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la verità, infine.

Partorirai con dolore.
Dio


Dunque ci siamo ripromessi di fantasticare sui motivi che ci inducono all’infelicità, ossia per quale motivo, fatti come siamo della materia del sogno, produttori indefessi di imperterrite fantasie, lo
spirito traduce queste fantasie in verità. Per quale motivo, insomma, lo spirito ci allucina senza rimedio.

La risposta potrebbe essere, con molta semplicità: perché non possiamo farne a meno.
La nostra fantasia (la materia di cui siamo fatti) magari è proprio fatta così. La nostra fantasia, come direbbe Aristotele, magari è il nostro motore immobile, e quindi produce fantasie per creare movimento. Il movimento è fatto, mi pare, di stasi e azione: ci muoviamo dall’immobilità per tornare all’immobilità. Dunque la nostra fantasia deve avere bisogno di un corpo, con la sua fantasia specifica, i sensi, che ci faccia stabilmente stare in qualcosa. È evidente che la fantasia dello stare, dello starci, dell’esserci, ci è fondamentale. Ma c’è anche bisogno della fantasia dell’azione, e quindi dell’anima, della sua leggerezza nell’incedere e della sua profondità nello scendere, del suo movimento verso il basso, del suo farci sentire bassi. Un movimento fondamentale, che non può escludere quello contrario. Quello verso l’alto. E questo ci porta alla fantasia dello spirito, con la sua idea di importanza, forza, entusiasmo.
Un platonico, metti Ficino, forse parlerebbe, più che di fantasia, di Amore, che tutto muove e conserva. E certo ci deve essere amore.
E certo si vede bene come il nostro corpo ami i sogni e i desideri che lo abitano e muovono: come ami l’anima. E come ami lo spirito, che lo solleva dalle pene e lo rende risorto.
Allo stesso modo vediamo bene come l’anima ami il corpo che abita, e lo spirito, che la innalza a vetta inebrianti.
E pure lo spirito ama, anche se il suo amore è un po’ duro: ama la redenzione, e del corpo e dell’anima.
Sono cose che sappiamo tutti, perché nelle nostre fantasie, nei nostri sogni, spesso, ci figuriamo l’anima in panni femminili, e lo spirito nell’effigie di gravi figure maschili. Ancora oggi sogniamo quelle storie che i greci raccontavano per tenere a bada il crollo che segue alle imprese spirituali, quelle malate di ybris. Le storie delle umiliazioni inflitte alle Erinni, a Medea e alle altre vecchie divinità ed eroine, che i greci redensero alla ragione di Stato e alla civiltà luminosa, badando bene a riservare loro con timore un posto dove lasciarle libere. Ci basterebbe questa moderata prudenza ellenica, oggi, per avere uno spirito meno solo e privo di amore, un po’ più umido e terreno; e un’anima meno solipsista e più secca e viva; e un corpo meno sordo e smorto. Basterebbe avere una verità come quella greca, uno svelamento, un lento gioco a levare velo dopo velo, come sbucciare una cipolla per vedere che dentro, al centro, non c’è niente. Pure il russo: istina, essere: cercare l’essere, che non c’è. Uno spirito che si riconosca come fantasia, e si possa quindi incontrare con più umile amore, con più spasimo del cuore, con le altre fantasie.   
Ma possiamo pure stare nelle nostre lingue, perché queste ci hanno fatto e dato alla realtà.
E allora sia: la verità è fede; è qualcosa in cui crediamo. È qualcosa che non c’è, ma verso il quale andiamo. Verso la quale potremmo andare con spasimo. Con umiltà e frustrazione. Con entusiasmo e allegria. Con tutta l’anima e il corpo e lo spirito. La verità è un atto di fede in qualcosa che non c’è. È la nostra cara utopia, che, in fondo, potremmo vedere più che come un luogo che non c’è, come un luogo che non è da nessuna parte, perché è dappertutto. È la fede nell’essere vivi, che è amare e lavorare. Perché c’è amore nel lavoro, e lavoro nell’amore. Per questo, tutte le mattine, consultiamo l’oroscopo per vedere come andrà l’amore e il lavoro. E i medici dell’anima curano gli individui perché siamo restituiti al lavoro e all’amore.
La verità a questo serve: a farci muovere, magari punti dal dolore, e a farci lavorare, che fa fatica, e amare, anche se l’amore è amaro. E se la nostra verità è la nostra infelicità, presumo che di questa materia, di quella dell’infelicità, sarà fatto il nostro lavoro e il nostro amore. Di infelicità sarà fatto ciò che siamo.
Mi sa che, a questo punto, abbiamo detto abbastanza della verità. Abbiamo detto che la verità è un movimento, che ci fa vivi, e infatti ci spinge a lavorare e ad amare. Ma abbiamo anche detto che questa verità non riesce a riconoscersi come un movimento, come una fantasia, e che si crede immobile in una sua vetta, da dove costringe gli uomini al lavoro (per punizione: lavorerai, perché non accetti il paradiso) e alle pene dell’amore (quelle che finiscono con i dolori del parto: sempre per via che uno non accetta il paradiso).
Abbiamo detto che la nostra verità è la nostra infelicità, quella che proviamo quotidianamente amando e lavorando. A ci sarebbe anche il fatto della salute. Anche di quello ci informiamo con ansia dall’astrologo e dall’analista. Ma quello è un discorso a parte. È il discorso finale.
Nelle immediate prossime puntate, allora, parleremo di amore e lavoro.

Pier Paolo Di Mino

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