Quando erano uno, erano così perfetti, così completi.
L’amalgama delle essenze non lasciava punti ciechi, formava un nucleo condiviso fertile e sacro, un intorno inebriante e dolcissimo, un guscio forte, spavaldo, indistruttibile.
Il mondo fuori dall’uovo era solo da deridere o ignorare, da valutare magari con divertita supponenza, che un incrocio tra i loro sguardi sarebbe bastato a ricordare a entrambi l’assoluto, e quindi il poco peso da dare alla realtà sensibile. Certe volte neanche uscivano dalle loro tane - ed anche un buco di periferia o un bosco stentato o una piazza erano per loro tana, bastava deciderlo, le regole le facevano loro - neanche uscivano perché non ce n’era bisogno, a che pro andare, vedere, fare, quando avevano già tutto dentro di sé?
Neanche serviva troppo vivere il presente, persi nella non-azione, alimento l'uno dell'altra, il solo pensiero dell’ovvia perfezione del futuro bastava a sé, rendeva inutile qualunque agire. Amavano invece specchiarsi, invertire i ruoli: sebbene opposti adesso potevano scambiarsi ruoli e volto e anima ed essere lo stesso perfetti, onnipotenti davanti ad un mondo tremante e fatto di incertezze.
Spesso, consci dell’assurdità del fare, spendevano i pomeriggi ad invertire pagine del Tao t’e Ching, cambiare ogni aggettivo e ogni sostantivo nel suo opposto e meravigliarsi di come il senso rimanesse impeccabilmente lo stesso, come il negativo di un tao che rimane tao, come loro, yin e yang continuamente miscelantisi, ogni giorno, nell’alcova o davanti a un mondo di stolti.
Lo stolto è grossolano, macchinoso, inerte, superficiale.
Le sue superfici sono ovvie ed evidenti.
Vale la pena ignorarne l’interiorità.
Lo stolto è disattento come una donna
che rimanga, d’estate, sul lato di un colle,
incosciente come un fanciullo
solo tra sconosciuti innocui;
indisponente come un prigioniero insensibile;
rigido come la lava solidificata,
complesso come metallo lavorato,
chiuso come un fiordo,
evidente come una montagna spoglia.
Perché “evidente come una montagna spoglia”?
Perché si è persi nella complessità quando
ci agitiamo lontani dall’ordine.
Non sopportando l’ordine, diventando inquieti,
si dimentica d’un tratto come coprire
la montagna di segni, e come
piegare le domande sbagliate alla scomparsa.
Sebbene piacevolissimi, faceva quasi paura incontrarli: avevano negli occhi il controllo. Una sicurezza vera, un potere precluso ai più. Non potevi non sentirti deriso, sebbene in loro non albergasse particolare malizia: al loro cospetto la tua incompiutezza era troppo evidente.
Ho sentito dire che adesso, complici influenze e cambiamenti che si sono fatti strada, dicono, tra le crepe del guscio – crepe a me ignote: sebbene sia noto che talvolta i meccanismi troppo perfetti nascondano fragilità elementari, mi riesce difficile non pensare a un sabotaggio, a un delitto,- si comportano come due sconosciuti. Come sacerdoti di culti sconfitti, quasi si vergognano delle vestigia del loro tempio e si temono l’un l’altra: troppo hanno condiviso per non essere vulnerabili a un eventuale affondo del proprio opposto. E così, come samurai in duello fissati su una tela, quando si incrociano ingaggiano immobili patetiche lotte di orgoglio, attenti prima di tutto a non mostrare il fianco, e chi li avesse conosciuti prima rimarrebbe scosso - e forse anche meschinamente soddisfatto - nel non vedere più traccia, in loro, della monade che erano, ma solo due stolti, due montagne spoglie.
[il saggio è sottile, intuitivo,/penetrante, profondo./Le sue profondità sono misteriose e insondabili./Non resta che descriverne l’apparenza:/Il saggio è attento come un uomo che attraversi d’inverno un fiume,/circospetto come un uomo/circondato da vicini pericolosi;/riservato come un ospite sensibile;/flessibile come il ghiaccio fondente,/semplice come il legno grezzo,/aperto come una valle,/torbido come un torrente fangoso./Perché “torbido come un torrente fangoso”?/Perché si raggiunge la chiarezza quando/si sta quieti in presenza del caos./Sopportando il disordine, rimanendo tranquilli,/si apprende gradualmente a far calmare/l’acqua fangosa e a/lasciare che le giuste risposte si rivelino. (Tao t’e Ching, attr. Lao Tzu, sec. IV/V a.C.) ]



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