias capì com’era fatto il corpo di una donna. A diciotto anni lo colse la noia. Si trasferì a La Plata, dove visse per due mesi grazie a una modesta cifra prestatagli dal padre. Quando i soldi terminarono, Garfias cominciò a rapinare negozi di liquori. Le prime rapine gli andarono bene e Rodrigo ci prese la mano. In città, certe vecchie canaglie si ricordano ancora di lui. Era un tipo strano, raccontano. Sembrava un vecchio cane randagio malato, anche se aveva soltanto diciannove anni. Viveva da solo in uno scantinato di Camino Rivadavia, non faceva affari con nessuno e non vedeva donne. Si faceva vivo solo una volta al mese. Entrava nel negozio prescelto, ci restava cinque minuti e usciva, come se avesse solo chiesto un’informazione. Nel giro di un’ora tutti sapevano che quel negozio era stato svuotato da Garfias. Non venne mai preso.

A venticinque anni tornò a Buenos Aires per seppellire suo padre. Si stabilì nella vecchia casa dei genitori in Calle Villafane, a Barracas, dove si rinchiuse per due settimane a scrivere La riva d’ossa, il suo unico romanzo, che provvide a far stampare di tasca propria in settecento copie. Trascorse una notte a disseminare le copie numerate e autografate nei quartieri di Barracas, San Telmo, Monserrat e Constitución. Due giorni dopo una patota fece irruzione nell’appartamento di Calle Villafane. Di Garfias neanche l’ombra. Gli uomini arrestarono la giovane donna uruguaiana che trovarono addormentata nel suo letto. La donna si chiamava Dora ed era talmente drogata che i vicini la videro stendersi nel bagagliaio della Ford dei militari senza protestare. La casa venne data alle fiamme. Dora scomparve nel nulla e così Rodrigo Garfias, solo che si trattò di due nulla diversi. Garfias riuscì a raggiungere Montevideo, poi il Brasile e ad imbarcarsi su un cargo diretto in Spagna. Qui le tracce di Garfias si perdono.

Ricompare vent’anni dopo in un articolo dello scrittore cileno Roberto Bolaño per il “Diari de Girona”. Pare che Bolaño, venuto in possesso non si sa come di La riva d’ossa, abbia passato gli ultimi anni della sua vita a supplicare inutilmente l’editore spagnolo Jorge Herralde di ripubblicarlo in forma degna.

 

Nicola Sczepanski – criminale italiano

Nato a Bari il 28 maggio del 1982 da padre morto e madre polacca, a soli ventiquattro anni Nicola Sczepanski era già autore di tre romanzi e di altrettanti delitti. I romanzi di Sczepanski [Cabiria scatenata (2001), Forbici (2003), Il cadavere a precipizio (2006)] sono libri pieni di morti ammazzati, suicidi, descrizioni dettagliate di violenze sessuali, personaggi che quasi sempre hanno a che vedere con la poesia e la pedofilia. Tutti e tre si concludono con una fuga.

Quando si rese conto che la letteratura non era fatta per placare i demoni, ma piuttosto per generarli, Sczepanski si mise a uccidere. Ammazzò tre uomini in due anni, tre affiliati all’associazione neofascista Casa Pound (Antonio Polese, 27 anni; Stefano Didonna, 19 anni; Carlo Morel, 30 anni), tutti e tre residenti a Roma e tutti e tre assassinati secondo le stesse modalità. Sczepanski li sorprendeva di notte e gli tagliava la gola con un rasoio a serramanico. Identificato da un testimone che lo aveva visto aggirarsi nei pressi di casa di Carlo Morel, Sczepanski lasciò segretamente l’Italia. A venticinque anni venne arrestato in Ungheria, estradato, processato e rinchiuso all’Asinara. Due anni dopo, insieme allo stupratore tunisino Ahmed Bouda, pianificò un’evasione rocambolesca. Venne ucciso il 4 giugno 2010 durante la fuga con un colpo di fucile alle testa mentre era alla guida di un’Alfa rubata nei pressi del penitenziario. Bouda, che invece venne preso vivo, sarebbe morto in carcere una settimana dopo.

In seguito all’arresto, l’editore romano di Sczepanski ordinò il ritiro dal mercato di tutti i suoi romanzi. Da quel momento in poi, quei libri circolarono clandestinamente. Grazie alla diffusione sotterranea delle sue opere, Nicola Sczepanski, assassino, riprese la fuga dove l’aveva interrotta.

Ogni anno, nell’anniversario dell’omicidio di Carlo Morel, in un paese vicino Treviso il gruppo neonazista Ritorno 1939 organizza un rogo pubblico delle copie dei romanzi di Nicola Sczepanski intercettate in rete e sulle bancarelle dell’usato.

 

Charles Ismahel Sheppard – criminale statunitense

Della nascita di Sheppard conosciamo soltanto i dettagli che lui stesso rivelò a un giornalista del New York Scandal nel 1957: “Mia madre aveva le doglie e mio padre la prendeva a cinghiate sulla pancia perché si sbrigasse. Mentre lei tentava di farmi uscire e urlava per il dolore, lui la costrinse a masturbarlo. Non ho saputo nulla di questa storia fino a, beh, lo sapete, fino a quattro anni fa. Avevo appena finito di incidere Closer con quel figlio di puttana di Max Roach. Che batterista, ragazzi! Il disco sarebbe uscito in primavera e io me ne andai a trovare i miei in Georgia. Volevo starmene in pace a casa mia a suonare il sassofono solo per mia madre. Una sera mio padre non tornò a casa. Mia madre mi disse che ormai ci era abituata e scoppiò a piangere. Le feci scolare un bicchiere. Ci ubriacammo insieme, da bravi madre e figlio, e lei mi raccontò di quello che era successo quando stavo per nascere. Il resto della storia lo conoscete. Uscii di casa, andai a cercare mio padre e lo ammazzai di botte davanti a tutti, in quel bar del cazzo. Aveva settant’anni. Non mi ci volle molto per farlo fuori.”

Closer (1953) resta senza dubbio il disco più riuscito della breve carriera di Charles Sheppard. Tra i precedenti ricordiamo l’esordio Please kill me, love me, etcetera (1948) e il tributo a Charlie Parker My favorite Bird (1951). Quando venne arrestato, Sheppard chiese che tutti i diritti dei suoi dischi venissero intestati a sua madre. Venne giustiziato tramite passaggio di corrente elettrica la notte del 26 dicembre 1962, nel carcere di Jackson, Georgia. Al suo funerale non si vide neanche un musicista di New York. Soltanto Max Roach spedì un biglietto alla madre di Sheppard con qualche banconota per le spese funebri.

Per tutta la vita, il batterista Max Roach si è occupato di portare in giro per il mondo la musica del suo vecchio amico Clifford Brown, morto nel 1956, con il quale aveva inciso un disco nel 1954, a un anno di distanza da Closer.

Clifford Brown & Max Roach è considerato a tutti gli effetti uno dei capolavori del jazz di quegli anni.

Closer scomparve dai negozi e dalla memoria di tutti all’incirca nel 1964.

f t g