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Conclusione

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L’orrore è padre della sapienza, e lo sappiamo tutti. L’orrore è una ferita indelebile, come quella che Odisseo portava su una coscia, segno della propria intelligenza e umanità: il segno che lo fa riconoscere dalla propria nutrice e che, allora, gli permette di portare a compimento la propria avventura, quella che termina con il presagio di una nuova avventura, e della morte infine. Da un male a un nuovo male, questa è la cura: questa è la resurrezione della carne. La resurrezione nella carne. Stare in questa morte. E, magari, per dire, le cose come andarono di preciso con Adamo stanno così, che Dio gli mandò Eva per curare Adamo dalle sue fissazioni di perfezione e cura: uno sgambetto al figlio prediletto e un po’ di vita, condannandolo alla morte. Questo ha imparato Gesù, per tutti, sulla croce. E L’ecclesiaste pure, ubriaco di dolore, quando si è dovuto arrendere al fatto che tutto è fumo, e fumo di fumo. Questa la salda base: questo vuoto immaginale sul quale costruiamo la nostra vita immaginale. E Diotima, quest’ombra vacillante che si prese la premura, e la cura, di apparire a Socrate, la mise proprio in questo modo al vecchio pazzo, che seppe così di non sapere, e che il sapere è questa vacillanza. E Giobbe, che scoprì che l’uomo è questo, tessuti molli e liquami redolenti, come fu preso sotto braccio dal suo Dio, e cosa questi gli disse: “E che ti pensavi, mica sei un dio! Stacci figlio: non ci capisci niente”. Conosci te stesso: sappi che sei solo un uomo.

E allora cos’è la grande verità messa a fondamento del nostro sistema dell’infelicità, della nostra civiltà, se non il tentativo di curarci da questo: dal fatto che siamo uomini. Religioni e teologie e ideologie e tecnologie da questo ci curano. Paradisi, ricchezze, sistemi di sicurezza e assicurazioni, piani provvidenziali e provvidenze divine: tutto a baluardo contro la nostra umanità. Umanitarismo e umanesimo a salvaguardia dal nostro essere uomini. Perché l’uomo muore ed è agito dall’anima, la sua e quella del mondo. Gli fanno resistenza le cose, e tutto gli parla misteriosamente. L’uomo muore ed è infelice. E cosa non farebbe per essere felice! Quanta infelicità e miseria e dolore e strage e perfidia e tortura per essere felici! Quante vite sprecate per la felicità!

Cosa non faremmo per non essere più infelici; più uomini.

Siamo saliti sui monti abbandonando la miseria delle valli, e sulle colonne, e siamo saliti dentro noi stessi in paradisi di contemplazione per non essere più uomini. Per essere così puri e mondi di passioni e vizi. E quanti vizi e passioni abbiamo eliminato con tutto l’uomo attorno che li contornava: pagani troppo allegri per niente vegetariani, indemoniati messicani senza meno lussuriosi ed irosi, ebrei avidi di denaro, viziosi del sesso e del pensiero, donne in quanto donne che ci hanno fatto uscire dal paradiso, e tutti quelli che sbagliano.

Cosa non faremmo per non essere più infelici; più uomini.

Abbiamo assalito le vette della conoscenza, e scritto tutti i libri: tutti libri sui quali è scritto come deve essere il mondo. Questo sì che ci fa sentire divini: decidere com’è fatto il mondo. Ci fa sentire poco uomini, per niente legati alle nostre parentele animali, alle nostre discendenza vegetali, ai nostri legami minerali. E vai con la strage e l’incantamento alprazolamitico della nostra ingegneria contro le forze della natura.

Cosa non faremmo per non essere più infelici; più uomini.

Ce lo siamo comprato il paradiso: ricchi come gli dei. Questo desideriamo, pur di non essere uomini: essere ricchi come gli dei che sono immortali mentre gli altri no. E questo vuole essere il ricco, uno felice che lui è ricco e tutti gli altri mortali, che muoiono di fame. E questo vuole il potente: come un dio far sentire il suo potere.

Questo facciamo tutti, tutti i giorni, svegliandoci al mattino alla ricerca della nostra felicità, noi così efficienti, sempre in crescita, autocentrati, autodeterminati, con l’automobile perfino, al termine del nostro principio di individuazione, consci del Sé ovvero pieni di sé, capaci di controllo, nel nostro ufficio o nell’ufficio delle nostre competenze, con i nostri skills, pieni di prestigio e con una reputazione, famosi, celebri, stimati, pieni di ascendente, resistenti, con la leadership, concentrati, autoritari o autorevoli, persuasivi, carismatici, entusiasti, con capacità di decisione, santi, smilzi, sani, digiunatori, anoressici e bulimici, sempre insonni e vigili contro il pericolo del buio: psicopatici.

Ma oltre? Ma l’abbiamo detto, così dobbiamo fare: andare fino in fondo alla nostra infelicità epocale irredimibile. Andare fino in fondo e vedere cosa c’è oltre. C’è Babilonia, con la sua psicosi della vetta più alta e della lingua unica marca 1984. C’è il crollo.

E dopo il crollo, l’uomo: questo animale incurabile, a cui rimane di prendersi cura dell’anima, quella sua e quella del mondo. E c’è di più, perché ritrovare in noi questo uomo è forse andarvi oltre: proprio l’uomo nuovo degli gnostici, dei cristiani e di Nietzsche. Scoprirsi uomini è non solo scoprirsi fatti di carne e quindi di morte e quindi di sogno, ma anche fatti della psicopatologia di cui sopra, fino in fondo, fino al fondo ghiacciato del nostro nono girone, senza cuore e assassini e spietati: inumani; e fatti pieni di desideri divini perché così animali e vegetali e minerali. Scoprirsi uomini è vedere in pieno tutto ciò che è oltre l’uomo: tutto ciò che siamo.

Pier Paolo Di Mino

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