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RedReading #6 - Come fratelli e sorelle

Testo del racconto letto durante il Red Reading#6 “Come Fratelli e Sorelle, vite profughe esistenze partigiane” andato in scena lunedì 27 maggio al Teatro Argot Studio di Roma.
Un racconto inedito di Terranullius, un mosaico di vite ribelli, scritto a sei mani e letto a due voci.

Legge Pier Paolo Di Mino:

Evita, Evituccia, mia piccola Eva. Non so cosa pensare di questa storia. Siamo nati dallo stesso padre, nella stessa terra. Ma tu puoi considerare nostra una terra che ci caccia? Nostra quella dove subiamo la persecuzione e peniamo la fame? Non so. Penso a quei versi pieni di struggimento di quel poeta siciliano. Come si chiamava? Ibn Hamdìs, povero figlio, cacciato dalla sua isola dai conquistatori normanni assetati di oro e sole e tutto quello che brilla; cacciato dalla terra dove fu giovane e felice. Forse la nostra unica vera patria non è la gioventù avventurosa e felice, e il resto solo un esilio? E penso ai tanti altri Ibn Hamdìs, ibn Arabi, i Mohamad e Abel Aziz che tornano in Sicilia, ma è di nuovo un esilio. Sempre un esilio. E così è per tutti i figli di Ismaele. Eppure hanno combattuto, con i sassi e le armi, appostandosi nella battaglie, facendo la guerriglia. E dove sta allora la colpa? La colpa è questa voglia di combattere? O nel fallimento della sconfitta? Non lo so, ma è così per tutti i figli di Ismaele.

Ma anche per quelli di Abramo non è diverso. L’Egitto, Babilonia, i ghetti di Europa. E anche loro hanno combattuto in ogni dove, sperando e morendo: hanno difeso Gerusalemme, hanno difeso la Polonia, hanno impugnato armi e nascosto libri e custodito il segreto che regge il mondo: quello secondo il quale ogni generazione nasce un giusto che non sa di saperlo, ed è per questo che il mondo non crolla. Un giusto morto in battaglia per difendere qualcosa, o smarritosi nell’esilio. Quale è la colpa di questo giusto?

E qual è quella degli indiani che hanno abbandonato la loro terra per stanchezza e fame, per odio contro chi li sfruttava? La colpa di quelli che chiamano zingari per dire che sono intoccabili; quelli a cui hanno tolto tutto per accusarli di essere ladri. È una colpa il loro camminare incessante? È una colpa essere profughi?

Legge Lorenzo Iervolino:

Quando gli sono stati consegnati gli appartamenti era il 1954. 38 metri quadrati, 5 mq di giardino condiviso,
angolo cottura con la cappa in ghisa, un gabinetto e due stanze: praticamente una reggia!

I nuovi abitanti del Villaggio Giuliano Dalmata di Acilia infatti, fino al giorno prima, per dieci anni avevano vissuto nei campi profughi sparpagliati in tutta la penisola, loro, rimpatriati da Rodi, da Adis Abeba, dalla Turchia, da Salonicco, dalla Libia, dalla Dalmazia. Stranieri in quelle terre. Stranieri in questa.

Nei campi profughi stavano in due famiglie per ogni stanzone di venti metri quadrati, una tinozza d’acqua a scaldarsi al sole, le parlate di ogni dove mischiate come il sudore che dalle loro schiene permeava l’aria, rendendola un’anima sola, che avrebbero potuto chiamare fatica, o nostalgia, o attesa, ma che semplicemente non chiamavano. Per il rancio giornaliero le file erano così lunghe che le persone si facevano sostituire dai propri barattoli di latta, lasciati uno dopo l’altro, per ore, a tenere un posto che avrebbero potuto chiamare fame, sospensione o attesa, ma che semplicemente non chiamavano.

Poi i Capi campo iniziarono a fare le liste e a distribuire i cognomi su e giù per lo stivale, come missive spedite a destinatari ignoti: al Villaggio di Acilia arrivarono dal campo di Bagnoli, dalla caserma La Marmora; in quei luoghi le famiglie si erano conosciute, avevano diviso il pane, rammendato i pantaloni altrui, i giovani avevano ballato insieme attorno alle candele, si erano innamorati, si erano aspettati, e i grandi si erano organizzati, condividendo ore che avrebbero potuto chiamare solidarietà, sopravvivenza, o attesa, ma che semplicemente, ancora una volta, non chiamavano.

Un giorno l’attesa finì. I lotti popolari vennero assegnati, regge di 38 mq. Nei quartieri intorno sapevano le loro storie. Sapevano quale dito puntargli contro. Ma non sapevano come chiamarli, agli abitanti del Villaggio Giuliano: stranieri? italiani?

Loro, con orgoglio, anche 50 anni dopo, quando io sono venuto ad abitarci, non hanno mai smesso di chiamarsi, semplicemente, profughi.

Legge P.P.D.M.:

È una colpa anche questa? è una colpa cercare sempre la propria terra? correre liberi per le pianure d’Americhe dei Dakota e dei loro fratelli? È una colpa abbondare l’asservimento alla terra? Non lo so, ma colpa o meno, gliel’hanno fatta pagare bene. E ancora un volta anche questi figli hanno preso il fucile e le armi. Deve essere di certo una colpa, questo. Ma non vedo cosa altro di meglio ci sia di questa colpa.

E penso a tutti, i tanti ragazzi che in ogni tempo hanno combattuto per resistere contro il male e ribellarsi alle dittature e alla ingiustizie che avvelenavano le loro terre. Penso alla loro sconfitta, a quella della loro gioventù, a quella della loro terra. Penso a come la loro lotta non finisce mai. Penso ai ragazzi di Garibaldi morti in Italia. E morta l’Italia, li ricordo in Grecia, Polonia, Francia. Ricordo Amilcare Cipriani esule eterno, e Malaparte con un manipolo di garibaldini nel Matese. E poi sono sempre gli stessi ragazzi quelli che vanno in guerra nel 1915 sperando nella sollevazione generale: sindacalisti rivoluzionari, arditi del popolo, anarchici che dormono ora alla fosse ardeatine e vegliano sul domani. E altri li rivedo in Spagna combattere contro Franco. Vedo un manipolo di anarchici fuggire da quella disfatta. Sono giovani francesi, italiani, inglesi. E non so quante altre nazioni hanno fornito i loro giusti per questa impresa. Combattono in Marocco e poi raggiungono l’Italia per unirsi alla Resistenza. Sono seppelliti a San Paolo. Un manipolo di anarchici, quelli che hanno salvato la civiltà.

Legge L.I.:

Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore.

Fratelli perché il sangue lo diceva, e il cognome lo confermava. Fratelli di sudore, di terreni arati in salita, dissodati con le mani e con l’ingegno; fratelli di stampa clandestina, fratelli di resistenza, fratelli che contagiano altri fratelli, morti uno accanto all’altro, fucilati dai fascisti, i fratelli Cervi. Fratelli non solo perché il sangue lo diceva, e perché il cognome lo confermava. Ma fratelli come sono state sorelle Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, leggere come farfalle, impermeabili come la terra indurita durante le estati dominicane: anche loro uccise per essere state contrarie all’appiattimento, alla sopraffazione, alla barbarie: anche loro arrivate fino a noi, immutabili, immortali, nostre sorelle, capaci coi loro corpi martoriati di far sollevare un paese intero, e di far ammazzare Trujillo, che a contrario di Pinochet e Videla, la vecchiaia non la vedrà mai.

Sorelle perché il sangue lo diceva, e il cognome lo confermava, sorelle e fratelli che hanno combattuto e perso, e nella sconfitta hanno vinto perché di loro stiamo parlando e non dei loro carnefici:

Carlo e Nello Rosselli in Francia, in Spagna, nelle vene e negli occhi, nelle speranze e nella rabbia, Attilio ed Emilio Bandiera, fratelli perché il sangue lo diceva, e la lotta lo confermava, così come per Emilio ed Enrico Dandolo, lombardi accorsi a difendere la Repubblica Romana di Mazzini e Garibaldi, di Ciceruacchio, la Repubblica Romana di una Roma senza il papa, la Repubblica Romana figlia del sangue francese, delle sue vittorie, delle sue promesse, la Repubblica Romana che era un sogno.

Nella notte tra il 2 e il 3 giugno 1849, il sogno è definitivamente tradito: la non aggressione verso altri popoli che difendono la propria libertà, è calpestata dagli stessi francesi che l’avevano proclamata, asserviti al Papa, un richiamo del potere che è colonna vertebrale, che è stomaco pieno, che è obbedienza: teatro di sangue furono il Gianicolo, Villa Pamphili, Villa Corsini. Emilio ed Enrico Dandolo, i due lombardi, si battano, tra le sciabole e le cannonate, sotto un cielo nero che minaccia di cadere giù. Emilio Dandolo si ritrova steso a terra, ferito alla gamba, le forze gli sembrano sfuggire via dalle dita, dal petto, dai sogni; su quel pezzo di terra che non l’ha visto nascere, attende il suo francese che verrà per finirlo. Ma tra i sibili degli spari e il fumo dei cannoni appare Giacomo Medici, altro difensore di quel sogno, altro corpo e anima e sangue impastati lontano dalla città Eterna. Giacomo Medici si china su Emilio Dandolo e lo aiuta a salire sul suo cavallo. Emilio, ferito, non sa che suo fratello Enrico è morto solo qualche metro più in là e infatti appena issato sul dorso della salvezza chiede al suo soccorritore : «dov’è mio fratello? Dov’è Enrico?».

Giacomo Medici passa un braccio sulle spalle del giovane, lo fissa negli occhi, come se attorno a loro non ci fosse l’inferno, ma solo qualcosa di più grande che non è il sangue a dirlo, né nessun cognome a confermarlo,  e gli risponde: «Andiamo ragazzo, ora tuo fratello sono io!».

Legge P.P.D.M.:

E vedo questi altri fratelli. Vedo il corpo del Comandante Ernesto Che Guevara disteso. È morto. È enorme. Si trova in una terra straniera. Si trova in una terra dove ha appena fatto la rivoluzione. Si trova nella sua terra. E vedo i tanti ragazzi della sua generazione, partiti come lui dall’Argentina, e dal Cile, e da tutta l’America Latina. Li vedo disperdersi. Vedo Roberto Bolaño che torna a Santiago per difendere Allende. Lo vedo mentre viene arrestato e torturato. Lo vedo fuggire. Lo vedo esule e sento le sue parole per sempre straniere raccontare per sempre questa storia.

Troppe cose vedo, e raccontano sempre questa storia. È la storia di una colpa? È una colpa tutto questo, Evita? Va bene, ma allora sarà la nostra colpa e continueremo a lottare e a camminare stranieri per questa terra. Non sarà mai nostra. Ma faremo così: saremo noi sua.

E così tutti i tuoi figli saranno figli di ogni terra, Eva. E così lo saranno i miei. I figli di Adamo.


Pier Paolo Di Mino, Lorenzo Iervolino e Massimiliano Di Mino



 

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