Antigone, lo insegna Brecht, è ben presto sfuggita alle mani di Sofocle, s’è fatta donna desiderosa di rappresentare i diritti del singolo, contro ogni repressione autoritaria della parola. La sua è una presenza che è stata, sempre, anche silenzio e assenza. Antigone è divenuta così icona dell’irrappresentabile, sposa diletta di un paradosso costitutivo ineliminabile, un’eccedenza irrisolta, un’alterità assoluta resistente ad ogni tentativo di appropriazione dialettica e di rilevamento concettuale. Antigone è l’innominabile, l’irriducibile, l’inconquistabile. Nominando il mondo lo si conquista, si cerca di svilirne l’eccedenza, di costringerne i significati. Avviene ogni giorno.
L’editoria, i libri, sono una mosca, un insetto che quando non riesce a stare attaccato alle feci, svolazza stranito nella stanza, sbatte sul vetro di una finestra chiusa, cerca di uscire all’aria aperta e non riesce.
A breve, a Milano, aprirà la “prima libreria italiana a km 0”. Un nome, uno slogan, una conquista: la prigionia di un concetto.
Niente zucchine o carne fresca macellata dietro l’angolo, solo libri della “migliore editoria indipendente”, dicono, e fuori dal grande processo industriale delle major.
La notizia ha fatto molto discutere perché i proprietari della libreria chiedono preventivamente un compenso per “affittare” interi scaffali agli editori volenterosi. Così il piccolo editore potrà (pagando) aggirare l’ostacolo della grande distribuzione, garantiscono, potrà acquistare una vetrina altrimenti irraggiungibile. Detto ciò cosa c’entrino i km 0 con questo discorso ancora non mi è molto chiaro.
I km 0, poi, cosa sono? Qual è la sostanza etica capace di rendere questo slogan qualcosa di più di una cabala alfanumerica intangibile in mano a qualche furbo commerciante?
La prima cosa che noto è che nella discussione cui ho assistito riguardo l’apertura di questa libreria c’è, al solito, la descrizione aerodinamica dello svolazzare della mosca, ma, come quasi sempre accade ultimamente, un grande assente: il popolo dei lettori, l’Antigone, il consumatore, quello che legge e che, soprattutto, paga i libri.
Mi sono chiesto: che vantaggio trarrà il lettore da questo esperimento? Non troverà pile e pile dell’ultimo romanzo di Fabio Volo, è stata algida, la rassicurazione di un elzeviro.
Cerchiamo di decostruire il dettato. Cosa significa “prodotto a km 0”? Dov’è la rivoluzione, cosa accade al consumatore? Perché dovremmo preferire un prodotto km 0 a un altro?
La risposta va cercata nel commercio a km 0 che, ormai da alcuni anni, si fa con i prodotti alimentari.
I prodotti alimentari a km 0 costano meno, arrivano direttamente al consumatore senza essere trasportati, imballati e messi su uno scaffale. Questi in sintesi, alcuni dei passaggi che fanno diminuire sensibilmente i prezzi.
I prodotti alimentari a km 0 sono migliori perché più freschi, le zucchine arrivano direttamente dall’agricoltore più vicino, non hanno viaggiato, non hanno subito modifiche genetiche legate alla loro conservazione.
Scegliendo prodotti di questo tipo si fa inoltre risparmiare l’ambiente, sono sostenibili: meno co2 con l’eliminazione del trasporto, meno materiali per l’imballaggio da dover smaltire dopo il consumo.
In prodotti a km 0 ci spingono a riconquistare un nuovo rapporto con il nostro spazio, con il tempo: mai troveremo spigole in montagna o fragole fuori stagione.
I prodotti a km 0, infine, danno un contributo fattivo alle imprese e ai produttori locali, sempre più soffocati dalla produzione industriale globalizzata.
Ora, per la proprietà transitoria, applico questo mio ragionamento alla libreria a km 0, e mi chiedo cosa hanno in comune le due attività.
La risposta mi raggiunge serenamente: un cazzo.
Torno allora ad Antigone, al protagonista dimenticato di questa storia: il lettore, e faccio alcune ipotesi di editoria a km 0, mi dico che lo posso fare, perché sono esperienze che conosco bene, che non devo promuoverle come “figa aggratis” per renderle appetibili da poterle condividere.
A costo di sembrare ripetitivo, tornerei al copyleft: pubblicando le nostre opere con licenza Creative Commons, permettendo al lettore di usufruirne gratuitamente in rete, raggiungiamo direttamente il nostro interlocutore scavalcando con un salto unico tutto il fossato che divide chi scrive da chi legge. La licenza che definisce questa pratica è tra gli accordi che abbiamo preso in partenza col nostro editore, è un circolo virtuoso, ne avrà a guadagnare anche lui, il testo circolerà, si farà promozione da solo, sarà come far assaggiare le nostre prelibatezze al consumatore, che poi potrà decidere se rimanere all’intangibilità della copia digitale o infilare il naso in un libro stampato. Con il copyleft la distanza tra chi produce e chi consuma è meno di 0, è pari alla stringa di un link.
Anche la pratica del bookcrossing in cui pure ci siamo imbattuti con la nostra prima e valorosa antologia (Al di là del fegato ndr) mi sembra molto calzante. Lo scrittore, il lettore, o chi per lui, “libera” una copia in un luogo pubblico dopo averla registrata su un portale predisposto. Il lettore la trova, non cercava quel libro, non intendeva acquistarlo: il prodotto balza in tasca al consumatore senza che questi si sia nemmeno recato in libreria.
Ma ci sono esempi ancora più virtuosi. Un autore attivo, che fa presentazioni e reading, porta sempre copie dei suoi libri con sé, sono facili da vendere e maturano guadagno istantaneo. La vendita diretta, avvicina lo scrittore al lettore, grazia il secondo da una distanza mirabile e nobilita il primo, lo rende simile all’artigiano, che, fatto il tavolo, poi, lo trasporta al mercato e lo vende.
E’ vendita diretta anche quella che gli autori di TerraNullius hanno inaugurato, ormai da diversi mesi, con una libreria di Roma.
Il sistema è molto semplice: parte delle copie ricevute dagli editori, vengono portate dagli autori direttamente in libreria, la libreria ha infatti riservato loro gratuitamente uno scaffale, in bella vista e riconoscibile. In questa maniera, almeno a Roma, la distanza che divide questi autori dai loro lettori si è completamente annullata, i libri sono lì, il loro prezzo è un po’ più basso di quello che si può trovare in una grande catena libraria, acquistando un libro in quella libreria, il lettore è sicuro che i soldini che spende vanno quasi tutti nelle tasche dell’autore e una piccola parte, chiaramente, in quelle del libraio.
Non sono km 0 questi? Questi sì, eppure la libreria “Antigone” non si è mai definita “libreria a km 0”.
La virtù è nella pratica. Nominando il mondo lo si conquista, si cerca di svilirne l’eccedenza, di costringerne i significati.
Scarica i nostri libri in copyleft ( la distanza di un link)
Scopri che fine hanno fatto le copie della prima antologia di TN (bookkcrossers dal 2006)
Vai da Antigone, dì pure che ti abbiamo mandato noi



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Commenti
Questa libreria chiede che i piccoli editori indipendenti condividano con loro il rischio d'impresa, pagando (lo hai già detto anche tu) una certa somma, PRIMA. La somma è di 800 euro per trenta mesi, così dicono loro, per uno scaffale di un metro, e qualcosa come 4000 per lo scaffale più grande, da 4 metri.
Ecco secondo me qui si gioca molto: io personalmente non sono contro il rischio d'impresa, e credo che questa strada possa e debba essere tentata, seppure non rappresenti nulla di originale. Ma, riprendendo i tuoi spunti, credo che si tratti anche nel discorso del rischio d’impresa di distorsione dialettica e di sostanza. Mi spiego: l'editore indipendente HA GIA' UN SUO RISCHIO D'IMPRESA cioè quello di essere un editore indipendente: (segue)
E in quel caso esce di somme che nessuno condivide con lui.
Allora sarebbe quasi più giusto che la Libreria a km 0 partecipasse anche simbolicamente al rischio d'impresa del piccolo editore, certamente senza pagare lei-libreria nulla, ma magari garantendo uno spazio a km 0 dentro il proprio negozio: cioè sono una libreria di Milano che annuncia pubblicamente un investimento di 500mila euro (sono tanti) per promuovere l’editoria indipendente della mia città (questo è sott’inteso se no non siamo più nei km 0), e per questo avrò dieci scaffali ben in vista e sempre ben riforniti di libri provenienti dall’editoria indipendente.
Già la visibilità, credendoci e proponendola con spirito d’iniziativa sarebbe qualcosa (intendo: facendo anche promozione, presentazioni eccetera).
(segue)
In ultimo, riagganciandomi all'articolo: dove la trovate una frutteria bio che chiede i soldi a chi pianta mandarini e te li porta al punto vendita? (fine!)
Intendo, Francesca, a me va benissimo che questa iniziativa decolli e affronti la sua sfida - che si misurerà in base a quanta partecipazione di editori saprà smuovere e ai risultati economici/editoriali - però credo che in questo articolo si sollevi un conflitto terminologico e in questo senso mi sembra appropriato, come ho scritto poco sopra.
Tutto qua. Fiera permanente a Euro 800 mi sembrerebbe più aderente alla realtà e, in un certo senso, più onesto.
Questo libraio fa una selezione che non è solo economica: non ammette editori a pagamento (a differenza di una fiera) e non basta pagare per entrarci: bisogna comunque avere la sua stima (ecco perché non è una fiera). Insomma, ci mette la faccia.
Il nome kmzero per me ha una giustificazione nel fatto che saltare la distribuzione non ha lo scopo di abbassare il prezzo, come nelle zucchine (che non hanno il prezzo fisso per legge, a differenza dei libri), ma di poter fornire alla propria clientela prodotti che non trova nelle altre librerie.
Insomma, io se abitassi a Milano ci andrei, in questa libreria.
Inoltre, e proseguo stimolato da te, ragionando, non è affatto polemica la mia, se il libraio in questione stimasse molto ad es. una collana di un editore che non può "sganciare", comunque non basterà la stima a far comparire la collana sullo scaffale. Poi, per riportare la discussione allo spunto dell'articolo, cioè quello terminologico, la definizione di km 0 più adeguata all'editoria, credo sia rappresentata dall' e-book e dalla promozione di editori del proprio territorio (Milano in questo caso). Se passo di là ci vado anch'io.
A quanto ne so io, il libraio mette gran parte della somma, e del resto se no chi glielo farebbe fare dedicare un metro lineare a un editore valido ma sconosciuto supponiamo di Taranto e rinunciare alle fabiovolate? Non so, a me sembra una buona occasione per editori piccoli e soprattutto per editori nuovi che non vogliono restare piccoli per sempre (cantandosi anche che piccolo è bello), e un'ottima occasione per i lettori per trovare libri che altrimenti non troverebbe. A me, lettrice, non interessa trovare il libro del mio vicino di casa (mentre sul pomodoro sì, lo preferirei), mi interessa solo avere la possibilità di girare una specie di fiera dell'editoria indipendente sempre aggiornata ogni giorno dell'anno.
(@Webmaster, io spunto Notificami i commenti successivi ma non mi notifichi niente!)
(@Francesca, stiamo cercando di risolvere il problema. Si tratta di un filtro di gmail...)
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