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Home Rubriche Mai Morti Mai morti #3 - Fabrizio Gabrielli

Mai morti #3 - Fabrizio Gabrielli

Jerzy Kosiński

MAI MORTI consiste in tre brevi coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia o morti perché non c’era bisogno di andare oltre. I tre morti, affrontati in non più di 10 righe ciascuno, sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa. Ciò che importa, dei mai morti, è che il loro spirito striscia nelle nostre carcasse biodinamiche, urla nei nostri incubi, ci cura e ci maledice.

I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.

 

1) Roberto Girondo Carpani – stopper e biscazziere

 

Roberto Carpani nasce a Rosario il 14 maggio del 1928 da Vittorino e Maria Elena, scortichini d’origine friulana, fascisti dissidenti. A sei anni comincia a giocare al fùtbol come mezz’ala destra. Sotto consiglio del padre legge tutti i numeri del Martin Fierro – apprezzando in particolar modo la poesia di Oliviero Girondo, a cui scopre di dovere il secondo nome – e il Don Segundo Sombra, dal quale trae un’infantile versione a fumetti. A tredici anni trionfa nel torneo scacchistico “Ciudad de Rosario” incrociando in finale gli alfieri di Ernesto Guevara de la Serna. Quella stessa sera ha il suo primo amplesso con Margarita Jancovitz, ebraica ballerina di vaudeville, all’occorrenza prostituta: un’esperienza che segnerà per sempre il suo rapporto con le donne. E con la stirpe semitica. A quindici anni alcuni osservatori del Vélez Sarsfield lo notano in una partita tra compagini giovanili e lo segnalano a Victorio Spinetto: in pochi anni, sotto la sua guida tecnica, diventa la bandiera del club bonaerense. Stopper arcigno e riottoso, idolo del Fortino di Villa Luro, soprannominato el terrible, quando appende le scarpe al chiodo apre una bisca nel quartiere Caballito, che diviene presto nota alle forze dell’ordine per essere roccaforte di presunti terroristi neonazisti e simpatizzanti del dittatore boliviano Hugo Banzer. S’impicca la sera del 12 luglio 1979. Pochi giorni dopo viene arrestato con l’accusa d’omicidio preterintenzionale Ytzhak Jancovitz, trentotto anni, tifoso del Ferrocaril Oeste, omosessuale, ebreo, di padre ignoto.

 

2) Silver Cane - pornoattrice

 

Silver Cane aka Savannah (n. Shannon Michelle Wilsey) nasce a Mission Viejo il 9 ottobre del 1970. Trascorre la pubertà tra cactus pinzuti, bambole scapigliate e droghe sintetiche, lasciandosi affascinare dall’uso delle lingue, specie quelle dei messicani, specie sui suoi capezzoli tinegeriali. A diciannove anni ha una relazione turbolenta con Gregg Allman della Allman Brothers Band: lui suona la chitarra, lei - appassionata di giochi di parole banali - lo tromba. E inizia ad assumere cocaina. Nel 1991, con un paio di tette nuove ed un nome d’arte preso a prestito da una pellicola di dieci anni prima, “Savannah smiles”, è protagonista di più di cento film per adulti: è sulla bocca di tutti, mette la bocca un po’ su tutti. I paparazzi la colgono a più riprese con Slash dei Guns’n’Roses, col pattinatore artistico Vince Neil, anche se la relazione più lunga e duratura ce l’ha con la collega Jeanna Fine. Inizia ad assumere eroina. All’alba dell’11 luglio 1994, di ritorno da un party insieme all’attore Jason Swing, ha un incidente automobilistico: si rompe il naso, le saltano tre denti: si trova senza strumenti del mestiere, senza il suo profilo migliore. L’amica Nancy Pera la trova la mattina successiva riversa in un lago di sangue, il foro d’un colpo di 9 mm sulla tempia sinistra, dischiusa come i petali d´un fiore. “Non sarò mai come loro, addio”, il suo ultimo lascito, scritto col rossetto, grafia sghemba, su un rotocalco che ritrae le stelle di Hollywood.

 

3) Jerzy Kosiński - scrittore, fotografo, millantatore

 

Nasce polacco ed ebraico, col nome di Józef Lewinkopf, a Lodz, nel giugno del 1933. Rinasce polacco e cattolico, col nome di Jerzy Kosiński, sempre a Lodz, nel marzo del 1938: conversione estemporanea che gli rende salva la vita. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale vive ramingo per la Mitteleuropa sotto i nomi posticci di Józef Kowalski, Palmir Igniesievitch, Giorgio Trebesponda. Trascorre due anni, dal 1945 al 1948, ospite presso la famiglia Kuciewski, dove impara ad amare la storiografia e i romanzi di Taddeo Dolega-Mostowicz. Nel 1955 si laurea in storia e sociologia all’Università di Jelenia Gora. Nel 1957 riesce ad emigrare negli Stati Uniti, sviando i ferrei controlli del regime sovietico, grazie a una falsa lettera d’invito d’una falsa fondazione americana che richiede la sua presenza ad un falso vernissage in onore della sua prima mostra personale di fotografia. Ovviamente: falsa. Si guadagna da vivere facendo il camionista. Durante il trasporto d’un carico di cavi d’acciaio conosce Mary Weir, figlia del magnate dell’industria siderurgica. La sposa, inizia a vivere una vita d’eccessi. Alla sua morte, la Weir non iscriverà il Kosiński tra gli eredi. Scrive L’uccello dipinto e Passi, recita nel film Reds di Warren Beatty, frequenta gli ambienti glamour del polo. Sposa Kiki von Fraunhofer, e stringe amicizia con Roman Polanski. È a Londra, in compagnia del regista, bloccati da un ritardo aereo, la sera in cui Sharon Tate viene uccisa dalla setta di Charles Manson. Saltuariamente guida limousine sotto il falso nome di José. Ferma donne a Times Square chiedendo di poterle fotografare nude. Il più delle volte ci riesce. Nel 1982 alcuni critici lo accusano di plagio: L’uccello dipinto sarebbe una riscrittura di La carriera di Nicodemus Dyzma, bestseller polacco del 1932, scritto da Taddeo Dolega-Mostowicz. Kosiński non conferma né smentisce. Si suicida il 3 maggio 1991, soffocandosi con un sacchetto di plastica. Lascia un biglietto: “vado a schiacciare un pisolino un po’ più lungo del solito. Diciamo: per l’eternità”.

 

Fabrizio Gabrielli

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«Iervolino ha trovato la chiave adatta a tramandare una leggenda»
Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano

«Lorenzo Iervolino con Un giorno triste così felice ci fa viaggiare nei luoghi e nelle idee di un’epoca alimentata da un’energia gioiosa e sovversiva».
Gabriele Santoro, minima&moralia

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