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“Vincenza Cinquemani, nativa della Terra di Canicattì, Diocesi di Girgenti, di anni 60, come Sortilega, e Fattucchiera abiurò de levi*. Fu castigata con la pubblica vergogna per le strade di Palermo senza sferzate in riguardo alla sua età, e con la carcerazione per cinque anni nelle Carceri del S. Uffizio”.


 

"Mi vuol spiegare chi è Vincenza Cinquemani?" chiesi.

"È maestra di arti magiche, occulte alla gente comune, ha alle spalle tre generazioni d’officianti della conoscenza. I curatori sanano il corpo e alleviano le angustie dello spirito. Per molti è una santa, per altri la personificazione di una dea, per altri ancora è solo una vecchia megera che toglie il malocchio e i vermi ai bambini, predice il futuro immediato e conosce il passato remoto. È stata l’unica abitante di questo vecchio paese condannata dall’inquisizione per stregoneria, costretta a subire il pubblico ludibrio per le vie della città e poi rinchiusa per cinque anni nelle prigioni del Santo Uffizio, collocate sotto la chiesa della Badia, e da allora è sempre rimasta in quel luogo. Con il tempo è divenuta guida di santi e peccatori, non si è mai negata a nessuno". Quelle parole declamate senza nessun trasporto, uscite già morte dalla sua bocca, placide, pacate e senza spirito conclusero definitivamente la nostra conversazione. Io non chiesi più nulla, lui non parlò di sua iniziativa.

Dalla piazza proseguimmo verso sinistra, imboccando la strada che non aveva segni di abitazioni né di vita, e che, nella notte dei cunti, era stata battezzata degli incantesimi. Infatti, in favore di oscurità, la via nascondeva briganti, sgherri e brutti ceffi che rapinavano i viandanti e gli sprovveduti, dicendo d’essere maligni spettri e funeste visioni. I racconti dei derubati impauriti e di conoscenti fantasiosi narravano nei dettagli le caratteristiche di tali orrendi esseri, accrescendo la paura per quel luogo, tanto da renderlo inaccesso ai più coraggiosi. Anche in quella primissima mattina la strada non perdeva l’aura di terrore impostagli suo malgrado dagli uomini.

Arrivammo in prossimità delle mura cadenti della Badia, parcheggiammo l’auto nella piazzetta adiacente al convento che domina l’intera città. Il mio accompagnatore scese senza proferire parola, aspettò che lo seguissi e bussò all’enorme portale barocco sormontato da uno stemma nobiliare reso irriconoscibile dal tempo. L’uomo sparì dentro e non ebbi più modo di rincontrarlo.

La volta della chiesa annessa al convento era quasi completamente crollata, travi, detriti e tegole erano sparse ovunque. Anche la pavimentazione era in parte divelta e coperta da escrementi, piume e uccelli morti. L’odore acre mischiato a quello della polvere era irrespirabile. Distrutti gli stucchi, le statue erano nelle loro nicchie, le più fortunate prive di qualche arto, altre senza testa o ormai solo mezzi santi.

"Entrate, vi aspettavo" ordinò una voce da dentro.

Feci qualche passo tra le macerie causate da un ordigno che continuava a distruggere anche dopo la deflagrazione. Dall’oscurità delle ombre prese forma un’anziana donna che era stata anch’essa ombra fino ad allora.

Era minuta, ma la sua figura s’imponeva con la sola presenza, la naturalezza dei suoi movimenti sprigionava un'immensa energia. Stette in silenzio, mentre teneva in mano un uovo, che infilzava con spilli, stringendo gli occhi per prendere meglio la mira.

"Questo lo ha deposto un gallo di sette anni, ne nascerà un basilisco, ne ha mai sentito parlare?"chiese "Come potrebbe, mai nessuno ne ha visto uno. Vive nei deserti che egli stesso crea, perché al suo passaggio seccano i pascoli, il grano e i torrenti, i suoi occhi rendono di pietra, come quelli di Medusa. Semina sciagure, carestie e morte, ha il corpo di un gallo quadrupede, grandi ali con piume gialle e una coda di serpente. Infilzando l’uovo, con settantotto spilli si evita la sua nascita, e si può usare come amuleto per amori non corrisposti".

Le rughe della sua pelle, avevano percorso gli anni di diverse vite, il suo essere sembrava conoscerle tutte. Vedevo in lei ripetizioni passate e future, come se appartenesse all’eternità. Se l’esperienza poteva essere trasmessa senza lezioni, seme di vecchie generazioni che ne originavano di nuove, mi sentivo terreno fertile. In quel momento e solo per poco tempo, acquisii prodigiose qualità. Voci nuove riecheggiavano nelle mie orecchie. Ogni particolare se pur minimo risaltava palese, il presente mi appariva ricco di nuove forme, piccole venature nel legno, ogni filo di capelli che la curatrice portava legati sulla nuca, la ruggine sulle ringhiere del parapetto, le incisioni sulla piccola porta di metallo del tabernacolo, le crepe sui muri, tutte le foglie delle erbacce che crescevano sul pavimento. Nudo, dinnanzi al tutto, solo alito recettoriale, pronto a ricevere le voci di uomini, animali, piante passati presenti o ancora da nascere, milioni di respiri. Potevo vivere senza il mio corpo, perché esso era solo una mia piccola parte, vedevo i suoi confini reali così materiali, da sembrarmi estranei, avrei potuto varcarli, se solo lei me lo avesse chiesto.

 

*Sotto questa denominazione vi si trovano bestemmiatori ereticali, poligami, e sortileghi (maghi e fattucchiere).

La foto è tratta da “L’atto pubblico di fede solennemente celebrato nella città di Palermo, 6 Aprile 1724”, dal tribunale del S. Uffizio di Sicilia, dove Vincenza Cinquemani, assieme ad altri ventisei tra uomini e donne, fu processata e condannata.

Gioacchino Lonobile

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