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Mnemonica degli attanti - Emiliano Fonseca

Mnemonica degli attanti non è un giallo e non racconta una storia conforme alla struttura di un racconto. Forse è una commedia teatrale. Gli attanti di Fonseca deviano, si sporcano, muoiono, vengono ritrovati, ricordano trame altrui. Gli attanti li ritrovi anche nei tempi verbali, nella scelta della narrazione in prima persona o in terza persona plurale. E nella trama di minuscole che soffocano ogni ribellione, che scuotono il racconto, lo scompongono in sezioni, che ricordano quello che scrisse Barthelme: «Lo scopo della letteratura è la creazione di uno strano oggetto ricoperto di pelo che vi spezza il cuore».

 

 

sokol bakija appena arrivato in città. con gli occhi chiusi e senza documenti. scomparso per sempre dai censimenti statali e dato poi per disperso dai familiari a fini di tassazione. gli occhi gli si erano incollati proprio. dopo tre settimane erano ancora attaccati ai bordi e finiti i soldi. quelle sei banconote confezionategli con cura dai parenti nella penombra delle loro cucine. nere di fumo e trasudanti untume. e che piegate in tre si erano fatte poi molli, con il viaggio, nei jeans.

spartakos, il ristorante greco gestito da albanesi dove lava i piatti era stato aperto al suo arrivo e dopo tre settimane dato fallito. e aveva conosciuto anita. lavorava nel bar di fronte. un bar cubano gestito dagli stessi albanesi e dove sokol andava a spendersi le mance dopo il lavoro. anita: se l'era sognata subito: cosparsa di capezzoli, il seno quasi assente, che gli chiedeva se poteva asportarle quelli in eccesso ma restando sempre vestita, porgendogli un coltello da cucina e scoprendo solo una zona del corpo alla volta e con cura. la pelle si tirava come caucciù, filava senza la minima difficoltà, senza alcuno spargimento di sangue. poi gli si era seduta sulle ginocchia, nel sogno.

in realtà sokol ha aspettato che lei una sera chiudesse il locale e l'ha rapinata con un taglierino. all'inizio lei non gli credeva ma poi l'ha visto nervoso e si deve essere accorta di non sapere davvero chi fosse questo albanese che diceva di fare il poeta e si è presa paura. una paura volatilissima e fresca, a doppio battito cardiaco, un respiro in levare sul tempo, gli dà il portafoglio, (non senza un certo tremito colpevolizzante), allora sokol le dice che la invita a bere qualcosa (aprendo a suo modo un certo taglio del sorriso reso celebre dagli anni '50). (anita apparteneva alla tipologia che inguaribilmente imposta i suoi prospetti su ideali romantici e che si commuove sistematicamente e fuori modo alle morti nei film o che ride sguaiatamente a lezione di filosofia perché scopre che kant in inglese vuole anche dire vagina).

era normale vivere con i buffet. esistono categorie molto diverse di rinfresco. bisogna assolutamente evitare il macrobiotico porzionato, per esempio i bicchierini di gatzpacho o le tartine agrumi e salmone. c'è sempre qualcuno che le tiene d'occhio, esse costituiscono un pasto simbolico. o i posti pieni di pane e wurstel e vino perché affollati di affamati e alla lunga costipanti. una volta a settimana un ristorante senza pagare. vorrei proprio fare un documentario su uno che vive una giornata di consumo assoluto senza pagare mai. che va anche a puttane e sulle montagne russe o al cinema e alla sauna e pranza in un due stelle michelin e poi con la scusa di fumare un attimo corre via, con una videocamera in testa. ferma un taxi al volo. salta su di un motorino truccato.

una sera sokol e anita salgono sul tetto. si vede la città dall'alto. incompiuta. un'estetica disorganica. centripeta mi dicevo. la città è affannata così come è affannata la maggior parte delle persone, delle idee e della gente. e dei libri. affannata a finire prima di essere interrotta. per tornare giù uno deve buttare le gambe nel vuoto - sono otto piani sotto - e poi cercare coi piedi il davanzale tenendosi alla gronda. lo facevano, i due, su basi ideologiche. con l'intento solido di restituire alla vita il corpo della morte, quella fisicità esausta che sta dall'altra parte, che ti porta il fremito fin sulla punta delle dita, che se le sbatti hai come la sensazione che esca una minuscola scossa. ma come nei sogni, si ha sempre paura per nulla. e nessuno cadde mai. lo immagino ancora il suo corpo lungo, le braccia appaiate e tese in quel mezzo secondo di vuoto mentre il primo appoggio non le riesce e si morde le labbra e le tengo i polsi fortissimo e poi mette un piede dentro e poi un altro. e io mi ci praticamente tuffo, come un bagnante di fine ottocento. come se queste cose si potessero fare davvero.

eppure c'è un morto. non a caso ho sognato l'entrata di hercules poirot in mantellina grigia e cappello (in una stanza d'albergo adibita a clinica odontotecnica e affollata di pietrisco dentario sul pavimento), sorprendentemente dimagrito, forse già affetto da quel cancro allo stomaco di cui rifiutò sempre la diagnosi e che eventualmente lo costrinse al suicidio. l'architetto giaceva in bagno. la testa fracassata sul piastrellato. lievemente, come l'ammaccarsi per inerzia di un frutto polpo allo stremo. scivolato in vasca con un'erezione ancora addosso e apertosi la cranica come fosse matura. deve essere stata una scena velocissima e sonora (però coperta da una canzone dei tuxedomoon). e ora immobile. pochissimo il sangue tra l'altro. si dispone denso e geometrico, seguendo le venature del piastrellato. ovviamente non lo trovammo subito. dopo due giorni di bagno chiuso a chiave non ne potevano più di orinare nel lavandino (essendo poi in otto, anita si doveva addirittura mettere in piedi sulla credenza). sokol sta attraversando un periodo heideggeriano, una retorica molto etimologizzante [urinari: nuotare sott'acqua; urinator: palombaro e forse, anche, urna, secchia, recipiente adibito a contenere dei liquidi]. la porta poggia su dei cardini così lievi che viene giù secca al primo calcio. cade addosso al corpo. uno di quegli odori quasi di cucina ma con un fondo più spesso e troppo persistente. putrefatto. infatti inspiri a fondo la prima volta e te ne ne accorgi e noti il coagulo nero e ti senti giudicato dai muri e gli svieni addosso.

avevano nastrato la camera dell'architetto. i servizi sociali si rifiutavano di andare via perché erano convinti che gli inquilini fossero i figli. in realtà avevano tutti parecchia paura che adesso, visto che la zona era in ascesa i proprietari avrebbero approfittato per vendere. però questo sembrava evidente e allora si sostenne con insistenza che si aveva pagato in anticipo per l'anno intero e senza ricevuta. in quei giorni sokol doveva stare tutto il tempo al caffè sotto casa. senza niente da leggere. e senza sapere il tedesco. con tre sigarette contate per pomeriggio. conversando con un vecchio messicano che gliene offriva altre due o tre (senza fretta, facendolo soffrire). e lei mi veniva a prendere e ci prendevamo un caffè con calma, come se niente fosse, come se l'avessi aspettata solo dieci minuti, raccontandoci la giornata. aveva dei denti pulitissimi ma sempre gialli di fumo. era una cosa che adoravo.

allora dissero che dovevano andarsene. che il conto in banca dell'architetto era vuoto. che gli dispiaceva molto per il deposito ma che uno deve sempre farsi fare una ricevuta. e che date le circostanze erano fortunati che non li denunciavano per aver pagato in nero. ah, e che non c'erano parenti. il padrone di casa avrebbe mandato degli operai a svuotare l'appartamento in settimana. e che quindi, se volevamo, potevamo prendere qualcosa dalla stanza dell'architetto. ci entrai io, dopo due giorni, per primo. smezzammo subito con anita quella bottiglia scarsa di gin che giaceva orizzontale sotto ai vestiti. prelevammo in tutto:

  1. un mappamondo su cui mancava il continente americano.

  2. un costume d'amleto di fabbricazione ucraina.

  3. un acquarello montano mal fatto.

  4. una pipa in schiuma, modello austroungarico.

  5. un dente d'argento.

  6. una tuta catarifrangente della croce rossa che era stata ottenuta a monte di un volontariato mai fatto e che l'architetto amava mettersi alcuni sabato sera per farsi la città da un lato all'altro, in metropolitana.

  7. orecchini di corallo appartenuti ad una donna di nome ingrid, dimenticati lì almeno una quarantina di volte e da allora, intoccati.

  8. un paio di salopette da lavoro macchiate profusamente d'inchiostro.

  9. un tappeto persiano bruciato di sigaretta, senza volerlo (e con un irrigidirsi del rosso della bocca) da ingrid, nell'inverno del '60, e coperto subito con un piede.

  10. pantofole di panno viola, il regalo che uno si fa per compiangere i morti (una di quelle due o tre battute abituali, quasi un tratto caratteriale, un tic irresistibile da proferirsi ogni volta che delle ciabatte si parla)

  11. un colbacco di coniglio che andava spellandosi.

  12. un bastone con impugnatura a testa d'anatra, imitazione accurata di uno appartenuto al marchese de sade e uno si chiede venuto da dove.

  13. una pistola inceppata vinta al gioco in bosnia.

  14. una donnola impagliata, ironico regalo di compleanno.

  15. un cubo di rubik trovato per strada in un giorno importantissimo per l'architetto, a due passi dal muro del padiglione di rieducazione.

  16. tre giacconi di visone polacchi tutti uguali vendutigli da un ebreo ucraino al prezzo di uno a istanbul e comprati solo perché, ubriaco, credeva che l'ebreo fosse in realtà un amico d'infanzia.

  17. un portasigarette ammaccato che una volta (quello stesso giorno a istanbul) gli aveva salvato la vita.

 

anita mi cammina davanti con il cappello di coniglio calcato sulle tempie. fa talmente freddo che non ci si avventura nessuno in strada. completamente brinata e scura. gonfia la luce elettrica e densa e scura. brinata la saliva che scuriva al tatto, nella notte. dormiremo in metro, secondo dinamiche assurde e senza mai salire in superficie (o a casa di un' amica se risponde al telefono). io la seguo a qualche metro di distanza, mettendo le scarpe di taglio, attento a non scivolare. sokol mi guarda mentre la barba gli si impallina di nevischio. la strada rimane deserta, pressoché illuminata a giorno. ho in mano il bastone con l' impugnatura a forma d'anatra.

oh ingrid non mi sono mai tatuato il tuo nome sul braccio. perché non rapinammo anche noi una banca assieme, per restare abbracciati nelle statistiche, appaiati in un qualche schedario. sono sicuro che ne tengono svariati. sarai capace di rimettermi a posto nelle memorie in modo coerente? sicché io possa almeno parlare anche se a sensi comuni, a cose già dette. perché poi doveva finire in messico (pensa) mentre si abbassa a poggiare la fronte alla polvere gialla, che pare zafferano, con in bocca l'attesa del sangue. intanto il bastone si è rotto.

 

Emiliano Fonseca

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«Iervolino ha trovato la chiave adatta a tramandare una leggenda»
Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano

«Lorenzo Iervolino con Un giorno triste così felice ci fa viaggiare nei luoghi e nelle idee di un’epoca alimentata da un’energia gioiosa e sovversiva».
Gabriele Santoro, minima&moralia

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