Quando Maria Concetta D’Avanzo iniziò a piangere, seduta ai piedi del letto, Santuzzo suo marito, era nell’altra stanza, inginocchiato davanti a una grande elica di ventilatore, come pregasse. Era martedì pomeriggio e a S. Anna Disperata, nessuno ricordava una stagione secca e becca più di quella, sebbene il calendario assicurasse che non era ancora estate.
Alla sera, Santuzzo, occupando la sua metà del letto, s’accorse che il grande lenzuolo bianco che fasciava il materasso, era completamente bagnato. Dopo aver trascinato a fatica il ventilatore nella stanza da letto, cercò in ogni modo di trovare il tubo che perdeva. Infine dovette convincersi che l’unica cosa che perdeva, erano gli occhi di sua moglie, immobile come la statua in piazza, appoggiata alle ginocchia, strette fra le dita delle mani. Santuzzo chiese a Concetta cosa le pigliasse, e, in quel momento, s’accorse che non le rivolgeva la parola almeno da domenica.
Maria Concetta non fece una smorfia, e rispose con un vero e proprio ruscello di lacrime, tant’è che Santuzzo s’affrettò ad andare e tornare dal bagno, infilando, poi, sotto il mento di Concetta, la grande bacinella azzurra che la moglie usava per i panni puliti.
Il mercoledì che seguì, Santuzzo cambiò la bacinella quattro volte, prima di coricarsi e, di giovedì, dovette rinunciare persino ad andare al porto, perché c’era seriamente il rischio che la casa s’allagasse.
Di venerdì mattina, Santuzzo cercò di comunicare nuovamente con la moglie, chiedendole se non era il caso di chiamare il medico o l’idraulico o don Ferruccio il parroco. Maria Concetta D’Avanzo rispose disintegrando una diga di pianto, un mare tempestoso di disapprovazione che – stavolta sì – invase per intero le due stanze bianche. Santuzzo suo marito non perse tempo, e si mise ad assemblare una serie di tubi e imbuti per spingere fuori casa la misteriosa e indomabile tristezza della moglie.
Per sabato, il sistema di tubazioni era completato e, la domenica, gli abitanti di S. Anna Disperata, boicottarono la Santa Messa – don Ferruccio in testa – e si ritrovarono, accalcati e unti come sardine in un barattolo di latta, sotto la finestra di Concetta e Santuzzo, con i secchi vuoti, le botti in spalla e i crocifissi in mano. Questa vera e propria processione durò sino alla sera e, il lunedì mattina, Santuzzo chiese a sua moglie: e allora? Che hammo a fari? A mìa non ci penzi? C’è tutto lo paese ca fori che se sollazza co’ lo pianto tuo e, macari,con la reputazione mia! Concetta, che a quel punto aveva smesso di stringersi le ginocchia con le mani, proseguì a piangere, ma, stavolta, poteva sembrare che il suo volto pallido da statua, s’addolcisse d’un lieve sorriso.
Venne il martedì che era ormai passata una settimana, e ancora pianti.
Di mercoledì, Santuzzo, tornato dal porto, avvertì sua moglie – ma parlando con gli occhi bassi, come sussurrasse alla Patrona in piazza – che il baccano sotto la finestra se n’era andato via insieme all’acqua salata del suo piangere, perché Marietto – ti ricordi di Marietto, o cugino mio? – s’era interessato del caso e siccome questo caso faceva al caso suo, aveva deciso che era proprio il caso che l’acqua si dirottasse, così, per spirito di cristiana fratellanza, verso S. Giuseppina Genuflessa, il paese in cui si sarebbe fatto votare la settimana entrante.
A quelle parole, Concetta, inspirò forte, portò le mani a coprire gli occhi; poi s’accarezzò sotto il naso e sulla fronte, come se la pacata successione di quei gesti, fosse l’unico modo per chiudere il biblico rubinetto. S’alzò dal letto, si stiracchiò per bene, s’aggrappò alla maniglia dell’armadio, da cui prese un vestito rosso lungo, con la gonna vagamente a palloncino: ci s’infilò dentro un po’ a fatica, e mise un piede davanti all’altro, fino alla porta spalancata. Si voltò e disse: Santù, che piange a fare una donna, con un uomo come a tìa? e sparì dietro la gonna rossa.
Santuzzo rimase per una mezza giornata seduto ai piedi del letto, pietrificato, a fissare a bocca aperta, la porta chiusa; finché non decise di andare nell’altra stanza, e si piantò, con le braccia allargate, davanti al cerchio metallico del ventilatore, fermo, immobile, come un Cristo da processione, convinto che l’estate in arrivo, sarebbe stata un vero inferno.



Twitter
Myspace
Digg
Del.icio.us
Slashdot
Furl
Yahoo
Technorati
Smarking
Googlize this
Blinklist
Facebook
Wikio







