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Home Rubriche Santi, eroi & Scrittori Victor Hugo. Eroe. - Veronica Leffe

Victor Hugo. Eroe. - Veronica Leffe

Victor Hugo non assomiglia agli altri poeti e scrittori del suo tempo: tristi, malinconici, solitari. Si getta con foga e ardore nell’esistenza, occupandosi di politica con passione e pagando in prima persona lo scotto di una strenua lotta per difendere gli ideali di giustizia, libertà e uguaglianza che sente irrinunciabili per ogni essere umano. Quando si oppone apertamente all’ascesa di Napoleone III e al suo regime antidemocratico, questo gli costa l’esilio dalla patria per vent’anni. Ma durante l’esilio il suo interesse per le questioni di giustizia non fa che aumentare: ad esempio, approdato nell’isola di Jersey, subito scatena un putiferio per salvare un condannato a morte. Tenta invano di ottenere la grazia per quell’uomo, appellandosi prima direttamente al viceconsole del posto e poi al ministro degli interni britannico, Lord Palmerston. Scatena tante e tali polemiche che rischia seriamente di essere espulso dall’isola. Questo è solo un esempio dell’impetuosa vita dello scrittore. Tuttavia non è esattamente per questi motivi che Hugo rientra meglio nel profilo dell’eroe. Hugo ha la stoffa dell’eroe, è vero, però voglio raccontarvi quello che so io su di lui, così come l’ho scoperto.

Da molti anni lavoro in un museo, uno di quelli importanti, con tante sale e tanti pittori sacri (quelli dell’avanguardia), da storia dell’arte ufficiale. Un giorno, girando in uno di quei settori che restano sempre chiusi al pubblico per mancanza di personale, fui attratta da un piccolo quadro, un disegno fatto a quattro mani. Si trattava di un cadavre exquis (un gioco surrealista molto divertente). Nella didascalia del quadro, oltre al titolo e alla tecnica, si potevano leggere i nomi degli autori: A. Breton, N. Eluard, P. Eluard, chiudeva la fila un misteriosissimo V. Hugo. Quelle iniziali mi incuriosirono subito: come potevano riferirsi all’autore dei Miserabili? Di Hugo mi ricordavo di aver letto qualcosa molti anni prima, si trattava de L’uomo che ride.       
Era una storia delirante, densa e oscura, una confusa epifania di immagini fantastiche, un’atmosfera tragica e ridondante, un destino fatto di grandi onde, un mare sempre in tempesta, scogli vertiginosi, architetture lugubri, fumo, mistero, e in questo delirio si aggiravano inquietanti personaggi usciti dagli inferi, accaniti e pervertiti persecutori di un’umanità umile e reietta, umiliata ma angelica. Questo è stato il mio primo incontro con lo scrittore. Poi ci perdemmo di vista, fino al cadavre exquis…
Indagando su quelle iniziali misteriose, in effetti ho scoperto qualcosa di curioso, e che non tutti sanno: Victor Hugo fu anche un pittore, ma in realtà  quel cadavre exquis non l’aveva disegnato lui! Peccato.  
Era invece di Valentine Hugo, moglie di Jean Hugo (pronipote di Victor), amica intima di Breton e militante nelle file degli artisti surrealisti. A Victor Hugo, invece, appartenevano i disegni che Valentine mostrò a Breton e alla cerchia surrealista. Di questi Breton si occupò e ne scrisse considerandoli tra i prodromi dei procedimenti surrealisti.
Hugo pittore, profilo impetuoso ed originale. E’ la sua pittura (forse più che la sua scrittura!) che mi ha svelato fino in fondo la natura dell’eroe. Ora vi spiego il perché.
Hugo disegna fin da giovane schizzi di paesaggi, ne esegue spesso durante i viaggi, ma è soprattutto per intrattenere i figli piccoli che comincia a produrre tutta una serie di disegnini buffi e caricaturali: con loro si diverte anche a far ritagli, a incollare, a fare macchie… Tuttavia, la prima parte della vita di Hugo è presa soprattutto dalla letteratura e dall’impegno politico, e il disegno è relegato in un angolo, è un passatempo.        
Con l’inizio dell’esilio le cose cambiano: la vita improvvisamente si stringe intorno alla famiglia e a qualche amico, il tumulto politico e quello letterario di Parigi sono lontani e la pittura diventa per Hugo uno strumento primario. 
Anche come pittore Hugo si distingue dai suoi contemporanei. Come ci racconta suo figlio Charles, “Dopo aver sistemato sul tavolo la carta, la penna e l’inchiostro Victor Hugo si siede e, senza alcuno schizzo preparatorio, apparentemente senza alcuna idea di partenza, eccolo disegnare con mano straordinariamente sicura non l’insieme del paesaggio, ma un suo dettaglio qualsiasi. Inizierà la foresta da un ramo d’albero, la città da un frontone, il frontone da una rosa dei venti, e a poco a poco l’intera composizione emergerà dal biancore del foglio […]. Dopodiché il disegnatore chiederà una tazza e completerà il suo paesaggio con un acquazzone di caffè”.
Il suo amico Burty ci avverte che “Tutti i mezzi sono buoni per lui: il fondo di una tazza di caffè versato su un foglio di carta vergatina o il fondo di un calamaio versato su carta da lettere, distribuiti con il dito, tamponati con una spugna, lasciati asciugare, ripassati poi con una penna a punta grossa o fine, rielaborati con lavature a gouache o color vermiglio, contrastati di blu, lumeggiati in oro”. E il nipote Georges osserva che “Versava l’inchiostro a caso, premendo la penna d’oca che scricchiolava e schizzava getti come razzi. Poi plasmava, per così dire, la macchia nera che si trasformava in castello, foresta, lago profondo o cielo minaccioso; bagnava delicatamente con le labbra la barba della penna e ne faceva uscire una nuvola donde cadeva la pioggia sulla carta umida, oppure se ne serviva per indicare con precisione le nebbie che offuscano l’orizzonte. Terminava allora con un fiammifero di legno e disegnava delicati dettagli architettonici, ricamando ogive, assegnando una smorfia a un doccione, diroccando una torre […] ”.
Ritagli, stampini di carta, pezzi di stoffa, colature, frottage, grattage: giocando con i mezzi e gli strumenti imparati dai suoi figli, Hugo dà vita a scenari fantastici, visionari ed estremi, altre volte i soggetti restano intenzionalmente più vaghi e indefiniti (oggi parleremmo di astrattismo), ci sono poi le istallazioni, gli assemblaggi, le pietre prese durante le passeggiate sugli scogli dell’isola e firmate. Spesso alcune opere poi, sono semplicemente la sua firma tanto che, come racconta Émile Verhaeren, “alcuni disegni, sbarrati dalla tirannica firma, non esistono che grazie a essa, violenta, tragica, simile a una minaccia divina”. 
Insomma Hugo inventa Dada settantacinque anni prima di Dada! Nella sua pittura ci sono tutti i procedimenti dell’avanguardia storica: il collage, il ready-made, la contaminazione, l’automatismo, la dissacrazione. E tuttavia non è per fare l’anticonformista che Hugo abbandona il cavalletto la tela e i colori a olio! Non è per realizzare un’azione di avanguardia che Hugo gioca con il caso. 
Tutto questo proprio non gli interessa. Victor Hugo neanche si considerava un pittore! Perché la sua pittura si colloca altrove. Hugo non gioca a fare il genio: il suo gioco è di gran lunga più serio e più pericoloso della pittura d’avanguardia, perché quello che veramente gli interessa è dare voce a alla misteriosa “bocca d’ombra”, come un umile intercessore, trascrivendo un dettato magico e allucinatorio. Insomma, quello che Hugo si propone è molto temerario: la discesa agli inferi! 
Per realizzare questo obbiettivo non si deve necessariamente essere pittori o poeti (anzi, Dante si stupisce di aver intrapreso il suo viaggio malgrado fosse solo un poeta!), per intraprendere questo viaggio  spaventoso è necessario essere eroi. Hugo, novello Odisseo si incammina sulla strada impervia dell’Ade, nelle tenebre più profonde. E non può portare con se oggetti ingombranti, scomodi e poco maneggevoli: ecco perché abbandona il cavalletto, i pennelli, la scatola dei colori a olio con tutto il suo armamentario di solventi.
Hugo discende portando con sé le uniche armi possibili: un po’ di carta, una penna, un po’ d’inchiostro, cose maneggevoli che gli permettono di muoversi meglio nell’oscurità più profonda, di mettersi all’ascolto, di usare un altro tipo di vista. 
Quello che dico è la pura verità: Hugo fu eroe durante tutta la sua esistenza, ma visse appieno l’avventura mitica, questa temeraria discesa agli inferi, nel momento più tragico e buio della sua vita, durante l’esilio in cui patì l’isolamento più totale e in cui il ripiegamento su se stesso gli permise di togliere tempo ad altre più terrene imprese!

Veronica Leffe

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Commenti  

 
+1 # claudia b. 2012-01-28 11:00
Bellissimo! Si potrebbe anche dire che la discesa agli inferi è una tappa obbligata dell'epopea di un eroe, e quindi per essere veramente eroe Hugo doveva compiere l'impresa. Nulla di meglio della pittura visionaria per calarsi negli inferi!
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