Un giorno capita che ti ritrovi a piedi scalzi in cucina, sbricioli molliche che avresti dovuto raccogliere e guardi il lavandino mentre sgocciola con il ritmo di un pendolo. Quel giorno modifichi la voce narrante, le dai un ego che riconosci, le molliche espanse come nane giganti.
Voglio un film di fantascienza, quando sto così, voglio ascoltare i bombardamenti interplanetari e fingere che il tizio con le creste di gallina assomigli al mio nemico. Però se ne va la luce. Il vicino dice che stanno facendo i lavori. Così accendo due candele e prendo un libro.
Il finale dell’Antigone, quando il cuore è una prugna avvizzita, lo preferisco a tutti i film horror che non ho visto. Il libro chiede pietà, tu chiedi pietà, io invece amo Creonte che trova Antigone impiccata nella grotta dove lui l’aveva murata, e piango quando Emone, suo figlio, si sbudella con la sua stessa spada, e sbocconcello le mie unghie quando Creonte, tornato a casa (il palazzo di un re), trova il corpo morto di sua moglie, Euridice. Così Creonte è l’uomo caduto, quello che non si rialza, quello che ha perso tutto. E io sto già un po’ meglio.
Non ricordo quando ho letto quello che sto per trascrivere, ma ricordo che fui d’accordo: «se non riuscite ad articolare la vostra sofferenza in una struttura ben definita, siete fottuti. La sofferenza vi mangerà vivi, dall’interno, prima che abbiate avuto il tempo di scrivere qualsiasi cosa».
Era Houellebecq. Non è un problema se non sai come si pronuncia. È un problema se non lo capisci.
Il vicino interrompe la mia sbornia di viscere e dolore, dice che la luce tornerà tra un’oretta. Lo ringrazio aprendo e chiudendo la bocca. Il suono esce stridulo, ma la porta lo caccia fuori. E viene il turno di Malcolm, l’esemplare migliore tra gli emuli del vate, Dante. Lowry di cognome, Malcolm il nome che portava. Disse che aveva scritto la Divina Commedia ubriaca, ed era vero, giuro su questa prugna avvizzita che lo è. Tocco la copertina rigida di "Sotto il vulcano", rileggo le citazioni da Sofocle (giuro che è il caso a volerlo – amo questa frase, la ripeto all’infinito), da John Bunyan, da Goethe. Non sempre la caduta di un uomo corrisponde alla fine, alla morte, all’oblio, al funerale, all’assicurazione, ai litigi tra i parenti, a lei che piange sulla tomba mentre l’altra si guarda le scarpe mentre l’altra dice qualcosa al suo nuovo ragazzo. Non tutti muoiono cadendo. Seneca, nel "De Providentia", scrive si succiderit, de genu pugnat. Se è caduto combatte in ginocchio. Certi lo fanno. Mio padre lo fa. Alcuni di quelli che conosco non lo fanno. Certi cadono perché è ora di lasciarsi andare, altri perché hanno paura, provano vergogna. Altri perché sono rimasti soli. Una ragazza che lavorava all’ambasciata italiana a Tokyo mi ha raccontato che nei giorni che hanno seguito l’onda anomala e i guasti a Fukushima, molti anziani si sono suicidati. Non si sa quanti. Dicono in molti.
Malcolm Lowry, morto a 48 anni, scende nel vulcano e ne fa un criptogramma. Si porta dietro il Messico liquido, disegna un luogo che è un plagio impossibile, affresca pagine come se Dalì usasse il coltello di Fontana. Sotto il vulcano finisce male, devo avvisarti, peggio dei film di fantascienza in cui l’astronauta fluttua nell’assenza di gravità come un palloncino alla fiera dei Balocchi. Finisce con un burrone, con una caduta senza scampo. Rileggerlo mi fa sempre bene.
E poi ci sono quelli che cadono ammettendo la caduta, calcolandone la gravità, sforzo inutile ma degno di nota per quelli che osservano la traiettoria, per quelli che poi si sentiranno in colpa per non aver fatto abbastanza. Chi cade così accusa il genere umano, a partire da se stesso. Sono i peggiori. Sono quelli che cerco.
Chiaro che parlo di Camus, del monologo di Jean-Baptiste ne "La caduta", ovvio che ce l’ho con lui, con Camus, e anche con Jean-Baptiste, razza di bastardi che mi stiracchiano l’anima. Camus fa a dire all’uomo che precipita una cosa che ho sempre saputo, ma che non voglio capire: «c'è sempre qualche ragione per l'uccisione d'un uomo. È invece impossibile giustificare che viva».
Il suono delle nocche del vicino significa qualcosa, qualsiasi cosa, che la luce è tornata, per esempio, che io non l’ho seguita, che la luce non tornerà, che non mi interessa che torni, che sono in caduta e non ho tempo.
Prendo un’altra caduta dalla libreria dell’Ikea, perché ho fame di male, perché il vicino bussa e ancora bussa, ma il silenzio cade su Stefan Zweig, sulla prima storia di "Storia di una caduta", e piango di gioia mentre Zweig accoltella Voltaire, Diderot, Laclos, mentre seppellisce i Lumi sotto il cinismo di Madame de Prie, marchesa alla corte di Luigi XV, fallita e scacciata, andata in esilio fingendo che fosse una vacanza, lontana da Parigi, dalle feste, dai corpi che le riscaldavano il sesso. In campagna, tra gli zoticoni, la marchesa si deprime, la rabbia monta, la montano i ricordi che ora non la ricordano. Definisce una strategia: l’ultimo ballo, l’ultima sera. Prima di farlo cerca un corpo di uomo da usare. Lo trova nei vestiti di uno zoticone. Lo usa, si fa usare, scopre di essere usata. La caduta è rapida. Decide di mettere in scena la sua morte. Richiama i vecchi amici nella sua villa, nella campagna lontana da Parigi. La gente è curiosa, accorre. Va in scena, la marchesa, e il giorno dopo muore suicida. Nessuno la ricorderà.
Come un’esplosione di neutrini in un film di fantascienza anni ’80 la luce mi acceca, cado dalla sedia, la sedia urta la libreria, la libreria vomita libri come se saltassero via da un fuoco, come quelli del sinologo Peter Kien in Auto da fé di Canetti, e me li ritrovo sulla pancia, che schiacciano l’ombelico, reprimono il respiro. Mi alzo ma cado. In ginocchio posso guardarli. Se è caduto combatte in ginocchio.
Marco Lupo



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