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Noi di TerraNullius sappiamo che è facile ricordare una data. Basta ricordarla. Sentirla è diverso. Alcuni di noi, nel corso degli anni, hanno conosciuto partigiani e staffette, soldati imboscati sulle montagne, contadini che li sfamavano, donne che pedalavano tra i boschi portando dispacci per le brigate. Le donne e gli uomini che hanno vissuto la Resistenza e sono sopravvissuti fino ad oggi stanno morendo. Noi di "TerraNullius - Narrazioni popolari" abbiamo scelto di raccontarli in una storia di molte storie.

7 settembre 1943 - Alatri, campo di concentramento.
Una sigaretta, c'ho solo una sigaretta. Che ci faccio? Allora vediamo: a Pasquale piacciono le patate, in cambio della sigaretta rimedio un tozzo di pane, con quello due carote, poi le due carote le passo a Giulio ché sicuro lui c'ha ancora gli agganci con la guardia che in cambio gli passa, chessò, che gli passa con due carote? Un bottone, sicuro un bottone. E a chi lo do il bottone...? Forse serve a Pietro... no, a quello servono i calzoni. E sì, gli do i miei calzoni e mi tengo il bottone. Fa freddo però e Pietro non c'hai mai niente di utile da barattare, gli propongo il bottone e s'arrangia, sì faccio così. Sicuro mi propina un quarto di saponetta, eh sì. La saponetta la posso passare a Giulio che la passa alla guardia che la passa all'altra guardia, quella del reparto femminile. Da lì sicuro in cambio ci prendo una patata, vuoi che per un quarto di saponetta non mi danno una patata? Do la patata a Pasquale e quello... No, aspetta. Far passare una patata dall'altra parte è complicato, sicuro la guardia pretende l'aggiunta, quindi a Giulio debbo dare la saponetta e qualcos'altro cosicché accontenta l'infame. E che altro gli posso dare a Giulio? Eh sì, il bottone! Eh no, eh no, il bottone lo debbo dare a Pietro. E niente, i calzoni a Giulio e Pietro s'arrangia. Non ti posso aiutare Pietro. Quindi la patata a Pasquale e finalmente c'ho la matita, Marisa. Quanto bene ci voglio mettere in mezzo alle parole, amore mio. Cornuto a quel fascista di tuo padre ce lo voglio scrivere però, sempre che mi basti la carta, Marisa mia. Quanto mi manchi, mamma dei figli che possiamo solo immaginare. Già m'immagino piuttosto a scriverti la lettera, di notte, mentre tutti dormono, fumando una bella sigaretta. Eh no, devo procurarmi dei fiammiferi. Chi può procurarmeli? Sono troppo stanco per pensarci adesso Marisa bella, ma te lo prometto, domani risolvo pure questa. C'ho sonno adesso e sapessi che freddo. Aspetta, che poi la sigaretta... Buonanotte Marisa.


8 settembre 1943 - Roma, Testaccio.
La sora Cesira tira fuori dall'armadio la sfera. È cristallo, chiedo indicandola. La sora Cesira mi risponde che è di vetro. Annuisco. La sora Cesira indica il tavolino basso e le due sedie. Prendo posto su una delle due sedie e la sora Cesira si siede di fronte. Restiamo in silenzio e ci guardiamo. Mi domanda cosa voglio sapere dalla sfera. Mio marito Alfredo, le dico, ancora non è tornato dalla Russia e voglio sapere se lo farà. La sora Cesira poggia le mani callose sulla sfera e chiude gli occhi. Poi comincia a parlare. Mi dice che al momento il generale Badoglio sta parlando col re e oggi pomeriggio il generale Badoglio dirà alla radio dell’armistizio con gli americani e gl’inglesi e che le truppe italiane dovranno reagire agli attacchi da qualsiasi parte provengano e un tizio spiegherà ad altri tizi davanti alla radio con lui che significa che adesso bisognerà sparare contro i tedeschi. Contro i tedeschi, come no, dico interrompendola, ma voglio sapere di mio marito. La sora Cesira sembra non avermi sentito e continua a raccontare che il giorno dopo qui a Roma si sentiranno mitragliatrici, bombe a mano e colpi di mortaio dalle parti dell’Ostiense e della Cassia e cannoni di lontano e la gente sarà tutta per le strade e una tizia dirà a un altro che ha sentito che gli americani e gl’inglesi sono sbarcati a Civitavecchia e hanno già occupato Cisterna e un tizio si avvicinerà ai due e dirà che all’alba hanno visto scappare il re e la sua famiglia e il generale Badoglio verso Chieti. Il re che scappa, come no, dico interrompendola, ma voglio sapere perché mio marito non è ancora tornato dalla Russia. La sora Cesira sembra non avermi sentito neanche questa volta e continua a raccontare che il giorno dopo ancora ci sarà una grande confusione e ci sarà chi dirà di cessare il fuoco e chi dirà che bisogna resistere e ancora mitragliatrici, bombe e mortai e i militari si metteranno coi civili lungo le mura di Porta San Paolo e alzeranno su delle barricate anche rovesciando le vetture del tram. Le barricate coi tram a San Paolo, come no, dico interrompendola, ma io voglio sapere se mio marito tornerà dalla Russia. La sora Cesira mi guarda e poi dice, brusca, che mio marito è schiattato come un fesso ed è meglio se ci mettiamo il cuore in pace tutti.


15 settembre 1943 - Roma, via Casilina.
In via Casilina, davanti casa, ce sta 'n aeroporto dell’aviazione, e ce sta tutto un cori cori de sordati, tutti che grideno, strilleno, pe’ le strade tutti a core co’ le bandiere, avanti e ‘ndietro, e poi so’ arivate le camionette de li tedeschi, che non ce semo liberati de gnente.
La gente che core che strilla, ch’è successo? Ch’è successo? Hanno fatto l’armistizio, la guera è finita, la guera è finita! Ma che finita, quelli mò so’ diventati nemici.
Sopra al tranve che porta a Centocelle ce sta un ragazzetto, pò ave’ dodici tredic’anni, s’affianca al tranve ‘na moto co’ du’ tedeschi, er ragazzo s’affaccia dar finestrino e je fa er gesto dell’ombrello, questi fanno ferma' er tranve, lo fanno scenne e lo pistano de botte come se pista l’uva, lo lasciano a tera più morto che vivo. Ma che finita, mò ariva er peggio.


24 settembre 1943 - Roma, Quarticciolo.
Corsi subito ad avvertire gli altri, neanche il tempo di riprendere fiato e già mi minacciarono di rischiare lauti calci in culo, se non morte certa, se li stavo prendendo in giro. Assicurai che su certe cose non si scherza, e dopo aver giurato su tutti i parenti, prossimi e lontani, si convinsero a seguirmi dopo la marrana, giù all’ombra della Torraccia. Dovevamo saperlo solo noi quattro, raccomandai. Affrettavo il passo e invitavo a fare lo stesso. Gnappo fu il primo ad avvistare la grande manna e prese ad avvertire tutti con gridi di giubilo. Ora potevano vederlo con i propri occhi, sotto di noi, sul prato, si presentava una lunga distesa di armi: mitragliatrici, pistole, anche granate e divise dell’esercito italiano; ruzzolammo giù nell’erba per avventarci sul nostro bottino di guerra. I militi, si diceva, che ne avevano viste tante in guerra, alla brutta parata, non sapendo più con chi stare, con il tedesco prima alleato e ora nemico, con l’americano che si diceva ora viene, ora viene e invece non veniva mai, oppure con i fascisti o i rossi, i partigiani, si decisero che avevano rischiato fin troppo, e lasciata sui campi la loro vecchia vita si fecero disertori. Gli amici tutti felici, presero a strattonarmi, sei un grande, mi dissero e Serpe mi afferrò la faccia e mi stampò pure un bacio sulla guancia. Ognuno sembrava avere il proprio piano.
- A pallettate lo pio il tedesco, e nessuno me cacherà più il cazzo. - disse Gnappetto afferrando una mitraglia che a malapena riusciva ad abbracciare tutta.
- Questo pensa a fa la guerra, ma lo sai quanto vale uno de 'sti cosi al mercato nero, minimo minimo sono tre mesi de farina assicurata.
- Bravo, bravo, tieniti la farina - fece beffardo il Cicuta - che gatti e uccelletti sono tutti miei.
Anch’io avevo un mio piano, più o meno, ma ora che ero diventato il loro beniamino non mi andava di rovinare tutto. Nascondemmo meglio le armi e ci infilammo una pistola a testa sotto il maglione. Dissi che ci saremmo rivisti la sera e che avevo una commissione da sbrigare. Mentre mi affrettavo verso la borgata mi ripetevo quello che avrei detto, semmai mi fosse uscito il fiato: Laura, non devi preoccuparti, non devi più avere paura, ora ci sono io a proteggerti. Capisci Laura? Ti voglio bene Laura, nessuno toccherà te o la tua famiglia, o giuro che li mando tutti al creatore.
Trovai le imposte chiuse e cominciai ad urlare e a bussare forte al portone.
La Sora Adele affacciata alla finestra mi disse, - A Nino, se credi la poi pure buttà giù la porta, ma la famiglia Napoli non ci sta più.
- Se ne sono andati?
Fece segno di sì.
- E dove? - chiesi. La Sora Adele allargò le braccia e mi regalò un sorriso spento.
- Ma sono vivi? - chiesi ancora. Allargò nuovamente le braccia.


Ottobre 1943 - Roma, Ghetto.
Cos'è questo rumore? Non uscire da qui, non uscire da qui, mi ripeto. Devo aspettare, devo aspettare. Tanto non mi vedono, no che non mi vedono, mica verranno a cercarmi qui. Ho fame, ho freddo, ma soprattutto ho paura. No, non devo avere paura. Me lo ha detto la mamma quando hanno preso papà, lo disse che sarebbero venuti a prendere anche noi. E infatti stamattina hanno portato via anche lei. Ho fatto in tempo in tempo a infilarmi in questo buio. Resta nel baule e non uscire fin quando non arrivano gli americani, mi ha detto. Non devo sbagliarmi, se le divise sono grigio scure devo stare fermo e zitto e senza respirare. Se le divise sono ocra scuro posso uscire, sono i liberatori. Ma quanto devo aspettare? Ho fame, ho freddo, non mi piace questo buio. Ma ho promesso alla mamma di non avere paura. Non so più da quanto tempo sto qui. Quando arrivano questi americani?


Aprile 1943 - Roma, Centocelle.
Mi hanno crivellato con sei colpi. Ma non sono caduto. Sono rimasto in piedi. Ero tra il civico 62 e il 64, come tutti i giorni. Li avevo visti arrivare da lontano, da dietro la curva. La camionetta ha svoltato nella mia traversa con le risate sguaiate dei soldati. Mai avevo pensato che potessero aprire il fuoco. Non gli ho fatto niente, non gli ho detto nulla, zitto come sempre, come tutti qui. Forse è stato per sfogo. Io ancora non lo capisco. A distanza di anni, ancora rimango incredulo. Non sono crollato. Sono rimasto in piedi e immobile. Sei colpi, sei. Non uno. Sei. Domani mi ristrutturano. Domani dei muratori passeranno calce, stucco e vernice. Riempiranno i fori di proiettile. Tutta la palazzina sarà come nuova. Pare vogliano dipingerla di verde. E io rimarrò sempre qui, tra il civico 62 e il 64. Cambierò solo d'abito.


Autunno 1944 - Roma, Borgata di Acilia.
Mio padre saluta il signor Romolo. Si abbracciano. È strano vedere gli adulti che si abbracciano. Scendiamo giù dal carretto, tutti quanti, tranne mio fratello Giacomo: casa nostra è lì che ci aspetta in fondo al viale. Dietro di me il carretto dei Ciarravano riparte, faccio in tempo a voltarmi e a scorgere la faccia di Tonino. Lui mi sorride, mi fa ciao con la mano: “Domani andiamo pe’ cicoria?”. Io gli faccio di sì con la testa e Tonino fa in tempo a sorridermi di nuovo che il Signor Romolo lo acchiappa per il collo e lo mette seduto.
Siamo stati tre mesi in quel casolare, vicino a un posto che i grandi chiamano Porta Portese. Eravamo noi, i Ciarravano e altre due famiglie di Acilia. In tutto una sessantina di persone; solo i Ciarravano sono sedici figli. Tra le bombe e la fame, avremo dormito sì e no due volte in tre mesi. Per fortuna che c’era Tonino. Mi ha raccontato un sacco di storie, mi ha tenuto la mano. Mi ha detto che a me ci pensa lui. E se vorrò, ci penserà per sempre a me. Lì da Porta Portese tutte le settimane ci siamo incamminati per la via Ostiense e siamo arrivati qui ad Acilia, nei campi che conoscevamo, per prendere qualche verdura. Sette chilometri ad andare e sette a tornare. Una volta ci hanno sorpreso i tedeschi. Ci hanno puntato i fucili contro. Tonino si è messo tra me e loro. Ha detto che ci pensava lui a me. E li ha convinti. Quelli hanno abbassato i fucili, ci hanno tolto ciò che avevamo raccolto e se lo sono mangiato. Io e Tonino siamo rimasti accucciati dietro un muro, abbracciati, ad aspettare che se ne andassero i tedeschi e pure la paura.
Mio padre vede la porta di casa nostra aprirsi davanti ai nostri occhi, come fosse una magia. Davanti a lui ci sono tre uomini in divisa, in fila. Noi siamo molti di più. Alle loro spalle si fa largo uno che è poco più alto di me che ho dieci anni e lui per essere un soldato ne deve avere almeno sedici, credo. Forse anche venti. Dice che parla italiano, ma mio padre non lo capisce bene. Si chiama John. Parla con mio padre. Mio padre riferisce alla mamma. E la mamma ci ripete quel che gli ha detto mio padre che è poi quel che gli ha detto John: “Questi sono inglesi. Sono nostri amici. Possiamo metterci in cantina”.
Gli inglesi. Gli inglesi sorridono. I tedeschi non sorridevano mai. Noi abbiamo ripreso la nostra vita normale, anche se in undici in cantina stiamo stretti. Ma è casa nostra. Papà si è messo subito a riavviare gli alberi e il campo. Mamma è uscita all’alba per andare al mercato davanti alla chiesa di Acilia. E mi ha lasciato i panni. I nostri e pure quelli degli inglesi. John si è svegliato prestissimo. È uscito da dietro, dove sono io, e mi guarda fisso. Mi chiede che cosa sto facendo. E che sto facendo, non si vede? John continua a guardarmi. Mi dice una parola che non capisco. “Chid, Chid”, ecco, suona come chid. C’è un’aria fredda e le mani mi fanno male nell’acqua ghiaccia del lavatoio. Mi ero disabituata a lavare i panni. John smette di guardarmi. Rientra in casa. Poco dopo esce. Ha un piattino in mano. Sopra c’è una fetta di pane, con qualcosa che sembra burro. Me lo offre. Io lo prenderei, ma devo finire i panni. In quel momento arriva Tonino. Tonino! Ha tredici anni, ma sembra un uomo grande, con i pantaloni lunghi. Ci guardiamo, io e Tonino. E anche John ci guarda. Poi poggia il piattino con la fetta di pane. Si avvicina a me. Si alza le maniche della camicia. Guarda la tinozza. La ghisa rigata del lavatoio. Poi guarda Tonino, ritto con le mani in tasca. E infine mi fissa, con gli occhi chiari: “go, chid, go” dice, o almeno è quello che mi sembra. Immerge le mani nell’acqua. Fa un gridolino. Poi dice qualcos’altro, ma io non lo sento più, sono già con Tonino, che corriamo per i campi, mano nella mano.

(Tonino e Teresa si sono sposati nel 1950. Sono andati ad abitare nella casa di Teresa, la stessa casetta Pater di Acilia, in cui si insediarono i soldati inglesi, dove ancora oggi, 81 anni lui e 77 lei, vivono insieme. Sul finire degli anni sessanta hanno ricevuto una visita inattesa: John, con la sua fidanzata, era voluto tornare nella casa in cui era stato ospite e dove, a suo dire, per la prima volta nella sua vita aveva visto una bambina lavorare).


25 aprile 1945 - Milano, via Montenapoleone.
Questo giorno me lo voglio segnare. È il 25 aprile. L’aria chiara e fremente. Tutto ribolle. Sembra che stia per succedere qualcosa, qualcosa di grande e importante. E invece non succederà niente. A parte forse che brucio il mio romanzo. Nessun editore si è fatto sentire. Il fascismo, il fascismo. Poi dici che è caduto. Doveva fare rinascere il genio italico, e invece eccoli lì i soliti che ci guadagnano, i ricchi, e i giudei, come quel Pincherle, che è vigliacco e si firma con un altro nome, ma sempre giudeo e ricco rimane, e quindi lui pubblica, ha successo e gloria. Brucio il mio romanzo. Uno sperava nei tedeschi. Vengono e dici: ora rimettono tutto a posto. I tedeschi di Tacito, puri, vergini, severi. In pochi mesi sono diventati romani pure loro. E il mio romanzo lo brucio. Ma tanto, tanto con gli americani sarebbe lo stesso. E pure coi russi. La vita è una fregatura. Tutto è una fregatura. Guarda che sole e che aria! Senti il mormorio per strada. Sembra che fuori c’è la rivoluzione. E invece, niente. Tutto come al solito. Non diventerò mai un grande scrittore, io che conosco Tacito e i classici e la storia antica, e so come si deve scrivere. Io. È il 25 aprile del 1945 e non succede niente. E brucio il mio romanzo. E vada in malora tutto il mondo!


Notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 - Torino.
Dicono quella parola, glielo posso giurare, che ti si sciolgono i nervi delle spalle, e con le facce come bocche spalancate, e le pupille, Signore, che pupille quelle, sono gole quelle, altro che pupille.
Li ho visti sussurarla quella parola, Signore, è meglio che la prepari prima, che ne dice?, no?, è oscena, perché sembra un reato, la parola, pronunciarla solo, e l'hanno detta, Signore, senza sforzo, sciolti i nervi delle spalle, uno per uno la dicono.
Lei ora pensa sicuramente che si tratti di una fotografia intima, che le abbia insomma messo tra le mani la radiografia di un polmone metastasico, sì, Signore, a cui pongo, circospetto?, la domanda, la domanda è, eccola.
Perché la parola che dicono due ore fa con le facce spalancate esiste in funzione di un'altra. Ecco, Signore, l'ho detto. Insurrezione, dicono.
Lei, ho questa domanda per lei da quando ha iniziato ad ascoltarmi, dico, lei però è in grado, cioè è possibile che lei si sia, come dire, si sia mai immedesimato in queste circostanze, o che abbia piuttosto chiuso l'occhio, perché è del sacrosanto parere che chi di spada ferisce di spada perisce?, ma lei, Signore, è sicuro che nessuno le abbia mai sputato nella carne?, suppongo quindi, a ragionare sul suo caso, deduco che lei non sia abile ad un'immedesimazione uniforme alla fattispecie circostanza.
Si immagina lei, tra cinquant'anni, o sessanta, o settanta, l'aneddoto raccontato come una storiella che poi sarà parte della storia di una liberazione italiana dal nazi-fascismo?, che diranno che allora oggi giravano messaggi in codice, per lo più combinazioni direi campestri di espressioni formalmente prive di significato letterario?, eh, che sommate a fonemi o segni e parentesi anche di congiunzioni e nomi di persona o animale o pianta, insomma stratagemmi di lingua incomprensibili, ma utili alle unità chiamate brigate, uh, composte di uomini sporchi e donne incazzate e uomini affamati e donne nascoste tra cave e colline e gole degli appennini, appesi tra il bianco e il grigio delle montagne, Signore, partigiani, insomma?

Capisce che Aldo dice 26 x 1 è il codice che è la chiave della parola che dicono?

TerraNullius

Cricca33 - Narrazioni popolari


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