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Alfonsina Morini. Eroe. - Benedetta Sonqua Torchia

Una bicicletta è per sempre, come un diamante.
Questo ha dovuto pensare Alfonsina Morini quando, nel 1915, riceveva come regalo di nozze dal suo fidanzato, prossimo ad essere il di lei marito, Luigi Strada, una bicicletta da uomo, di quelle col manubrio basso e il sellino alto e la canna in mezzo cui attaccare la borraccia di acqua; una di quelle per correre in strada, insomma, a schiena curva. Luigi faceva il cesellatore e l’andava a vedere correre a Milano dove lui viveva e dove lei s’era trasferita da signorina dopo aver stabilito il record di velocità femminile, imbattuto da otto anni, e dopo aver vinto 15 lire come premio al termine dell’ennesima gara.

E’ probabile che Luigi, il cui cognome, Strada appunto, mi piace pensare lei debba aver interpretato come un segnale di un destino amoroso, dal canto suo, pensava che fosse il regalo più romantico che potesse esserci per la sua Alfonsina che si era innamorata del ciclismo a dieci anni. Infatti, nel 1901, quando di giocattoli ne aveva pochi, il padre, bracciante agricolo di una ancora malsana provincia emiliana, le consegnò, pur inavvertitamente, uno strumento che l’avrebbe consegnata agli onori e ai pettegolezzi della cronaca prima che della storia. Ed è così che inizia la sua storia e che subito si trasforma nell’epica di un eroe, eroina meglio, con un passato glorioso di guerre e avventure.
Ed è anche grazie alla trasmissione orale e all’accompagnamento musicale di allora e dei giorni nostri che la storia di Alfonsina ci colpisce, ci arriva, si nutre e ne accresce la natura eroica.
Insomma, avete presente la canzone Dove vai bellezza in bicicletta? Ecco, paralava di lei. E la canzone dei Têtes de Bois? Ecco, Alfonsina e la bici parlava proprio di lei. E Agostino Ferrente? Anche lui pensava a lei quando ha girato il video con Margherita Hack. E gli attimi della sua morte? Ecco, li ha divulgati la sua portinaia che ha tenuto insieme la forma epica del mito e la parola popolare, prima ancora che tutti gli articoli e i servizi e i libri che sono stati scritti più lungamente e meglio che qui.
Insomma, da quando il padre le regalò la bicicletta, Alfonsina si mise a correre su e giù per la via Emilia, ancora bambina, senza far troppe distinzioni o ad andar troppo per il sottile, come accade tra bambini oggi e come accadeva anche agli inizi del mille e novecento. E sarà stato che al confronto quotidiano tra maschi e femmina ci era abituata visto che in casa erano nove figli, e sarà stato che le piaceva correre, e sarà stato che imparò ad andare in bicicletta proprio per bene, che, alla fine, non le sembrava strano giocare e gareggiare anche contro i maschi. E mi diverto ad immaginare tutte quelle volte che, per spostarsi da una parte all’altra, i giovanetti scommettevano su chi arrivasse prima e così, quasi per gioco, Alfonsina cominciò ad allenarsi e, a forza di sentirsi dire questo e quello, da sola, a sedici anni, salì in bicicletta e se andò a Torino. E lì scoprì che non era uno scandalo andare in bicicletta con i capelli corti, il sedere in su e i pantaloni alla zuava. SI poteva fare. E allora giù a sudare per vincere le gare femminili. E le vinceva, e batteva i record, e poi alla fine si spingeva sempre più avanti.
Perché lei, come tutti quelli che stavano ai bordi delle strade, vedeva crescere la fama di Coppi e Bartali e lei voleva correre dietro Thys, Pellissier e Girardengo. E neanche la guerra riuscì a fermarla se nove giorni dopo la battaglia di Caporetto pedala nel Giro della Lombardia (nel 1917) e inizia per davvero a inseguire, seppure a distanza di un’ora e mezza, tutti i suoi più grandi campioni.
E tutti giù a dirle “Ma va’ che sei ultima!”. Ma lei, tosta, non si faceva problemi ad essere ultima: era scampata al tifo, alla fame, al traffico della via Emilia, alle maldicenze che cominciavano ad additarla come il diavolo in gonnella e la regina della pedivella,  figuriamoci se si lasciava scoraggiare da una classifica.
In fondo, lo sapeva che nei lavori pesanti, lì dove c’è da faticare, gli uomini riescono con meno difficoltà delle donne. Non se la prendeva ad essere ultima.
Tagliare il traguardo anche e soprattutto se gli altri corridori si ritiravano dalla gara: questo voleva. Le interessava arrivare, sempre e comunque, difendendo la sua diversità senza sventolarla come un alibi, senza chiedere vantaggio, senza le battaglie ideologiche per le quote rosa. C’è una famosa frase di Scott Fitzgerald che recita: se lo stai dicendo, non lo stai facendo. Lei lo stava facendo e a raccontarlo ci doveva pensare qualcun altro e i qualcun altro erano tutti quelli che non si muovevano dalla tribuna finché non tagliava il traguardo, erano quelli che le portavano i fiori, quelli che l’hanno fotografata sorridente e quelli che  le facevano perdere tempo lungo il tragitto perché le chiedevano l’autografo sulle cartoline illustrate.
L’importante era arrivare, senza sconti, senza scorciatoie, solo con le sue cosce sode e la capacità di star lì a far manutenzione alla sua bicicletta.
Poi ad aiutarla, come succede nelle storie eroiche vengono i grandi fatti della storia e i piccoli conflitti del quotidiano. E, in questo caso, c’erano lo strascico della guerra che rendeva tutto un po’ più povero e i conflitti tra le squadre e gli organizzatori, che di soldi quell’anno ne avevano pochi, e non volevano mettere in palio premi in denaro. E poi ci fu la contestazione delle squadre che non iscrissero i propri corridori e la decisione degli organizzatori di accettare, allora, le iscrizioni individuali avanzate autonomamente dai ciclisti. E, allora, accettarono anche l’iscrizione di Alfonsina che tennero nascosta, però fino ai tre giorni precedenti la gara, tanto che il suo nome venne pubblicato sulla Gazzetta come Alfonsin e poi riportato dal Resto del Carlino come Alfonsino e solo alla fine, quasi a ridosso della gara, si chiarì che si trattava di quella grintosa moretta. Ed era il 1924 e fu la prima e unica donna a correre il Giro d’Italia.

E se è vero che quelli della Gazzetta dello sport lo sapevano benissimo che con il clima di contestazione che c’era, serviva un bello slancio pubblicitario che potesse dar lustro al Giro anche in assenza dei più grandi campioni del ciclismo d’annata  e, se è vero che la presenza della Strada garantiva tutta quella réclame, è vero pure che il Giro, per Alfonsina, è stata un vera e propria impresa eroica: una odissea in 12 tappe e 3.613 chilometri, a trentacinque anni di età.

Ed eccola l’epopea di Alfonsina.
Parte e compie regolarmente 4 tappe: la Milano-Genova (arriva a un’ora dal primo ma prima di molti altri), la Genova-Firenze (cinquantesima su sessantacinque corridori), la Firenze-Roma, con soli quarantacinque minuti di ritardo sul primo. Dalla Roma-Napoli, il percorso inizia a diventare più difficile - anche per la condizione delle strade - ma lei conferma la propria resistenza. All’arrivo a Taranto accusò quasi tre ore di ritardo a causa di una caduta e della bronchite che la faceva boccheggiare.
A stremarla fu la tappa L'Aquila-Perugia: pioggia e vento resero davvero difficile il percorso già seminato di difficoltà per la impraticabilità delle strade e a niente servì che Alfonsina sapesse riparare copertoni, aggiustare manubri e rialzarsi dalle cadute. Arrivò fuori tempo massimo (oltre quattro ore di ritardo). A quel punto i giudici, pur non in modo unanime, decisero di estrometterla dalla corsa, concedendole comunque di continuare a correre insieme al gruppo rimasto senza conteggiarle i tempi di arrivo ai fini della classifica.
Le altre tappe si susseguirono senza registrare i suoi ritardi ma, quando accadeva che arrivasse con le lacrime agli occhi per la fatica provata, succedeva anche che le strappassero la bicicletta dalle gambe per acclamarla come il vincitore e questo, ad esempio succedeva a Fiume ben prima che la città diventasse famosa per la storia dei gradi eventi.
Dei novanta corridori partiti da Milano, ne arrivarono solo trenta, Tra questi, Alfonsina e aveva trentacinque anni di età, compiuti.

Io, in bicicletta, non ci ho mai corso ma tutti quei chilometri sono tanti, tantissimi quando non voli più sulle ali dell’entusiasmo e delle pulsioni della giovinezza e invece fai leva sulla determinazione che hai tenuta salda nei polpacci per dimostrare che, se si vuole, si può correre la stessa strada dei campioni.
Lontana, lontanissima dalla plasticità che la cultura del regime fascista avrebbe assegnato alle ginnaste e alle atlete femminili qualche anno più tardi, il suo farcela non è stato mai rabbioso.
Non ce la faceva contro qualcuno. Ce la faceva perché le piaceva.
Sudava e lottava come per gioco, come se l’approccio della bambina che metteva a frutto il dono ricevuto non l’avesse mai abbandonata. Sarà anche per questo suo saper giocare con la vita che appare tanto bella nelle foto. E sarà anche per questa sua passione per il gioco che, quando l’età non le ha permesso più di gareggiare, ha deciso di girare l’Europa col circo ed esibirsi in numeri mirabolanti su cicli e monocicli. E quando decise che quella non era ancora la fine della sua passione, tornò a Milano e aprì, col secondo marito, ex ciclista anche lui, una officina per la riparazione di cicli e motocicli. Nel frattempo, infatti,  la motorizzazione delle strade stava diventando un fenomeno quasi democratico. E, come tutti i personaggi eroici, ha avuto una fine mitica. Se l’è portata via il suo nuovo amore: una moto Guzzi 500, rosso fuoco che ha stentato ad accendersi una volta di troppo e, a sessantotto anni, le ha richiesto uno sforzo troppo improvviso per il suo cuore che già aveva sopportato tanti e tanti sforzi.
Sulla sua tomba, a Cusano, c’è una bicicletta di bronzo: una bicicletta è per sempre, come i serpenti di Medusa, il tallone di Achille, la spada Durlindana.

Benedetta Sonqua Torchia 

TN DX

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