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La Crisi - Toni Bruno

Lo volevano in piazza, gli dicevano che era importante, che senza reazione l'azione è indegna. Lo volevano in piazza, a lui. E rideva, rideva quando il cellulare lo chiamava a rispondere, tutti lo volevano a fianco per la lotta contro il potere, a lui che con la crisi c'aveva fatto finalmente pace. Lasciatelo stare, non tormentatelo, non scagliategli pietre a ridosso dell'unica certezza sua, vive bene adesso, fa una vita sana, contempla i suoi gesti, è un uomo rinato adesso. Ecco che la crisi d'ansia lo scoperchia, di nuovo quella sensazione. Cresce la paura di perdere il controllo, non è facile fare i conti con quella diga fatta di pietre e fango che lo separa dall'inconscio. Lasciatelo stare. Il cellulare squilla e squilla, forse è la madre. Ma sì, forse è la madre.

 

Sa che dovrebbe rispondere ché quella si preoccupa. Se solo i padri si preoccupassero allo stesso modo, con la stessa intensità. Soffrite padri, i vostri figli sono in fila al macello, fate qualcosa, fate almeno finta di fare qualcosa. Non risponde, non era la madre. Lo volevano per strada, con la sua bandiera tutta rossa e il pugno chiuso. Solo che stingere il pugno gli ricorda la crisi di panico. Il corpo che si irrigidisce poco a poco, le mani che si stringono in un crampo come volessero trattenere a forza la vita. Dove crede di andare, oggi, la vita? È sua, gli appartiene di diritto, come gli appartengono alberi e frutti e terra. La terra, alcuni uomini anni fa gli avevano tolto pure quella e lo giurò alla moglie davanti al sacro cuore di Gesù appeso in soggiorno che quelli erano uomini e non sapeva se fossero pure crisi. Il cellulare grida, non sia mai lo chiami la figlia. Il cuore cavalca i pensieri repentinamente, forse è la figlia. Cosa gli sarà successo in piazza alla figlia? Perché non chiama la madre? Cosa può fare di buono un padre in questi casi? Era così piccola e indifesa allora, un corpo esile e ignaro, disabituato a fare attrito con il resto. Ancora pregno di placenta che piangeva come a voler affermare la sua presenza in questo mondo, sono qui, ho fame, datemi da mangiare, non voglio morire e a saziarla era stato un capezzolo, carne matura in bocca a carne che non sa ancora di essere corpo. Rifiuta la chiamata, non era la figlia.

Lo volevano disteso per terra, con le braccia dietro la nuca e il volto tumefatto dalla collera. Un servo che pesta un servo è pur sempre un buon spettacolo, almeno per i padroni che di sabato escono solo alla sera. Non ci si riconosce più in faccia, l'idea dell'uomo si perde nell'aria, crisi d'identità colpite dai manganelli che nel dubbio suonano. È la musica, sono i cori della tragedia che rivestono la piazza in visione gratuita. Abbastanza consueto in questi tempi di crisi economica. Stavolta è Piero, sicuro è lui a chiamare. Quel Piero che gli aveva insegnato come perdere la fiducia in se stesso e nella persona amata. L'amico che in famiglia bazzicava spesso, che gli aveva scarabocchiato l'idea di un lavoro sicuro e che aveva colmato i vuoti della moglie a rendere. Grande Piero, grazie Piero. Ringraziatelo Piero, fu la soluzione alla sua crisi coniugale. Lo spegne il cellulare, non ha voglia di parlare con Piero.

Lo volevano in questura, inchiodato a una sedia che di chiappe miserabili ne aveva assaggiate fin troppe. Lo volevano vedere piangere, com'è bello piangere. Distende i muscoli, scarica la tensione, alleggerisce l'ego, disarma la paura. L'ultima volta aveva pianto per la sua incapacità di affrontare le cose. Solo che all'epoca era diverso. All'epoca andare in fila per chiedere la disoccupazione e cercare di mantenere la dignità appiccicata al comodino, sembravano imprese impossibili. Tutto può succedere nei film, ma anche nella vita quando si tratta degli altri.

Cosa volete? È depresso. Lasciatelo stare, lasciatelo in pace, non rinfacciategli nulla che non abbia già avuto modo di elaborare. Perché instillare in lui il senso di colpa? Pensa che dovrebbe muoversi, che dovrebbe uscire di casa e andare a manifestare per lui, per la moglie, per la figlia e per l'amico Piero. Gli elicotteri pulpano nel cielo, sa bene che bramano qualche carcassa.

Lo volevano felice e tranquillo, stavano manifestando anche per lui quando invece aveva deciso di sdraiarsi sul divano e dormire. Era come un bambino adesso, il battito del cuore sembrava normalizzarsi, niente più immagini alla rinfusa, niente di niente. Solo il silenzio tra se e chi la crisi l'avrebbe non più pagata ma volutamente regalata pur di raggiungere la pace dei sensi. Lasciatelo perdere, quest'uomo è solo l'idea che si ha dell'altro, filtrata da semplici parole che se ben vendute ci si scorderebbe della crisi e di averle addirittura scritte.

Toni Bruno

15 ottobre 2011

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