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Home Rubriche Santi, eroi & Scrittori Josephine Baker. Santa. - Benedetta Sonqua Torchia

Josephine Baker. Santa. - Benedetta Sonqua Torchia

Ogni volta che esce fuori l’argomento, c’è qualcuno che sostiene che i santi non siano persone che non sbaglino o che non abbiano mai sbagliato. La teoria è che i santi siano persone capaci di essere testimoni, grandi esempi di umanità, persone che abbiano saputo vivere cercando la salvezza senza mai rinnegare niente e nessuno e soprattutto se stessi. Allora ho pensato che Josephine Baker potesse essere annoverata tra i santi. Se volete date e informazioni più precise circa le sue gesta potete cliccare sul sito ufficiale a lei dedicato.  Se continuate a leggere qui, invece, saprete perché la cantante e la danzatrice più irresistibile di tutti i tempi è ancora capace di far sfigurare sant’Antonio e le sue tentazioni.

Josephine Baker è stata un campione di coerenza: una volta ha dichiarato che si sarebbe esibita, se ne avesse avuto la forza, fino alla fine dei suoi giorni. Ed è così che è morta. Dopo la sua ultima esibizione, stroncata da un malore.
Ballare, d’altronde, le era sempre piaciuto, fin da quando tredicenne abbandonò il lavoro di domestica per andare a pregare il direttore del Boxer Washington Theatre di farle fare un provino. Era l’unico locale in cui,  ai tempi del razzismo più nero erano ammessi e si potevano esibire gli afroamericani. Da lì, partita in tournée, giunse alla Revue nègre degli Champs-Elysées e mandò in delirio tutta Parigi. E poiché Parigi era ancora il centro nevralgico della cultura e della diffusione della cultura in Europa il passo per la sua personale colonizzazione del mondo le è risultato poi non troppo difficile, anzi, quasi ovvio.
E lei infatti era una splendida ragazza dalla pelle nera che adorava il popolo francese perché, così diceva, “anche quando ti copre di insulti lo fa in modo carinissimo”. Più difficile, invece, deve essere stato, coniugare la sua aurea illuminata da rasi, paillettes, ghepardi al guinzaglio, pellicce e altri animali inconsueti con il suo impegno nel controspionaggio, nella Croce rossa, nei servizi segreti della Francia Libera. Ma il suo impegno, dopo aver portato i fogli dei spartiti inframmezzati a dispacci segreti su e giù tra Europa ed Africa, non rese certo impossibile appuntare la decorazione della Legion d’onore sul suo petto nudo.
E’ stata una donna bellissima che riconosceva la fortuna di essere nata con delle belle gambe e che ripeteva che tutto il resto fosse dovuto alla simpatia. Ed è da piccole frasi qui e là che si capisce quanto valore abbia avuto la capacità di leggere con intelligenza e autoironia tutti i costumi di scena che le hanno costruito d’intorno.
Le piume di struzzo che valorizzavano le linee decise dei seni; i capelli imbrillantinati e domati nei tirabaci; i disegni delle palme alle spalle; i foulard messi a bolla posta come l’iconografia schiavista pretendeva; il gonnellino di banane, forse il costume più famoso che fece scalpore per averla lasciata praticamente nuda sul palco. Tutti segni di un mondo che l’hanno resa famosa, le hanno aperto le porte ma l’hanno esposta al rischio e al vizio dell’idea folkloristica dell’esotico.
Hanno provato a farla fruttare come una figurina sensuale ed esotica ma non ci sono riusciti. Nessuno c’è riuscito perché lei ne ha saputo ridere.
Si è svincolata dalla possibilità di poter essere solo una ballerina e si è buttata sull’impegno. Politicamente, civilmente, affettivamente.
Si è sposata quattro volte. Ha allevato animali a sangue caldo e freddo. Ha adottato dodici bambini, le hanno attribuito il ruolo di agente della CIA, di spia, agente segreto, ha partecipato attivamente alle azioni di liberazione dai fascisti, ha fatto amicizia con principesse da sogno che l’hanno aiutata e con i leader della lotta all’apartheid.
Ha trasformato con leggerezza l’occhio razzista di chi la voleva mezza nuda con indosso un costumino di scena in una sfida contro la ghettizzazione. Delle donne e degli afroamericani. E’ in questa lotta operosa, sorridente e costante che ha sfruttato i mezzi che aveva senza fermarsi al ruolo attribuito da cineasti, robivecchi, leader politici. Ed è una sfida che dura ancora oggi nel tempo, quando usano la sua icona per invogliare le clienti delle boutique a comprare biancheria un po’ succinta, come se provassero ad incartare insieme uno spettacolo ad uso e consumo di qualche spettatore.
Ma la donna che è stata resiste. Resiste con la sua biografia. Non si fa ancora confezionate o incartare e non regala gli sguardi persi, fintamente sensuali di chi si è lasciata sedurre ma macchia le pellicole col sorriso bellissimo di chi non dimentica l’orgoglio della natura più vera e che non si può dimenticare.

Benedetta Sonqua Torchia



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