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Monti e le brioches. Domani non andate a lavoro - Pier Paolo Di Mino

 

I regnanti amano battute tipo, metti che la gente ti muore di fame davanti ai cancelli di Versailles: “non hanno pane, lanciategli brioches!”. Oppure, davanti al popolo affamato dalla disoccupazione, siamo in Inghilterra, circa quaranta anni fa: “così non si lamenteranno più di non avere tempo libero”. Monti aggiunge la sua, in questi tempi di fine impero; tempi in cui tutti gli imperi finiscono.



Monti ci dice che bisogna accettare il precariato. In fondo è un modo per abbattere la noia. E molti avranno pensato che il Presidente è di cattivo gusto in queste uscite. Ma, lo sia o meno, non badiamo a certi estetismi. Badiamo alla sostanza.

 

Monti rivela una realtà: anzi, la realtà. La realtà soggetta al caso e alla necessità così com’è. Non c’è sicurezza nella vita, ci dice Monti. Finora a questa consapevolezza si dovevano ridurre solo i filosofi. Ma ora è apocalisse: la rivelazione è per tutti.

Facciamo attenzione. La consapevolezza, tutta insieme, si sa che fa male. Si diventa matti, e allora, forse, qualcuno potrebbe pensare che Monti faccia qualcosa di pericoloso. Sì, insomma, che possa suscitare esagitazione, che ci proponga, per dire, con le sue parole socraticamente ironiche una via sauvage, un ritorno alla foresta; o che istighi i giovani alla ribellione incendiaria. Il suo è uno sfogo che ricade nella retorica punkabbestia?

Parrebbe. Molti potrebbero pensare. Ma scaviamo ancora più a fondo. Monti è un uomo solido. È anziano ed è un regnante che ama la battuta amara. È un senex, direbbero gli psicologi. È un saggio melanconico. E la melanconia è la via regia che mena alla vita. Monti, di certo, non sbaglia. Monti dice bene: la realtà è in sé, ontologicamente, incerta, e come insegna Platone nel “Timeo” non sono le quattro fantasie della nostra ragione a poterla rendere sicura e a nostra disposizione. Monti non sbaglia, e non scherza. È un grande terapeuta che ci dice: va bene, siamo malati, ma meglio. La cura finora è stata il nostro male. Il nostro male è stato pensare di creare un civiltà che ci mettesse al riparo. Male i nostri sistemi di sicurezza, le nostre assicurazioni bancarie, le nostre dighe, le nostre mura. Male tutta la nostra civiltà. Tutta paranoia e allucinazione. Tutta psicosi. Ma ora guariamo in virtù di un nuovo male.

È sempre così.

Il troppo sole va reso saggio da un po’ di salutare ombra. Ora la depressione ci cura. Ora ci cura la coscienza dell’incertezza e del vuoto che rappresenta per noi il domani. Siamo curati da questa febbre che ci rende deboli, delicati, insicuri: che ci fa socraticamente sapere di non sapere. Che ci rende veramente flessibili.

Sì, questo ci dice Monti: siate flessibili: oggi lavoro, domani no. E pure dopodomani mi sa che sto male. Il terzo dei disoccupati che non cerca più lavoro l’ha capito. Monti è il nostro saggio terapeuta: il lavoro è amato dalle nostre mani e lavorare senza questo amore ci ha dato questa depressione. Fate solo quello che vi piace. Disertate banche, supermercati, ministeri. Tanto più che, comunque, un giorno, presto, verrete comunque licenziati.

 

Sentite Monti: domani non andate a lavoro.

 

Pier Paolo Di Mino


 


 

 

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