La verità
“Se non ci fosse la verità,
dimmi tu come potrei mentire?”
Nell’introduzione alla modesta proposta espressa in questo nostro piccolo manuale (la trovate nelle due precedenti puntate) ci siamo impegnati ad andare fino in fondo: ad imparare senza risparmio ad essere del tutto infelici. Continueremo, dunque, con la nostra disamina, che, prima di tutto, vuole essere una disanima, uno smembramento dell’anima finalizzata a una sua migliore riunificazione; riunificazione finalizzata, a sua volta, ad uno smembramento, e via infinitamente, nell’infinita opera contro natura che Freud, nella sua prosaica analisi sull’analisi, ha definito come interminabile.
E lo sappiamo tutti senza dover fare appello ad altro che alla nostra esperienza viva che l’unica cosa che può guarire un male è un male; che l’unica cura a un male è un altro male. E, di male in male, allora, procederemo cercando di guardare in trasparenza i capisaldi della nostra infelicità, ovvero i dogmi teologici della nostra civiltà. Direi che è necessario cominciare dal dogma che rende possibile l’esistenza di, o meglio la fede in, tutti gli altri dogmi della nostra gloriosa infelicità: dico la verità.Cercheremo allora di farci un’immagine di questa verità per approfittare delle sue facoltà senza tentennamenti.
L’abbiamo posta a caposaldo dei capisaldi; l’abbiamo, insomma, fatta coincidere con la nostra infelicità più pura. La verità, del resto, ci si presenta proprio come una figura di purezza. La verità è pura. La verità è una fantasia di carattere numinoso. Si presenta come luminosa, certamente. Il suo colore è l’oro (il vero colore del cielo, nota V.M. Vasnetzov). Si presenta al palato come forte e corroborante, sebbene non ha sapore. Compiace il gusto del mistico, il vizio del filosofo, la bisogna del giudice e del commercialista; diletta sempre il visionario e il delirante. Appartiene senza dubbio alle sfere alte, più inflazionate di aria, dell’anima. È un’esaltazione dei miasmi terragni, per così dire: una loro redenzione. Una loro rimozione. E se la rimozione è l’atto preciso di assumere un fatto della realtà come incubo, allora la verità è un incubo. Ma non è un incubo qualsiasi. La verità non è la rimozione di un fatto della realtà, ma di tutta la realtà. La verità è l’incubo. È la nostra allucinazione incurabile.
Basterebbe, del resto, prendere la parola “verità” e aprirla per goderne il carattere illusorio: la verità, da etimo, è qualcosa in cui si crede per atto di fede: ciò che noi immaginiamo come un fatto assoluto è un’astrattissima costruzione della fantasia. Astratta e vischiosissima. Dolorosa. La verità, come nota San Antonio (e gli fa eco opportunamente Caterina Caselli), fa male: i demoni tentano, gli angeli uccidono. La verità è una macchina inesorabile dalla quale è impossibile scappare, congegnata com’è per pochissime operazioni autoreferenziali: della verità si può predicare che è una, assoluta e certa; con un sofisma che non la intacca nella costituzione, che è molteplice e assoluta in maniera transitoria; che non c’è, il che comporta che la frase la verità non c’è non può essere vera.
Con la verità non se ne esce fuori. Cadere sotto il suo ambito, è cadere in trappola. Una trappola tranquillante e anestetizzante. Quando siamo sotto il registro della sua dittatura, infatti, altro non facciamo che collocarci in due condizioni comodamente ripartite: la verità ci concede solo o di credere in essa, o di farsi congegnare, ridisegnare da noi entro i suoi ben delineati limiti: essere comandati o comandare.
È il nostro sistema di potere, che si basa saldamente sulla verità, perché, prima di tutto, la verità, con le sue tentacolari costruzioni del come deve essere, e del così come è, ci allontana con uno scarto impercettibile ma gagliardo dalla vita. La verità del come deve essere espresso teologicamente dalle ideologie; la verità del così come è imposto fisiocraticamente dalla retorica del realismo, tutte le varie sfumature elaborate da questa macchina, sono, infatti, le sole ad essere capaci, con verità e per ultime, a tenere a bada lo slancio, la forza e il paradosso della vita, che vive e muore.
La verità è il fondamento religioso di un sistema della paura e della vigliaccheria, la rivendita di una fede che offre la liberazione da qualcosa che non è una prigione. “O Morte, dov’è il tuo pungiglione?”, grida l’uomo di verità, che non sa, o finge di non sapere, che in processione, quando si festeggia il dio della vita, è il dio della morte ad essere venerato.
La verità è la rimozione, che torna come allucinazione e incubo, della nostra morte, della nostra realtà di creature. La verità è il caposaldo di una teologia che ci rende morti in vita. E se questo, essere morti in vita, è il nostro apprendistato alla morte, sia: in verità vi dico, che va bene così.
Pier Paolo Di Mino



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