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Home Recensioni e Interviste Libraria Stefano Benni "La traccia dell'angelo" - Pier Paolo Di Mino

Stefano Benni "La traccia dell'angelo" - Pier Paolo Di Mino

Ne “La traccia dell’angelo” Stefano Benni, se non si conferma grande scrittore umorista nel senso corrivo del termine, lo fa nel suo senso più radicale e profondo. Insomma, sono decenni che Benni cerca di disincrostare, dinoccolare, ammorbidire, cuocere lento, slogare, lussare, emulsionare con gli umori caustici del suo umorismo lo spirito rigido e impettito della nostra società. (Uno spirito talmente rigido e impettito che, come sempre quando il re, stanco della posa, deve infine rilassarsi e diventare nudo, si è mostrato per decenni con le mutandine abbassate nell’atto di anestetizzarsi con un po’ di pornografia libica, di libido marca drive-in in orgette di gala aziendali). E ora, con questo breve racconto, piccolo tesoro animico di immagini e figure e persone, arriva all’umore dilavante, all’umorismo terminale. Con un fischio evoca la morte e la malattia: la guazza finale.

Una festa di Natale di tanti anni fa, la famiglia felice e un bambino che passa sotto l’albero, e poi sotto una finestra, una persiana della quale gli cade addosso, fratturandogli la testa. Il bambino si ammala. Sarà malato per il resto della vita. Diventerà uno scrittore, avrà amici, voglie e desideri e pure un figlio, convivendo con la malattia. O con la sua cura? Ah certo, con la sua cura. Con i medicinali, i calmanti, i purganti e via dicendo. Con la nostra difesa maniacale dal dolore. Con la nostra contraerea farmaceutica contro la malattia e la morte, contro l’anima e il caso. Una farmaceutica metafisica, quella di Benni: la grande metafora del nostro inimitabile stile di vita. Ed è contro questa industria chimica che campa sulla nostra ipocondria che usa i suoi veleni buoni Benni. Contro orfici, cristiani, pitagorici con la pastorale minacciosa in mano, e consimili variamente declinati: tutti coloro i quali, dalla vetta dei millenni, ci ricordano che nasciamo malati, perché abbiamo commesso una colpa, è l’unica e digiunare e pentirsi, curarsi e purificarsi, così che alla fine, vada questo brutto mondo in malora, possiamo dissolverci beati nella santità del nostro sé (che è tutto per me). Contro i calcolatori del futuro, i matematici del caso, gli appassionati di sincronia, gli statistici, i costruttori di sistemi di sicurezza e gli assicuratori. Contro quelli che con l’immaginazione si può tutto (avete presente Berlusconi che si cura il cancro e risana l’Italia?). Contro quelli che curano già prima di essere ammalati (saranno dieci anni che stiamo curando l’Islam senza che abbia fatto un colpo di tosse). Contro, insomma, questo delirio paranoico chiamata civiltà.
Voglio concedermi, al proposito, una piccola digressione. Anche a costo di mostrami incivile. Pensando alla fine della civiltà, a questa utopia, mi vengono in mente le ultime pagine del bellissimo libro di Norman O.Brown, “La vita contro la morte”, dove è appena abbozzato il sogno di un mondo senza civiltà. Insomma, è lasciato lì come qualcosa di non pensabile. Eppure, uno sforzo possiamo farlo, perché quando si colpisce la civiltà; quando la morte, con le sue metafore, inibisce la sua coazione maniacale all’espansione, forse, quello che succede è che fiorisce la cultura, questa perdita di tempo molle, questo aggirarsi fra le idee e le immagini, questo darsi alla riflessione e questo approfondire inesauribile, questo sprofondare nel passato, questo baloccarsi con le parole, queste lunghe giornate di racconti: questa, direbbe un clinico, forma di depressione e dissociazione, di asocialità e sociopatia, questo calo di energia e vitalità: questo stare accanto alla morte, che è il luogo dove troviamo la nostra anima. E dove sta bene. Perché, forse, dove non sta bene è nella civiltà, che è redenzione, e stana l’anima nella morte e la cura. La civiltà è naturalmente cristiana (questo voleva dire Tertulliano), e tutto noi che la viviamo dobbiamo, in osservanza alla sua teodicea, ammalarci, morire e risorgere. Abbiamo inventato apposta medicinali formidabili: teologie del dolore, della pazienza ricompensata e della purificazione e, di conseguenza, fior fiori di chimici e chiropratici. L’alternativa è leggere Cicerone ed essere bastonati in sogno dal proprio angelo. L’alternativa è leggere il Timeo per orecchiare come (sarebbe bello ma) la ragione non può niente contro la forza del creato. Oppure l’Hagakure, dove si scopre che la via è la morte. O il vecchio Montaigne, per il quale imparare a vivere è imparare a morire. Oppure Benni, uno scrittore malato di anima, o di cultura, che racconta la storia di uno scrittore (penso malato d’anima, o di cultura).
E qui finisco la digressione, che è solo un’afflizione dell’anima, il suo modo di cercare di prendere le cose e capirle non troppo direttamente, per non sciuparle. Un modo umano, così diverso da quello luminoso degli angeli. E infatti, così finisce il romanzo di Benni, con questo bel commiato: “ Grazie a voi angeli. Ma non prendetevela se il mio grazie va soprattutto agli uomini e alla gioia che mi hanno donato. A mio figlio, ai miei fratelli e genitori e amici e a Van Gogh e Melville, alla mia vecchia rumorosa macchina da scrivere. Io sono un angelo ribelle e starò sempre dalla parte degli uomini”.

Pier Paolo Di Mino

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