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Io, che, del resto, non lo sono in senso proprio, qui meno che mai posso svolgere funzione di critico. Con Moretti ci unisce una fratellanza umana e professionale (nel senso di professione di fede) che mi permette, piuttosto che analizzare e discettare, di rievocare l’incantesimo di un lavoro che condividiamo: fare agire miti. E nel senso, appunto, platonico.

Posso rievocare un lavoro fitto e profondo (della profondità che porta alla saggezza) che ha immerso l’autore in una trama storica e documentaria vischiosa, pericolosa. Per capire le ragioni di una storia, di una storia nera e tragica, bisogna usare non solo i piedi di piombo, ma un’intera attrezzatura da palombaro: da qui la cura maniacale sui documenti, per ricostruire i fatti, gli ideali e le speranze, comunque li si voglia giudicare, di una parte della gioventù che, alla fine deglii anni Settanta, si scagliò contro il sistema capitalistico e borghese applicando una strategia terroristica: la parte nera: quella degli eversivi fascisti. Conoscere dall’interno, come vissute, le dinamiche di quelle azioni (le stragi di piazza; gli omicidi; gli attentati; le rapine; gli incontri clandestini; le discussioni politiche; l’organizzazione militare) ha imposto a Moretti di seguire l’azione dei suoi personaggi giorno per giorno, cronaca dopo cronaca. Ma per raccontare di Giusva Fioravanti e dei Nar era anche necessario conoscere l’intricata suggestione dei loro moventi, e di qui un nuovo sprofondamento: quello nell’etica e nei miti fascisti; nelle parole di Evola e Freda; nei dibattiti sul primo fascismo, sulla Repubblica Sociale, sul fascismo democratico, sul milazzismo, e sulla guerra senza frontiere alla borghesia. Ed infine arriviamo all’esito di questa macchina tragica, che nel nostro paese prende i contorni, sempre, della trama occulta. E così Moretti ha dovuto mettere le mani tra le leve sottili della tecnica, della pragmatica ontologica di cui il potere si serve per alimentare se stesso. L’Italia è un paese fondato sul caos sistemico, su un gioco caligoliano finalizzato a determinare e sfruttare l’anomalo, la confusione, la forza rivoluzionaria di qualsiasi segno per mantenere immutato se stesso.

Questo minuzioso lavoro, voglio rivelare, non è servito semplicemente a una particolareggiata ricostruzione storica. La calata negli abissi di Moretti è valsa, prima di tutto, a resuscitare e a fare agire un mito: quello della ribellione pura e incondizionata. Un mito che, coscientemente o meno, riviviamo sulle pagine de Il senso del piombo in prima istanza per virtù della struttura linguistica del racconto. Bisogna fare come Platone, pettinare bene le parole. Ed è quello che fa Moretti che inventa una prosa impetuosa, una sintassi precipitosa che scavalca sempre se stessa e i propri nessi logici: una prosodia incalzante, da canto di guerra. Ed è di guerra che parliamo, infatti: quella primordiale, insita nella struttura del cosmo. La guerra che è bella e che i giovani vogliono vivere in prima linea per dare fuoco a tutto e non lasciare dietro di sé più niente. La guerra all’odore disinfettato di napalm. La guerra per mangiare rancio e praticare distruzione; la guerra per fuggire all’orrore del quotidiano e vivere in un attimo l’eternità insieme ai propri compagni: la guerra che combatte il giovane eterno. La guerra bellissima che ha cantato Omero, raccontando di Achille, della sua giovinezza furiosa che si ribella contro il potere anchilosato, la vecchiezza ottusa di Agamennone, ed è capace di mandare a morte il suo popolo e infine morire egli stesso, cercando con disperazione la morte, aggrappato a menzogne che si è inventato da solo: morire per la gloria, per il proprio amico: morire, in realtà, per sfuggire all’orrore di una pace, che è noia, è gioco di potere, è vecchiaia ottusa, è morte dello spirito.

La guerra è come la racconta Omero: bella e orribile. La guerra contro tutto e tutti della gioventù che si scaglia è come la racconta Moretti che, con i trucchi incantati della sua arte di narratore fa esalare una volta per tutte, con i suoi fumi, il senso del piombo.

Pier Paolo Di Mino