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Novantesimo minuto

Un discorso su Angelini, Gabrielli, Salimbeni & Santoni

 

 

 

 

Ovvio, la vita è il campo di battaglia sul quale la morte ci sfida a tirare fuori le metafore migliori e più fantasiosamente esatte per definire la sua vittoria certa, e, insomma, tutto proprio tutto è letteratura.

Ma qualcosa lo è di più: per esempio il calcio.

E lo sanno bene quelli della mia età, cresciuti con “Novantesimo minuto”, che iniziava con quel novanta che scorreva velocemente (“tutto è fumo di fumo” diceva l’Ecclesiaste la domenica dopo pranzo davanti alla moviola, “e poi novanta è ‘a paura”). E c’era quel mefistofelico Paolo Valenti che, con sorriso malizioso, dava la linea, come sfogliasse il catalogo dei sette peccati, all’accidioso Tonino Carino, e al goloso Necco, e via dicendo. Altro che sana e consapevole libidine! Al fuoco si risponde col fuoco, e, se siamo stati salvati dall’oratorio, lo dobbiamo solo ai riti lustrali della domenica calcistica.

Insomma quelli della mia età, non fosse stato per quella sfera di cuoio, dove avrebbero potuto trovare la loro occasione di redenzione, e i loro eroi e santi? Io, per esempio, ancora porto in tasca il santino di Bruno Conti, che, come Socrate, era brutto fuori e bello dentro; e rendeva migliori gli altri perché era il migliore. La mia iniziazione filosofica ha un nome e cognome e porta la maglia numero sette, chiaro simbolo apollineo. Il calcio ci ha reso migliori. Certo, era ancora il calcio sognato da Gianni Brera, tutto sommato. Quello dell’utopia democratica, dove un povero ragazzo di campagna o di periferia, meglio se nato in fazenda, facendosi il gran mazzo, sudando sangue e strappandosi dall’anima il talento, ce la poteva fare per la gioia sua, della famiglia di appartenenza e di tutta la borgata. Tutti noi, studiando comparativamente anche sui testi giapponesi (“Holly e Benji”), siamo cresciuti certi di questo: io, per esempio, era chiaro che, lavorando per la squadra come predicava Conti, sarei diventato Socrate.

Ma poi non lo so, sarà che il tempo passa veloce quando ci si diverte, ma quegli anni sono finiti salutati da Raf, sono venuti i Novanta (“sempre ‘a paura”, conferma l’Ecclesiaste), e la democrazia è finita: siamo precipitati in clima impero o basso impero, con pane e circense catodico, e pure il calcio è cambiato. Il calciatore non è più stato figlio del popolo, ma schiavo ben pagato che urla negli stadi dando voce alla nostra rabbia. L’immagine del gladiatore. Il sogno di Brera è finito, e ci indovina allora Zezelj che prende a modello Totti, lo fa risorgere in un futuro prossimo e lo fa diventare capo di una rivolta di schiavi (“Nike S.P.Q.R.”). Clima impero e, quindi, Totti diventa Spartaco. Lo Spartaco di Koestler, magari, che incontra sulla sua via Ignatia un fresco discepolo di Cristo, e si fa convertire al comunismo millenaristico.

Ma poi pure i Novanta sono finiti, e per capire a che punto siamo arrivati, chiaro, dobbiamo consultare ancora il calcio. E allora è evidente: siamo alla fine, e dai cattivi metodi degli Augusto e Nerone e Caligola siamo passati all’assoluta mancanza di metodo. Al posto degli schiavi, che comunque costavano vitto e alloggio, abbiamo i precari, l’impero è stato venduto all’asta e ci governano i ragionieri. Insomma: basso impero o impero sfatto, quando l’unica speranza sono i barbari o la redenzione religiosa, o un misto delle due cose. Così è, e allora questo troveremo ora nel calcio: un rude religione salvifica.

Voglio prendere a esemplificazione della mia specchiata tesi tre libri del nostro tempo, eccellenti casi di meditazione letteraria sul calcio.

Il primo lo ha scritto, appena pochi anni fa, Adriano Angelini, e si intitola “Da soli in mezzo al campo”. Il romanzo racconta con uno stile terso e pulito, da novella leggera e svagata, l’iniziazione, prima di tutto sentimentale, alla vita adulta di un aspirante calciatore. Dirò subito che il tono da commedia del racconto è un accorto accorgimento retorico, non privo di pericoli. Prima di tutto quello di essere frainteso. Come è successo, di certo per eccesso di astuzia, a Susanna Tamaro un decennio abbondante fa, quando, cercando di adattare al sentimento moderno l’etica (o l’estetica, che è lo stesso) dell’Hagakure ci ha dato la sua versione del “va dove di porta al cuore” omettendo di chiarire che il cuore ci porta alla morte (“ho scoperto che la via del samurai è la morte”, dice il maestro Yamamoto): adattandosi, insomma, un po’ troppo al moderno gusto, che all’etica e all’estetica preferisce l’efficienza ipocondriaca della vita prima di tutto. Ma anche, per dirne una, come sarebbe potuto succedere ad Apuleio che, non fosse stato il mago, o retore, di ragguardevole caratura che era, e non avesse reso evidente la sua mira dentro la trama del suo “Asino d’oro”, sarebbe ora ricordato per qualche scolio a commento della pornografia prisca. Stessi rischi li corre Angelini, che, infatti, si mette sulla scia proprio di Apuleio: per il bassissimo impero, anche nelle metafore calcistiche, bisogna essere medio-platonici. Ed è così che “Da soli in mezzo al campo”, che sembra ingannevolmente riproporre il mito di Brera, è invece una nuova versione della favola di Amore e Psiche. C’è il ragazzo di bassa levatura sociale, ma non viene da una fazenda: il nostro eroe è nato e cresciuto in un quartiere di media periferia. Appartiene a quel fantasioso costrutto sociologico di marca democristiana che è la medio borghesia. Non gli manca nulla, ma potrebbe avere tutto. Tutto è il calcio. Perché il calcio è la sua passione. Perché il calcio da medio potrebbe farlo diventare alto. Perché il calcio dà quel surrogato della gloria che è la fama. Ma, soprattutto, e questo il ragazzo ancora non lo sa, perché il calcio è il mezzo che solo gli può permettere di conoscersi. Il romanzo, dunque, è un socratico ammaestramento al conosci te stesso. E, dal momento che Socrate non sapeva niente, a parte che sull’amore, ecco la piega che prende la storia: diventa d’amore. Al calcio (al “gnoti autòn”) ora non ci si arriva con il sudore e sangue, ma attraverso il tormento d’amore, il “nosos” per eccellenza. Il ragazzo, infatti, si innamora di una ragazza. Ci innamoriamo di quello che ci manca, sempre, perché l’amore è figlio di povertà e astuzia, e infatti la ragazza è ricca, di buona famiglia. Ed è qui ci sarà il sudore e sangue, dolore e struggimento per i due innamorati, che sotto la guida di un “daimon” famigliare (uno zio) impareranno a superare i loro tabù sociali, culturali, gli impedimenti vari della sorte, e a riconoscersi l’un l’altra, e quindi ad amarsi, e quindi a conoscere se stessi. Alla fine il ragazzo compie per intero questo percorso iniziatico. Se poi, diventato adulto, diventa anche un calciatore, ottiene o meno la fama, non importa più. Il calcio ha esaurito la sua metafora.

Insomma in Angelini la metafora del calcio offre una possibilità di redenzione ancora orizzontale. La realtà è dura, e, come in “Mister Vertigo” di Auster, ci possono togliere i poteri magici, ma è tanto meglio: ci incarniamo, diventiamo adulti ma il fanciullino eterno ancora ci batte nel cuore, per sempre.

Verticale, già tutta verticale è invece la metafora calcistica che Fabrizio Gabrielli adopera in “Sforbiciate”. Segno di decadenza, di impero allo sfascio. E infatti ci vuole lo stile, e quindi l’inganno essenziale, di Gabrielli: una lingua perfida che traveste il sarcasmo saturnino da distacco ironico. Un modo di parlare, e quindi di pensare, e quindi di vivere che, alla lunga, non sarebbe dispiaciuto a Petronio, se fosse riuscito a salvarsi la vita. Sì, qui, sebbene un po’ malinconico, c’è distacco. In questa raccolta di racconti sulle vite dei calciatori, che però è anche un romanzo e un’enciclopedia sul calcio, non si entra nella carne della realtà per esaminarla, ma per trovarvi il suo segreto centro: il nulla, il vuoto. Gabrielli è vedantico. Ci racconta l’intimo di calciatori conosciuti e sconosciuti come fossero tutti indistintamente curiose e bizzarre note a pie di pagina del grande libro del cosmo; ci racconta la loro vita raccontandoci la vita delle persone che hanno sfiorato; ci racconta dei loro sentimenti e voglie, e dei sentimenti e delle voglie che hanno suscitato (e anche che non hanno suscitato) nelle persone che incontrano, o che avrebbero potuto incontrare. Con sguardo da fenomenologo osserva questi animali, le loro anime così come sono immerse nella mucida equorea atmosfera del loro paesaggio interiore. Le loro storie di uomini diventano la storia di una passione, che come ogni passione umana è patologicamente unica e banalmente corriva e universale. È un libro di cambi di maschere, di avventure aeree, di salite e cadute che si ripetono come le nostre coazioni più pervicaci. Questo siamo: malati in maniera pervicace. Questo libro è un manuale nosocomico, ma anche un atlante geografico con descrizioni di razze ed etnie, paesi lontani e vicini. Ed è un testo di astronomia: parla delle stelle del calcio, di quando i calciatori muoiono e diventano stelle.

Insomma, alla fin fine: il mondo è un circo, e quello che ne rimane, tolto l’inessenziale (cioè tutto) è lo sguardo dell’autore, che somiglia a quello gnostico del protagonista de “La finestra sul cortile” di Hitchcock: tutta la vita è un inganno che ci distoglie dal fatto che un assassino ci dà la caccia. Il calcio ci offre, con Gabrielli, solo questa redenzione: la coscienza sardonica che nulla ci può redimere.

Neanche il nulla ci può più fare da anodino: lo sanno tutti nel paese da un suicidio al giorno (ma come! Ci avevano detto che erano solo gli scandinavi a togliersi la vita a causa della previdenza sociale, gli stipendi alti e sicuri, e le ferie pagate!). E se il nulla non ci redime; e nemmeno i barbari calano (“E ora, che sarà di noi senza Barbari?”, cinguettava Kavafis), ci rimane solo la paura, dalla quale, è notorio, deriva la sapienza.

E che il calcio, dunque, è il testo dove troviamo la paura e quindi è possibile ricavare ed esercitare sapienza e religione, ce lo dimostrano Matteo Salimbeni e Vanni Santoni in “L’ascensione di Roberto Baggio”. Il calcio per i due autori è chiaramente quello che gli oracoli caldei sono stati per Porfirio; e Baggio, dunque, è l’Ulisse della loro neoplatonica ascesi letteraria. Plotino, leggendo questo libro, avrebbe concesso loro di aver dimostrato di essere “poeti, filosofi e ierofanti”. Il resto del mondo (come capitò a Porfirio) potrebbe trovare la sapienza di questo libro del tutto folle. Folle e oscura e cavernosa, difficile, di quella difficoltà che chiama in causa il lettore per farlo coautore: insomma un racconto fatto con la voce rotta e artefatta dalla paura, in cui, come in un teatro misterico e crudele, si accavallano le voci dei narratori e dei personaggi e delle cose; o le voci e basta, come nelle teste allucinate che ci portiamo appresso (proprio quelle di noi lettori): un affabulazione che ospita timorosamente il caos. Elenchi, esegesi di elenchi, dialoghi, ermeneutica dei fatti e delle parole che li descrivono, girando e ripetendo (Kierkegaard felice in paradiso) attorno a questo mistero che è il vuoto. Un mistero manifesto che è meglio santificare e celebrare nei riti. Questo libro (e infatti vi partecipano editori arcani, vescovi nerissimi, voci anonime di giornalisti patafisici) è una lunga liturgia. È la messa in cui si celebra l’incarnazione e, quindi, l’ascesa, di Baggio. Come Mitra, come Gesù, come chi ti pare, Baggio è sceso in terra per incarnare una metafora, quello dell’uomo che vive per morire. Siamo qui, con i piedi a terra, e, nel caso di Baggio, fra i piedi un pallone, per dimostrare che si esiste (tutto qui il punto. E guardate lo sforzo feroce e disperato di Agostino di Ippona e Cartesio: “se dubito di esistere, allora, qualcuno dubita. Cioè io. Io esisto”. E chi te lo ha detto? Magari a dubitare è dio e tu gli fai solo da spalla.): e quindi vai a mostrare talento, e altruismo, e forza, e coraggio, e bontà, e santità. Il Baggio di Salimbeni e Santoni è il fanciullo eterno che aspira all’assoluto; che, come Alessandro il Grande, agogna nello spazio, nelle geometrie del campo: il suo anelito è tutto al sacro. E tutti otteniamo quello che vogliamo, come mostrano i due narratori quando, più o meno in zona finale, fanno incontrare a Baggio la propria voglia di sacro nella sua forma più alta e feroce. Baggio incontra Caligola, e qui troviamo il bandolo di questa difficile messa in scena filosofale: “In questo momento tu sei certo di essere vivo?” gli domanda l’imperatore. La risposta non ha mai termine.

E allora la parola fine la diciamo noi per stanchezza. Con Salimbeni e Santoni, dunque, finisce questo nostro discorso sul calcio, o sulla letteratura, o sulla vita: ite, missa est.

("Da soli in mezzo al campo" di Adriano Angelini è edito da Azimut; "Sforbiciate" di Fabrizio Gabrielli è edito da Piano B; "L'ascensione di Roberto Baggio" di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni è edito da Mattioli 1885)


Pier Paolo Di Mino

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