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Adriano Angelini Sut VS Luca Moretti (da "Mucchio d'ossa")

Quando la letteratura sa rendere davvero “bella” la violenza

Luca Moretti, classe 1977, esordisce nella narrativa nel 2009 con il libro “Cani da rapina” (Purple Press). È stato l’ultimo in ordine di tempo che ho letto. E, dal mio punto di vista, è anche il romanzo più ferocemente bello partorito dal talento dallo scrittore nato a L’Aquila ma romano d’adozione. Non si tratta della solita narrativa “periferica” (a patto che sia mai esistita). Moretti racconta Roma, le borgate, l’umanità che popola le zone off limit della città come una sorta di commedia dell’assurdo. La tragedia, che partorisce dal mito, e che si ripropone in ogni storia individuale, è anche farsa.
In “Cani da Rapina” un gruppo di delinquentelli di periferia trova la svolta della loro esistenza di gruppo allo sbando, in un anonimo quartiere degradato ma umanamente ribollente, in una partita di cocaina ritrovata per caso dentro un pallone da calcio, sfuggito al controllo dei due corrieri che trasportavano un carico di droga ben più grande dentro un furgone proveniente da Barcellona. Nel 2010 Moretti bissa con un altro romanzo “Il senso del piombo” (Castelvecchi). Un azzardo.


Un narratore che s’inoltra negli infidi territori dei terroristi di destra, che li racconta in prima persona, che stravolge la regola per cui certe cose non si possono dire se non le hai vissute. O se non fai parte di un certo movimento. Un azzardo riuscito.
I protagonisti, anche essi periferici doc, formano un gruppo armato, Carlos Reutmann, e si gettano a capofitto contro il sistema. Pedine e burattinai. La Roma del potere e l’Italia delle messe in scena con le vite degli altri. L’Itaglia catto-fascio-comunista che si fa beffe dei suoi figli gettati in strada a combattere guerre patri-fratricide. Così che nulla cambi. È di quest’anno, infine, il libro di racconti realizzato con il rapper Duke Montana “Roma violenta” (Castelvecchi). Una sorta di long playing narrativo rap con 18 tracce che fulminano a parole la realtà di una vita di miserabili, drogati, malviventi e senza speranza. Su tutto, è la lingua di Moretti che spicca. Implacabile nel suo delicato lirismo, nella sua prosa mitologica che sa rendere “poetici” anche i momenti più atroci e spaventosamente violenti. Lo abbiamo incontrato e ci ha detto quanto segue.

AAS: Davvero c’è bellezza nella violenza? LM: Non vorrei eludere la domanda con una disquisizione nietzschiana su etica e morale, ma se affrontiamo il tema da un lato squisitamente narrativo, sì, può esserci bellezza e lirismo nella violenza come nella morte. Sono componenti umane, attimi in cui tutto scompare e le pulsioni più recondite vengono a galla. Bisogna saperle raccontare. Non so se ci sono riuscito, ma ci ho provato a fondo.

AAS: Tu racconti episodi a volte atroci della vita della periferia. Posso chiederti se sono anche autobiografici o se in qualche modo li hai vissuti? LM: Trovo molto più atroce la vita aziendale, lo sgomitare dei manager contemporanei, la fila al semaforo o le truci bugie di benessere cui ci hanno abituato. Sì, c’è dell’autobiografia in quello che racconto, ma ci sono anche tante storie, storie che in questi anni ho sentito raccontare, esperienze altrui, momenti magari paradossali, ai quali si può consegnare nuova dignità costruendoci delle storie. Nella loro specificità, infatti, molti avvenimenti non hanno nulla di straordinario. È lo scrittore a consegnarli a quell’humus narrativo che li rende irripetibili. Allora la periferia diviene il luogo speciale dove la tragedia umana si consuma e produce i più alti significati.

AAS: “Cani da rapina” viene presentato come un libro in cui c’entrano la Banda della Magliana e i combattimenti fra cani. Le quarte di copertina, si sa, devono far vendere. In realtà le due cose c’entrano marginalmente. Come nasce il tuo primo romanzo? LM: Inizialmente volevo un romanzo che trasmettesse la stessa frenesia della vita di strada, che la lingua seguisse quella frenesia, che fosse alterata come i personaggi che descriveva. Poi è maturata la storia, è una storia criminale ma io la trovo molto romantica, soprattutto la descrizione della periferia in cui vivo, il Tevere, la foce. Ho dedicato il mio primo romanzo a dei miserabili che tentano di “svoltare”, alla mia terra invece che al mio ombelico. Questo lo ha reso un romanzo nero invece di un romanzo di formazione. Non so se è stato un bene ma è andata così…

AAS: Leggendo le tue storie viene un dubbio (che tanto dubbio non è). Cioè che forse le parole sono molto più violente di tutte le armi con cui si cerca di combattere una guerra persa in partenza. Parole e armi. Due ingredienti feroci nella tua letteratura. LM: Le parole feriscono ed emozionano, è vero, ma io sono un lettore e uno scrittore disilluso. Non si cambia il mondo con le parole, un libro lo puoi chiudere, certe ferite non si rimarginano mai.

AAS: Ne “Il senso del piombo” i terroristi di destra che formano il gruppo chiamato Carlos Reutmann sono eroi tragici, quelli che piacciono tanto, da secoli, alle narrazioni popolari. Combattono per ideali, seppur non condivisibili, ma tristemente forieri di speranza. Tristemente, il potere, sa sempre come usarli a suo tornaconto. Hai trovato difficoltà a immedesimarti in loro? LM: No. L’immedesimazione è qualcosa di diverso dalla condivisione. Credo che anche i lettori si siano immedesimati molto romanticamente con quei personaggi, poi, alzato lo sguardo, sono stati subito colti dal pentimento. Questo ha un grande senso per il mio lavoro. Questo è per me fare letteratura. AAS: Parlaci del tuo connubio con il rapper Duke Montana e del libro “Roma violenta”, uno spaccato sempre tragico ma deliziosamente poetico di un mondo suburbano invivibile e per certi versi impossibile da immaginare se non lo si conosce.

LM: Alcuni dei racconti li avevo scritti già ai tempi del mio romanzo d’esordio. Ne completano l’orizzonte epico, utilizzano la stessa lingua. Il tempo vi scorre alla stessa maniera. Altri erano comparsi in riviste e antologie letterarie negli ultimi anni, altri ancora partono da spunti raccolti dal mio incontro con Duke: ho cercato di contestualizzare alcuni temi che da anni utilizza nelle sue canzoni conferendogli una veste letteraria, magari meno diretta ma di sicuro più completa e longeva di una canzone rap. Poi con Duke ci conosciamo da anni, è uno dei primi estimatori di Cani da rapina, viene dalla mia stessa terra ma ha sempre avuto lo sguardo puntato lontano, questo ci accomuna molto.

AAS: L’uso del linguaggio, la scelta di una certa aggettivazione, la costruzione sintattica che media fra la farsa e la tragedia. Un lavoro difficile ma che, a quanto pare, ti viene spontaneo. Riportare quella lingua lì, quella del “Ghetto” e plasmarla dentro la lingua delle narrazioni popolari, appunto. Tu dimostri che si può fare. Ci dici qualcosa di Roma e su Roma che di questi tempi non riusciamo a cogliere (e che invece i tuoi libri colgono). LM: Innanzitutto ti direi grazie. Quello che a mio avviso oggi è difficile cogliere è il silenzio, lo sguardo ostile del Tevere, la permanenza millenaria di una terra che tutto inghiotte: oggi tutto è Roma. C’è una sottile linea che congiunge Pasolini ai narratori contemporanei di questa città, De Cataldo su tutti. C’è un percorso che ha accompagnato per mano i protagonisti di queste storie: da un bestiario da circo, quali erano durante il neorealismo, alla ribalta contemporanea. Oggi tutto quello che ci circonda è Roma, non bisogna più passeggiare per le vie del centro, basta ascoltare le voci che trasudano dai palazzi delle borgate o attendere un autobus nella fermata più remota per capire che questa è la Città dell’uomo.

AAS: A questo punto ti ho messo sulla lista degli autori di cui aspetto l’uscita del prossimo libro. A quando? LM: Sto lavorando a diverse cose: una in tandem con Marco Lupo, un altro degli scrittori che con me formano il collettivo TerraNullius, un’altra a carattere più saggistico/politico e una terza, un mio vecchio romanzo che avevo lasciato appeso ad asciugare e che credo sia buono per la primavera, non so quale primavera però. Sto sempre sveglio. Non dormo mai.

 

Adriano Angelini Sut


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Un editoriale muto.
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