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Home Racconti Pareidolia - Gioacchino Lonobile

Pareidolia - Gioacchino Lonobile

“Se al principio c’era il verbo,

alla fine ci saranno soltanto immagini”.

Wim Wenders, Fino alla fine del mondo.

La vita è come uno specchio sporco: vedi male te stesso e ancor peggio una piccola parte di mondo alle tue spalle. Gli specchi sono come la storia, difficilmente raccontano la realtà. La vita è come la storia.

 

- Signora maestra, signora maestra, c’è puzza!

La signora maestra faceva finta di nulla. Sicuramente faceva finta, dal momento che l’aria della classe era irrespirabile. I ragazzi della II C continuavano a lamentarsi, era impossibile farli smettere. Anche dopo aver aperto le finestre per far cambiare l’aria la situazione non migliorava. Spiegare le divisioni a due cifre in quelle condizioni era un compito troppo arduo. Le bambine erano le più insopportabili. Io pensavo di soffrire più degli altri. Ma il rossore che gli avvampava il viso coprendogli le poche lentiggini sul naso e sulle guance, mentre stava zitto zitto quando tutti si lamentavano, mi fece ben presto capire che c’era qualcun altro che soffriva molto più di me in quella situazione. Era, infatti, il mio compagno di banco, nonché miglior amico, che se l’era fatta addosso.

Avevamo lo stesso nome di battesimo, nome abbastanza comune per il posto in cui vivevamo, grazie a un frate cappuccino in odore di santità, ma che santo non sarebbe mai divenuto. Per distinguerci, eravamo gli unici che l’insegnante chiamava per cognome. Diventammo compagni di banco quando mi trasferii dall’ultima alla prima fila perché non vedevo bene la lavagna. Da lì a qualche settimana iniziai a portare gli occhiali, grandi occhiali con la montatura in metallo, quadrata, come si usava allora.

Era il 1987, la guerra di mafia che avrebbe investito la città, ucciso i genitori di due nostri compagni, sparando a pochi metri da noi, non era ancora iniziata e nessuno poteva prevederla, di certo non noi. Pochi ricordavano la magra figura della nazionale di calcio, campione del mondo uscente, ai mondiali messicani dell’estate prima, dei quali tutti avevano impressi i fotogrammi dei due gol fatti da un messia con una maglia a strisce bianche e azzurre, uno di mano, l’altro tenendo la palla incollata al piede dal centrocampo alla porta avversaria. Roberto Baggio da Caldogno aveva subito l’asportazione del menisco e, per diventare Baggio, avrebbe dovuto aspettare ancora un mondiale. Erano anni in cui o possedevi una BMX o una Cross; nel nostro quartiere nessuno possedeva una BMX, anche se tutti la preferivano alla Cross.

Trascorrevamo lunghe estati e inverni interminabili a giocare a calcio. Un giorno io e il mio compagno di banco, nonché migliore amico, fummo bloccati da due ragazzi delle medie. Volevano farsi un giro con le nostre nuove Cross. Non cedemmo. Avevano dei bastoni e li usarono per convincerci. Non cedemmo. Fummo salvati da una signora che affacciatasi dal balcone minacciò di chiamare la polizia. Solo allora ci lasciarono andare. Quando mia mamma scoprì la provenienza degli ematomi che avevo sulle gambe, volle a tutti i costi accompagnarmi a scuola, nonostante le mie suppliche. Arrivammo nell’atrio, i ragazzi aspettavano il suono della campana per entrare in classe. Mi chiese d’indicare i colpevoli, lo feci. La scenata fu tale davanti all’intero istituto che i bulli mi chiesero scusa in lacrime, io in quel momento avrei voluto essere ovunque tranne che in quel luogo. Larve di coleotteri coprivano ogni cosa come neve artificiale, rendendo il clima natalizio.

 

*

Quasi ogni giorno dopo la scuola andavo a casa del mio compagno di banco, nonché miglior amico, che anch’io chiamavo per cognome. Lui non ricambiava mai le visite. Passavamo i pomeriggi a giocare con un piccolo bigliardino, o con il suo Atari. Altre volte cercavamo schemi ordinati nel caos: davamo forme familiari, quasi sempre volti o sembianze umane, a macchie d’umidità, alle venature del legno e del marmo, a decorazioni geometriche o floreali e a croste sui muri. Riuscivamo a vedere personaggi famosi, bambine stilizzate, anziane dalle buffe acconciature, macchine volanti e cavalli al galoppo. Dopo ricalcavamo su un foglio quei profili e li arricchivamo di particolari. Il mio amico era sempre più bravo di me, sia a riconoscere che ad abbellire quelle fantasiose creature. Ma la nostra attività principale, in quei lunghi pomeriggi invernali in cui non potevamo uscire, era un’altra: registravamo, sempre sulla stessa musicassetta, una trasmissione radiofonica. Inventavamo titoli di canzoni, artisti, notizie. Non avevamo tempi prestabiliti, iniziavo a parlare e lui mi veniva dietro. C’era anche la pubblicità: parodie degli spot più famosi con cui la tv commerciale ci stava allevando. Se avevamo qualche tentennamento, ci impappinavamo, o scoppiavamo a ridere rifacevamo tutto d’accapo, cercando di essere il più professionali possibile.

*

Era una domenica mattina, avevo assistito alla messa delle nove e mezza, più per incrociare gli sguardi e i sorrisi di Gisella, una compagna di classe che cantava nel coro parrocchiale, che per reali pulsioni religiose. Dopo la benedizione, avevo investito mille lire in cinque pacchetti di figurine: dieci doppie tra cui due scudetti. Il mio miglior amico, nonché compagno di banco, abitava proprio dietro la chiesa, e quel giorno non aveva santificato la festa, così decisi di andarlo a trovare per attuare scambi favorevoli al mio e al suo album di calciatori. Percorsi parte di viale Carlo Alberto e risalii verso via Ferreri. Diversamente dal resto del quartiere Oltreponte, devastato dall’abusivismo edilizio, quella parte manteneva una certa scacchieristica simmetricità.

Appena arrivato notai subito che qualcosa di strano stava avvenendo. Davanti al portone della casa che doveva essere la mia meta si affollava un buon numero di curiosi. La cosa non mi turbò, infatti fui propenso a escludere una qualche disgrazia dall’assenza di grida e pianti, che di solito accompagnano eventi di questo tipo. Un lieve brusio invece faceva da sottofondo a colli che si allungavano e a occhi avidi di conoscenza. Riuscii ad arrivare fin sotto i due scalini d’ingresso. A sbarrare il passaggio davanti la porta, il padre del mio amico, un uomo dalla pelle scura, dal fisico magro e nervoso, con grossi baffi neri, che non avevo mai sentito parlare in vita mia. Mi guardai intorno per capire, ma erano tutti troppo impegnati a cercare di entrare, di vedere, di sapere, per darmi retta. Finalmente notai un altro ragazzino che conoscevo, scossi il capo per chiedere cosa stesse succedendo.

- Dice che apparì padre Iachino- bisbigliò

- Come?-

Mi fece segno con la mano di star zitto, e cercò di intrufolarsi pure lui. Padre Gioacchino, Iachino in dialetto, era il frate in odore di santità, protettore di questa e di altre terre limitrofe, con cui io e il mio compagno di banco, nonché migliore amico, condividevamo il nome.

*

I visitatori potevano entrare solo uno per volta e rimanere dentro al massimo tre minuti. Più si spargeva la voce, più si allungava la processione di fedeli e soprattutto di curiosi, tanto da intasare le strade dell’intero quartiere, come quando c’era la fiera per la festa del Rosario e montavano le giostre. Ma in realtà ancora nessuno sapeva bene cosa fosse successo, e i padroni di casa erano inavvicinabili. Nonostante i miei sforzi non riuscii a svelare il mistero, e visto che era ormai ora di pranzo, e la pasta al forno domenicale era più sacra di qualunque santo, mi affrettai verso casa.

Quando tornai nel pomeriggio la gente aveva portato fiori, candele, lumini, si erano formati gruppi spontanei di preghiera capeggiati da agguerrite anziane sgranatrici di rosari, bambini in coro cantavano canzoni religiose. Gisella non era tra loro. Gli uomini passeggiavano avanti e indietro con le mani dietro la schiena, bisbigliando segreti. Mi avvicinai ad un gruppetto di fumatori che parlavano a bassa voce.

- Ora sicuro santo lo fanno

- Sicuro!

La discussione era già iniziata, ma visto che i pochi elementi che la componevano venivano ripetuti più volte, potei ricostruire come erano andati i fatti.

Il giorno prima, sull’intonaco bianco di un muro era comparsa una strana macchia, il figlio, cioè il mio compagno di banco, nonché migliore amico, era stato il primo ad accorgersene. Quando la mostrò ai genitori spiegandogli cosa ci vedeva, anche loro distinsero chiaramente dei tratti somatici, ma non tratti somatici qualunque, ma quelli di una famosa immagine che ritraeva il venerabile padre Gioacchino inginocchiato in preghiera. E anche i primi vicini accorsi non ebbero dubbi, era proprio lui. Ma la scoperta più sconvolgente avvenne il mattino successivo, durante la notte il viso si era trasformato: da liscio e ben levigato, divenne rugoso, quasi un bassorilievo. La barba si era infoltita, i capelli sembravano essere cresciuti, ed era così iniziato il pellegrinaggio.

Trascorsi l’intero pomeriggio da spettatore errante di quel delirio collettivo, ascoltando sempre gli stessi discorsi, e sperando in una improvvisa apparizione di Gisella. Quando i lampioni si accesero avevo l’obbligo di rincasare e perso ormai la speranza di vedere la mia bella. A terra notai ogni dieci passi dei cotton fioc, erano posizionati come sassolini per ritrovare la strada di casa.

*

Il lunedì era il giorno peggiore, il giorno della poesia a memoria. La sedia accanto alla mia era vuota. Pensai alla fortuna capitata al mio compagno di banco nonché miglior amico. Scrissi un messaggio a Gisella: Mi vuoi? SI NO. Lo feci scivolare nella sua cartella durante la ricreazione, mentre mangiavo una crostatina all’albicocca, prima il contorno e poi la parte centrale. La maestra scrisse benino sul mio quaderno. Il suono della campana fu accolto da un unanime urlo di gioia.

All’ora di pranzo il notiziario della tv locale trasmise un lungo servizio sulla apparizione del futuro santo.

- Non abbiamo più pace da quando il volto è cambiato- disse al microfono la madre del mio migliore amico, con i capelli arruffati e le occhiaie

- Non credo a segni tanto evidenti- affermò il parroco della vicina parrocchia, che sciupato invece non lo era affatto.

I miei genitori mangiavano senza dir nulla, io avevo qualche buona idea per una trasmissione radiofonica che non sarebbe stata registrata, la minestra era bollente.

*

Quando il mio compagno di banco tornò a scuola era come se qualcosa tra noi si fosse rotto. Una distanza non calcolabile con le normali unità di misura ci divideva. Io non chiesi nulla, lui non rispose nulla. Per cinque ore non ci parlammo. Mi sentivo forse tradito, ma non saprei dire per quale motivo, lui sembrava turbato, e che avesse altro a cui pensare, come quando si era cagato addosso. He-Man, l’eroe muscoloso dal caschetto biondo, brandendo la grossa spada luminosa ci guardava dalle copertine dei nostri quaderni. La signora maestra come al solito faceva finta di nulla.

Quando la campana stava per suonare, con la bocca impastata di silenzio, tenendo lo sguardo sull’astuccio dei colori, il mio compagno di banco, nonché mio vacillante migliore amico, pronunciò le prime parole di quel giorno

- Ha parlato-

Mi girai verso di lui, quasi non fossi più abituato alla sua voce.

- Chi ha parlato?- chiesi

Inclinò leggermente la testa in avanti a voler dire “sai bene chi”.

- E cosa ha detto?

Rimase qualche secondo in silenzio, poi mi guardò un istante negli occhi e riabbassò lo sguardo.

- Non vuole diventare santo- disse stringendosi nelle spalle.

La notizia dell’apparizione travalicò le frontiere cittadine. Due o tre bancarelle che vendevano immagini, statuette e altri gadget del frate si erano stabilite vicino alla casa miracolata, durante il fine settimana arrivava il furgoncino dei panini con le panelle, il banco con i semi di zucca, di girasole e le noccioline, anche il tizio del torrone e quello che vendeva i coni gelato a cinquecento lire e le briosce a mille e che gridava ge geee per far accorrere i bambini. Gli zingari vendevano palloncini con un campanellino dentro. Una grande quantità di persone passeggiava come in un lunapark con una sola attrazione. In quel marasma incontrai due volte Gisella accompagnata dai genitori e dalle tre sorelle più piccole, non ci salutammo.

Le proporzioni del fenomeno non passarono inosservate al comune che dovette chiudere la strada al traffico e, soprattutto, a Nostra Santa Chiesa Cattolica, che a fiutar affari aveva già secolare esperienza alle spalle. Fu annunciata la visita di due ispettori vaticani.

*

Il mattino in cui era prevista la venuta degli osservatori apostolici, il cielo era piastrellato da nuvole gialle. Il mio compagno di banco era nella modalità me la sono fatta addosso, ma faccio finta di niente. Ruppe il suo silenzio tombale, come al solito in prossimità della quinta ora.

- Lo avevo fatto per lui-

- Che vuol dire?- chiesi con una faccia che mostrava tutta l’insensatezza di quell’affermazione. Alzò le spalle e socchiuse gli occhi inclinando leggermente il capo a voler dire “sai cosa”.

I due incaricati ad accertare l’interruzione della legge naturale ad opera di un intervento divino arrivarono all’ultima stazione d’Italia dopo dodici ore di viaggio. Il loro bagaglio consisteva in due misere valigette di pelle. Ad aspettarli il vescovo della provincia, l’arciprete del paese, il sindaco e parte della giunta comunale. Grandi abbracci e strette di mano.

Ancora nessuno era a conoscenza che proprio quel giorno un nuovo miracolo era venuto a compiersi. Bastò percorrere le poche decine di metri che separano la stazione ferroviaria da via Ferreri perché tutto fosse chiaro.

Così come era comparsa la sacra immagine scomparve. Dalla sera alla mattina, come se semplicemente qualcuno l’avesse coperta con del colore bianco. Tutti rimasero delusi, uomini politici, religiosi, fedeli, gelatai, paninari, semensari e anche gli zingari. Gl’ispettori la sera stessa se ne tornarono a Roma.

Dopo una prima ondata di ritorno di gente che voleva assistere con i propri occhi al nuovo prodigio, l’interesse per l’accaduto diminuì: si sciolsero i gruppi di preghiera, la strada venne riaperta al traffico, tutto tornava alla normalità. In maniera graduale la famiglia del mio compagno di banco ritrovò la tranquillità e lui tornò a essere il mio miglior amico. Tra noi non parlammo mai dell’accaduto e smettemmo di cercare l’ordine nel caos. Le trasmissioni radiofoniche fecero in tempo a riprendere prima dell’interruzione estiva. Alla penultima giornata di campionato al Napoli di Maradona bastò un pareggio per ipotecare lo scudetto, in quella stessa partita Roberto Baggio segnò il suo primo gol in seria A. Padre Gioacchino non divenne nemmeno beato, ma rimase venerabile qual era. Gisella aveva messo una X sul NO.

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