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Home Rubriche Santi, eroi & Scrittori Luciano Bianciardi è morto senza sparare - Marco Lupo

Luciano Bianciardi è morto senza sparare - Marco Lupo

«Luciano Luciano BianciardiBianciardi muore a Milano il 14 novembre 1971. Prima di morire d’alcol dice a chi gli sta vicino “sopportatemi, duro ancora poco”.»
Finiva così un pezzo che ho scritto sette o otto anni fa. In quegli anni vivevo in una casa umida con le persiane marroni. Studiavo e lavoravo. Mangiavo quando qualcuno mi invitava a cena. Avevo i capelli lunghi, fumavo una sostanza stupefacente psicotropa e registravo su vhs tutti i film polacchi che passavano alle 4 di notte su Rai3. Da allora mi porto dietro una fotografia di Bianciardi, che è  la prima cosa che appendo in camera quando mi trasferisco in una nuova casa.

La fotografia è in bianco e nero: Bianciardi siede su una panchina, ha le mani infilate nelle tasche del pastrano, il bavero alzato, i capelli tagliati da poco, lo sguardo obliquo rispetto all’obiettivo; sotto la panchina uno strato di foglie secche; Bianciardi ha gli occhi aperti e non è ancora morto.
Non pubblicai quell’articolo, né lo riciclerò in questo albo di santi, eroi e scrittori. Perché di un tizio si può scrivere in molti modi. Molti ce ne sono, ma per il Bianciardi è diverso. Quando scrivi del Bianciardi devi stare attento. Ti mordi la lingua e cerchi di non cedere alla rabbia. Ti convinci che parlarne sia meglio che tacere. Ti ricordi di quando ti sentivi solo (tu, i vhs e i capelli lunghi) e leggevi la sua incazzatura solenne. Ti ricordi che Luciano ti faceva ridere e incazzare allo stesso tempo. Ti vengono in mente le risposte che dava ai lettori del Guerin Sportivo. Ti vengono in mente i suoi libri.
Quindi cresci, leggi, e crescendo come scrittore ti capita spesso di incontrare altri scrittori, di parlarci. Molti scrittori non conoscono Bianciardi, sanno chi era, ma non l’hanno mai letto. Altri lo conoscono, e sono suoi nipoti proprio come te, e sono cresciuti con le grappe gialle al Bar Jamaica, hanno chiesto escatollo quando nessuno raddoppiava, si sono asciugati le guance leggendo La vita agra. Quando si ritrovano, i nipoti del Bianciardi, parlano di lui. Ognuno dice la sua, e tutti, tornati a casa, lo rileggono.

Nel 1969 i i tipi di Rizzoli danno alle stampe “Aprire il fuoco!”, riedito qualche anno fa da ExCogita e infine, nel 2008, da Stampa Alternativa, con il titolo leggermente censurato: “Le cinque giornate”. L’ultimo libro prima di morire. Prima di chiudere i conti con Grosseto, con l’industria culturale che ha odiato tirandole calci in faccia e sulla carta, ricambiati con il successo, con quel participio passato del verbo succedere che amava ripetere ad ogni intervista.
Bianciardi muore solo. Gli amici non capiscono perché negli ultimi anni si sia ridotto a bere in continuazione, ne hanno paura. Maria, la sua compagna, la donna che ha condiviso con lui un figlio, la vita misera delle traduzioni a tredici lire la riga, lo lascia, se ne va con il bambino. L’uomo che ci ha tradotto Saul Bellow, Norman Mailer, William Faulkner, Henry Miller, quell’uomo crepa come un anarchico in agonia. Luciano Bianciardi, ricorda questo nome, è importante. Parlane ai tuoi figli, leggilo.
«E fu miracolo veramente, ma insieme tremendo equivoco, che costerà agli italiani cento anni di dolorosissima storia: la guerra dei briganti, la sommossa del ’66, l’immagine radicata nel popolo dello stato oppressore, quello che esige le tasse e chiama a far la guerra, l’analfabetismo mai sconfitto, mezzo milione di emigranti ogni anno lasceranno questa “porca Italia”, l’unità più volte messa in pericolo ad ogni crisi nazionale, il razzismo interno che sempre ha serpeggiato sottile nel costume nostro, la mafia, la miseria.» Così scrive alla fine di “Da Quarto a Torino”, pubblicato nel 1960. Così inizia, con amarezza, il percorso di Bianciardi nella storia del Risorgimento italiano. Amava gli ideali del Risorgimento - la nostra mancata rivoluzione - e gli uomini e le donne che si ostinarono a crederci. Tutta l’opera di Bianciardi si delinea come la struttura di un grande romanzo popolare, con un narratore che ha visto gli eventi che andrà a raccontare, un narratore sconfitto, amareggiato come un finale solitario.
Il capezzolo dell’idea bianciardina si inturgidisce con gli eventi raccontati ne La battaglia soda, romanzo pubblicato nel ’64 da Rizzoli; Bianciardi impersona un ex garibaldino, il narratore, che a quarantadue anni, ferito dal fallimento della vita, scrive le sue memorie; i fatti partono dalla presa di Capua (1° novembre 1860) e arrivano fino alla disfatta di Custoza (24 giugno 1866).
Nel romanzo gli eventi sono autentici e i personaggi esistiti vengono riesumati con la lingua. Quelli inventati, invece, sono i personaggi minori, arruolati tra i suoi amici. Ci sono Ripa di Meana, Ormanno Foraboschi, Franco Nebbia, Giampaolo Dossena.
In questa epopea nazionale raccontata dal Bianciardi emerge l’energia democratica di Garibaldi, repressa dal conservatorismo monarchico, clericale, poi democristiano.
Un storia del Risorgimento tradito, di questo si tratta. L’autore cerca di far risorgere l’innocenza sociale di una parte d’Italia, la parte degli uomini che hanno creduto in un paese, un’idea di paese lontano dalla stupidità e dalla corruzione.
Un’idea che lo ucciderà.
Ed è tempo di parlare di Aprire il fuoco, l’ultimo romanzo del Bianciardi.
Il tempo è quello giusto, che ci siano Andreotti, Berlusconi o Monti al potere. Il tempo è quello giusto perché Bianciardi, in Aprire il fuoco, sfodera la delusione per le rivoluzioni italiane sedate, per i partigiani epurati dopo la seconda guerra mondiale, per il sessantotto affetto da “infantilismo tattico”, per l’odore di morto che emanano la DC e i suoi emissari. Spostando i moti di Milano, Le Cinque Giornate, nel 1959, Bianciardi comprime nello stesso tracciato spazio-temporale eroi risorgimentali e personaggi della contemporaneità. E come nel celebre “Ma l’amor mio non muore”, lo scrittore maremmano consiglia strategie pratiche per la rivoluzione: «Lasciate perdere broletti, palazzi del governo e anche le università, ragazzi, pensate alle banche».
Noi che non siamo figli della guerra e che non abbiamo marciato con gli operai e che non ci siamo sporcati le mani con i volantini ciclostilati, oggi noi siamo i figli illegittimi di Bianciardi. Alcuni di noi fanno il "lavoro culturale", altri si limano le impronte digitali per inviare curricula differenziati, altri non sono pervenuti. Oggi noi non siamo. Domani noi non ci saremo. Forse dovremmo ricominciare a esserci.

Nell’attesa leggete Bianciardi.

 

Marco Lupo


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Commenti  

 
+1 # daniela rindi 2012-01-13 12:38
proprio un bel pezzo, complimenti vivisimi.
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