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L'aria fuori - Lorenzo Iervolino

a mio padre

L’ultima volta che era passato per Roma era avvenuto in treno, nel 1995. Per uno spostamento. Da Milano a Caltanissetta. Un viaggio estenuante. Ci erano voluti cinque giorni per raggiungere la Sicilia, senza mai la possibilità di potersi lavare o cambiare. Nelle soste aveva dormito sul primo pavimento libero che gli avevano trovato, e poi, al mattino presto, di nuovo in treno.

Prima di attraversare lo stretto, però, c’era stata la sosta di Reggio Calabria.
A quel punto del viaggio erano rimasti lui e un sardo di cui Tony, se ci ripensa, ricorda bene solo la voce. Non il nome, né la faccia. Una voce da capretta. Profonda. Con degli acuti improvvisi. Gli altri erano già stati tutti consegnati. A Firenze. A Napoli. Il sardo sarebbe rimasto a Reggio Calabria. E Tony avrebbe proseguito da solo, l’indomani.
A Reggio, finalmente, poterono lavarsi, mangiare un pasto caldo e completo. Cambiarsi di vestiti. Dormire per più di qualche ora, e su una branda. Quell’ospitalità non se l’aspettavano. Ma era un rituale. Tony lo venne a sapere solo una volta arrivato in Sicilia. Pensandoci ora, a quella notte, sedici anni dopo, Tony vorrebbe poter dare un nome alla sensazione che aveva provato. Di vicinanza, gli verrebbe da dire. Ma non ci riesce. Gli viene in mente solo la voce di quel sardo, il mattino dopo, i suoi insulti da capretta infuriata. Lì a Reggio Calabria ci sarebbe dovuto restare per tre anni.
E nessuno dei suoi parenti sarebbe riuscito a fargli visita.
Due anni dopo, da Caltanissetta, Tony era stato costretto ad un altro spostamento, nuovamente a Milano, passando da Ancona, quindi Roma quella volta non l’aveva vista neanche dal finestrino, su e giù per l’Italia, come fosse un pacco che nessuno voleva tenersi. Tony s’è detto più volte che se lo avessero trasferito a Roma, anche solo per un periodo breve, forse la sua vita sarebbe stata diversa.
O forse no.

Adesso Tony è a Roma perché lo ha deciso. Avrebbe fatto visita a Silvia, anche se lei non gli aveva risposto alle telefonate. Silvia non gli rivolgeva la parola da quando sua madre era morta. Era capitato che si parlassero via telefono, qualche anno fa, ma la volta della lettera era stata praticamente l’ultima, in cui si erano detti qualcosa, veramente. Tony si ricorda bene le diverse emozioni di quella lettera. Raramente riceveva della posta. Quando stai in carcere, e quando ci stai già da nove anni com’era per Tony a quel tempo, le lettere sono finestre sul mondo, sono abbracci, sono buchi nei muri di cinta. Una volta l’anno, per un po’ di tempo, gli avevano fatto visita, a S. Vittore, tutti e tre. Sette o otto ore di viaggio, da Roma, città dopo città, paese dopo paese. Disperazione dopo disperazione. Tony lo avevano preso il 3 agosto del 1989, a Tarragona, scambiandolo per un boss di Caserta ricercato in mezzo mondo. Lo avevano sbattuto per un anno a Figueres Girona, poi l’espatrio. A Milano. E quell’agosto erano già due anni interi che lui li aveva lasciati, a Barcellona, dove Maria e i figli, allora due bambini, lo avevano raggiunto, lasciandosi ogni cosa alle spalle. Ma Tony aveva perso la testa per una ragazza francese e aveva comprato un paio di case in giro per la Catalogna, con i soldi che s’era fatto in quegli anni. Quando Maria morì era il 1998, e da qualche tempo anche quella penosa visita annuale non avveniva più. L’unico che sembrava felice era Renato, il primogenito. Non appena intravedeva il padre nella sala delle visite iniziava a scalpitare. Voleva superare la fila, scavalcare la burocrazia del carcere ed andare direttamente dentro quella porta da dove poteva vedere suo padre, in fondo alla stanza, in attesa. Per Maria era uno strazio. Lo faceva solo perché era una madre, e sapeva quanto era importante per Renato vedere suo padre, seppure in quel modo. Silvia invece, di tre anni più piccola, del padre aveva fatto in tempo a vivere solo la distanza. Quando loro tre avevano raggiunto Tony a Barcellona lei aveva appena quattro anni. Quando suo padre era scappato ne aveva sei. Per tutto il resto della sua vita, aveva conosciuto suo padre solo dalle parole degli altri. E non erano state certo belle parole. Neanche da parte di chi, fino a poco tempo prima, avrebbe avuto paura solo di pronunciare il suo nome. Anche per Tony era una pena, vederli. Lui li aveva abbandonati. Loro erano tornati a Roma, senza un soldo. La casa dove abitavano gli era stata tolta dallo Stato. A Tony, complessivamente, per tutti i reati di cui era stato ritenuto colpevole, avevano dato ventuno anni di carcere. Come poteva starci, tutto questo, dentro una sala delle visite affollata di gente? Per un’ora l’anno soltanto?

La lettera Tony l’aveva aperta con le mani tremanti. Dalla parte del mittente c’era scritto Silvia Salati, e non Renato, come più spesso accadeva. Anzi, a pensarci bene, quella era la prima lettera di Silvia da diversi anni. Nel 1998 Silvia era una giovane donna di 19 anni. Una giovane donna di cui suo padre non sapeva praticamente niente. “Scrivo a nessuno perché per me tu sei nessuno. Se nutri ancora un solo briciolo di sentimento per noi, non ti presentare al funerale”. La botta fu pesante, anche per uno come Tony, che la sua vita se l’era scelta. Che dagli stenti ci era scappato nel solo modo che aveva conosciuto: facendo soldi, ad ogni costo. La cosa drammatica, tra il vortice di sensazioni tremende che lo avevano preso al petto, fu che Tony non aveva ancora ricevuto nessun telegramma, come in quei casi avveniva, che gli notificasse la morte di qualcuno. Quindi non sapeva ancora a chi Silvia si stesse riferendo. E in cuor suo, ma questo non l’ha detto e non lo dirà mai a nessuno finché starà su questa terra, capendo che si trattasse di qualcuno di loro tre, ed avendo per forza di cose escluso Silvia, lui sperò con tutte le forze che non si trattasse di Renato. Non sapeva come dirselo. A Maria aveva voluto bene. Erano cresciuti insieme. Sarebbe sempre stata la madre dei suoi figli. Ma Renato no. Non poteva essere. Meglio che bruciasse il mondo intero. Quando il piantone lo fece chiamare per una comunicazione urgente lui, uno come lui, si dovette fare forza per uscire dalla cella. Il telegramma diceva moglie. Non figlio. Tony in quel momento pensò a Renato, e a Silvia, e avrebbe dato la vita, per essere lui, il genitore morto. “Per Roma possiamo darle due giorni, se parte domattina” gli aveva detto il Direttore del carcere, un uomo dalla pelle trasparente, e lo sguardo fermo. Tony, che per qualche minuto si era lasciato andare su una sedia in quell’ufficio gelido, aveva rifiutato il permesso. “Rimarrò in cella a far compagnia a Giubbaro”, aveva detto al Direttore, capendo che da quel momento in poi, nel resto della sua vita, non avrebbe provato più niente.
Giubbaro era un ragazzo barese, sua moglie aveva appena partorito e a lui il permesso non glielo avevano dato. Una delle cose folli del carcere, una di una lista che non terminerà mai, è che se ti muore qualcuno ti mandano al suo funerale, ma se ti nasce un figlio devi aspettare che ti arrivi la sua foto, per vedere che faccia c’ha.

Tony, Roma, non la vedeva da ventinove anni. Perché vedere Roma non è passarci col treno mentre ti spostano di carcere, o riconoscerla nelle fiction che trasmettono nella tv della cella. Roma è starci dentro. E per Tony, Roma era Monteverde, il suo quartiere. E la cosa che lo ha stupito di più è stato vedere ancora lì le case popolari. Tutto il mondo era cambiato, Monteverde era quasi irriconoscibile: oltre via Ozanam Tony aveva lasciato una Roma deserta e in confusionaria costruzione. Ora per trovare un posto dove sputare, bisognava risalire sul treno e allontanarsi di cento chilometri. Hanno cambiato solo il colore ai muri. No, le tende, pure. Mancano quelle tende tutte diverse che penzolavano dalle finestre. Forse anche le voci sono cambiate. O se ci sono non si sentono. Troppe macchine. Il cortile è stato rimesso a posto. Il cancello suo, quello di via di Donna Olimpia sta sempre là affacciato verso quella che era la zona degli emarginati come loro, che guardavano per aria e trovavano via Fonteiana e via Ozanam che si arrampicavano dove stavano quelli coi soldi. Forse ha sbagliato a tornarci. Era meglio che rimanesse tutto com’era in testa sua. Eppure Tony dentro di sé, sente affiorare una sensazione che lo scalda, gli dà forza, come non gli capitava da anni. Sente che lui c’è arrivato, su quella salita. E che non glielo potrà togliere mai nessuno. Sente che non è rimasto dove la società voleva che rimanesse, cioè in basso a strilla’ al mercato come sua madre o ad aggiusta’ le maghine come suo zio, che l’aveva pure preso in officina, da ragazzino, dietro alla Chiesa di Regina Pacis. Il nome suo lo conoscevano tutti e lo rispettavano. S’era sposato Maria e l’aveva portata al quinto piano di un palazzo da dove si vedeva la Circonvallazione, e si vedeva via Ghisleri; e si vedevano pure gli altri ragazzi con cui era cresciuto, da lì su: erano rimasti giù, in basso, loro, a fatica’ pe’ rimediasse diecimila lire, o al massimo, a tira’ un pallone al canestro pure d’inverno, con quel prete americano a Madonna della Salette.

“Tony? Tony Salati? Che me furminasse er Demonio...” Marcello gli è apparso come in sogno, dal niente. Ogni tanto se l’era pure sognato, leggermente invecchiato, come lo vede ora. I sogni, per Tony, erano rimasti la sua unica proprietà, per tutti quegli anni. I sogni, almeno quelli, in carcere, non te li può togliere neanche il Presidente della Repubblica.

“Stacce attento, al Demonio, Draculi’, che quello sta sempre in ascolto.”
Tony e Marcello si sono stretti la mano, un po’ goffamente. Da ragazzi, pure se si vedevano tutti i giorni, non se la stringevano mai, la mano. Marcello era detto Draculino a causa dei canini aguzzi di suo fratello maggiore, che in tutta Monteverde era conosciuto come Dracula o Draculone, perché c’aveva pure un po’ il culo pesante, e al Draculino, anche se i denti ce li aveva avuti sempre piccoli come sassetti di ghiaia, gli era toccato quel soprannome. Tony e Marcello Draculino sono rimasti a guardarsi. Ventinove anni di distanza sono troppi per dirsi qualcosa. E forse Tony avrebbe preferito così, non dire nulla, ma neanche ascoltare nulla, salutarsi di nuovo e finirla lì. Così dovrebbero essere gli incontri. Guardarsi per qualche istante. Rivivere tutto senza dirsi niente. E poi dimenticarsi di nuovo. Per sempre. E invece Draculino lo invita a bere una cosa. Camminano in direzione di Villa Pamphilj. L’avevo saputo che eri uscito, gli dice Draculino, tanto per dire qualcosa e a Tony non sembra neanche che sia quello che gli vorrebbe dire. Ma capisce la sua difficoltà e risponde.
“Due anni fa m’hanno dato un permesso di lavoro, vicino a Brescia. Ora è tutto finito. Sono rimasto lì. Non si sta male”.
Il lavoro consiste nello smistare cerchioni di automobili a seconda del modello. Pezzi destinati a Torino, in Germania e a Cracovia, gli spiega. Tony le macchine le conosceva a memoria, le smontava e modificava a occhi chiusi da quando aveva quattordici anni. Infatti il Draculino fa un sorriso smorzato. E scuote la testa. Sembra strano pure a lui, quel destino. Ora solo a smistare cerchioni. Continuano a camminare, con le mani in tasca. Draculino fuma una sigaretta. Ne offe una anche a Tony. Ma Tony ha smesso. Non si ricorda più quando. O se c’era un perché. Draculino dà un colpo di tosse. Poi dice: “M’è dispiaciuto per Maria”. Tony gli dice grazie.
I due arrivano davanti alla scuola media Manzoni. Si fermano a guardarla. Sta ancora qua, pure lei, pensa Tony. Solo in quel momento, guarda attentamente l’amico. Ha un cappotto di cammello, delle scarpe abbastanza eleganti, ancora tutti i capelli, pettinati all’indietro. C’erano andati insieme, a quella scuola. Per un anno. Tony ripeteva la seconda, e Draculino, che era più piccolo, era finito in classe con lui. Quando il padre del Draculino era morto loro si erano da poco tolti il grembiule blu col fiocco bianco e s’erano ritrovati lì alle medie. Tony che un padre non ce l’aveva mai avuto, era salito in casa del Draculino, alla scala H, lì alle case popolari. Aveva salutato sua madre, suo fratello, aveva messo un braccio intorno alle spalle di Draculino e l’aveva portato nel cortile. Insieme erano andati in strada. A un certo punto Tony aveva tirato fuori una saccoccia di carta marrone, con dentro un mucchio di monete, pesanti come un sasso. L’aveva messo in mano a Draculino, quel sasso prezioso.
“Questo rimane tra noi.” Gli aveva detto.
“Adesso che fai Draculi’?”, chiede Tony quasi a voler scacciare il pensiero di quegli anni, e immaginando che anche l’amico, col naso all’insù verso la facciata della scuola Manzoni, stia pensando a quei tempi, forse proprio a quel saccoccio di monete.
“Ho preso un’edicola co’ Draculone, te lo ricordi mio fratello, sì? Poi, dieci anni fa me so’ sposato, con una ragazza moldava. Ce vogliamo bene. Ragazza, se fa pe’ di’: ora c’ha cinquant’anni pure lei. Il tempo passa.”
Non appena finisce di pronunciare quelle parole, Draculino si pente di averle dette. Tony se ne accorge dagli occhi dell’amico che si poggiano a terra. Tony però non si sente offeso. E’ contento che Draculino sia felice. Al limite, è quasi invidioso. Ma non offeso, affatto. “Il tempo passa, sì, io secondo i calcoli c’ho quasi ottant’anni”. Draculino ride, e mostra dei denti impeccabili. Tony anche ride. Ma non gli esce la risata. Non sa neanche più come si fa, a ridere. Gli anni in carcere valgono doppio. Tony lo sa e ne trova la conferma guardando quei denti. Draculino si sente osservato. Dice che in Moldavia costa niente rifarsi il sorriso. Intanto hanno ripreso a camminare e sono arrivati poco più in là, all’angolo con via di San Pancrazio. Tony guarda verso quell’insegna che dice da Italo. Se leggesse meglio, Tony s’accorgerebbe che il cartello dice un’altra cosa, ma lui preferisce leggere “da Italo”.
Con l’immaginazione entra dentro, vede i flipper, la barba nera di Italo. Sente le voci, l’odore del primo hashish. Il cuore che batte sotto la giacca piena di pacchetti di sigarette da portare fino a Trastevere. Le frenate delle prime 850 coupé o delle Fulvietta che quelli più grandi iniziavano a permettersi, mentre lui sgobbava in officina da suo zio, facendo la cresta pure sul biglietto del tram, che se lo prendevi entro le otto risparmiavi venticinque lire. E così preferiva andare a piedi, di corsa fino a Villa Sciarra, se erano passate le otto. Cinquanta lire non gliele poteva mica dare, per una corsa che ne valeva la metà. “Ti ricordi quelle monete, Draculi’?”. Certo, non se l’era scordate. “L’ho vinte là dentro...” Tony indica col mento le due vetrate che ora espongono dischi. “Co’ un ventino d’oro c’ho vinto quella cascata de monete” ha proseguito Tony, quasi risentendole tintinnare.
“Questo è stato il problema mio Draculi’... Questo è stato il problema mio...” ma il rumore dei soldi non si può spiegare a chi non l’ha sentito mai.

Draculino infatti non è sicuro di aver capito. Però non chiede niente. Un’auto intanto si avvicina a loro. Draculino è di spalle. Tony la vede, da sopra il cappotto di cammello dell’amico. Neanche con due vite in carcere avrebbe perso il suo istinto. Rimane immobile e fissa l’auto che è sicuramente diretta verso di loro. Verso di lui. Ma non lo sapeva nessuno che sarebbe passato di là, com’è possibile che qualcuno lo stia cercando? Qualcuno suona il clacson da dentro quella macchina. Draculino si gira. Tony, d’istinto, fa un passo alla sua sinistra e si nasconde dietro il corpo del vecchio amico. Draculino invece saluta con la mano aperta. Tony sospira. Dall’auto si sporge una donna coi capelli biondi. Lena questo è Tony. Tony, Lena. Tony allunga la mano nel finestrino, stando in piedi. Anche Lena ha tutti i denti apposto. “Dai, vai che tu’ moje se no t’accanna” Tony dice questa battuta, sentendo qualcosa di simile alla nostalgia. Crede.
“Te l’offro un’altra volta un bicchiere, allora”.
I due stanno qualche istante in silenzio. Tony fa per stringergli la mano. Draculino lo anticipa. Gliela blocca con tutte e due.
“Tony, non te devo insegna’ niente io. Ma non fa cazzate. Il passato è passato”, Draculino lo guarda negli occhi. Tony lo vede farsi improvvisamente serio. Quasi spaventato. Non lo ha mai sentito così distante. A cosa si riferisce? E’ questo che avrebbe voluto dirgli quando l’ha visto, giù a via di Donna Olimpia? Tony mette in moto la testa. La ruggine va via di corsa, inizia a calcolare, a soppesare le parole. Deve fingere di sapere, se vuole sapere qualcosa.
“Te preoccupi per me, Draculi’?” dice Tony, con espressione forzatamente rilassata.
“No. Certo che no, Tony. Però pure il Negro, mo’ è un altro. Lascia stare, Anto’. Lascia stare”. Tony sorride, e stavolta il sorriso gli esce. Gli occhi li sente di fuoco. Si libera la mano da quella di Marcello. Saluta Lena e aspetta che la loro auto li porti lontano da lui. Il Negro è tornato. Sta pure lui lì, nel quartiere. Tony ci aveva pensato per anni, forse finché non era morta Maria. O anche dopo. C’era un compagno di sezione che gli aveva garantito che un amico suo di Rozzano gli poteva tenere un’arma pulita, ferma, per lui. Tony poteva permettersela. Quell’arma gli sarebbe servita per il Negro. Perché per Tony era successo tutto per colpa sua. Giorgione e il gioielliere, del resto, non avevano potuto dire la loro. E Tony era sempre stato sicuro che, a sparare per primo, era stato il Negro. Giorgione non l’avrebbe fatto mai. Non perché non aveva il coraggio. Anzi, Tony neanche in carcere ha conosciuto uno con più coglioni di lui. Ma Giorgione si sarebbe buttato in un burrone se Tony gliel’avesse chiesto. E Tony gli aveva chiesto che andasse tutto liscio. Stavano nella hall di quell’albergo in via Veneto che aveva ospitato gli attori famosi. Loro tre avevano preso tre stanze diverse, sotto falsi nomi, in tre giorni diversi. Tony aveva rimediato la macchina. A modo suo. Con calma. Prima il furto. Poi il riposo. Ferruccio avrebbe manomesso il telaio, cambiato il motore, riverniciato la carrozzeria, aggiustato le ammaccature e ne avrebbe fatte di nuove, in punti diversi. E Tony sarebbe passato da lui, quasi tutte le mattine, per dargli dei consigli. Per entrare in confidenza con l’auto. E poi Tony amava la Mille e Tre GT junior.

Nella hall Tony aveva parlato con Giorgione e col Negro. Non c’era bisogno di dirsi molto. Sapevano già tutto a memoria. Deve andare tutto liscio. E poi ci fermiamo per un po’. E gli altri due avevano fatto di sì con la testa. Poi quegli spari. Tony aveva ingranato la marcia ed era andato via. Ma a Torvajanica, all’appuntamento, non si era presentato nessuno. Giorgione l’avevano trovato con quattro colpi nel torace. Quattro, come una scarica disperata, esplosa da chi è già a un passo dalla morte. Il gioielliere, oltre al foro in fronte, aveva pure un buco sulla gamba, sparato da pochi centimetri, da una pistola mai ritrovata. Tony era stato l’unico a subire il processo. Ma di certo non era un infame. E in silenzio aveva sentito, per mesi, tutte quelle storie sul suo conto. Sul conto della sua “banda”. Ma quale banda? Concorso in omicidio, tre rapine, anche un’estorsione fatta da quelli che poi avrebbero chiamato Banda della Magliana. Quella era una banda. Tony non voleva governare niente. Tony voleva solo sentire il rumore dei soldi. Del potere, non gliene era mai fregato un cazzo. Continuazione di reato. Concorso materiale. E intanto il Negro si era volatilizzato come quei quattrocentocinquantamilioni in gioielli, che avrebbero dovuto dividere in tre.

Ma ha ragione il Draculino. Il tempo è passato. O forse no. E’ passato solo per Tony. Il Draculino ha l’edicola, una donna accanto. Tony pure avrebbe potuto fare quella vita. Oggi l’officina di suo zio sarebbe sua. Silvia gli risponderebbe al telefono. E lui non sarebbe mai stato Tony Salati. No. Quel nome è l’unica cosa che l’aveva fatto sentire vivo. Più di quando era diventato padre. Più della sensazione di onnipotenza quando, dalla Costa Brava, fingeva di intravedere l’Italia, di vedere Roma, di scorgere Monteverde e di pensare che a lui non lo avrebbero preso mai. Il telefono di Tony squilla. E’ Renato.
“Tony, dove sei?”. Renato non lo chiama più papà. Ma a Tony va bene. Lo capisce. A Renato gli deve tanto.
“Ho incontrato un vecchio amico, ma adesso arrivo”.
Renato gli dice che lui ora deve riattaccare col taxi, lo ha aspettato per un po’. Renato s’è preso il taxi quando aveva vent’anni. Ora ne ha trentacinque. Tony aveva fatto in tempo a nascondere dei soldi. Renato con la sua ragazza di allora era andato in vacanza a Barcellona. Una città che per lui era un girone dell’inferno. Ma si voleva prendere il taxi e fare una famiglia. Lì c’era uno che aveva dei soldi su un conto. I soldi non erano tanti, perché quel Saverio ne aveva usati un bel po’. Stava negli accordi. Non così tanti, ma stava negli accordi. E Renato comunque non avrebbe saputo fare diversamente. S’era preso i soldi, era tornato a Roma, e con quelli aveva pagato un quarto della licenza. Questa per Tony, come genitore, era l’unica cosa di cui andava minimamente fiero.
“E comunque, Tony, Silvia ha detto che... non si può fare”.
A Tony quelle parole arrivano dritte nel cervello. Gli sembra che non passino neanche per il telefono, per il suo orecchio. Dritte nel cervello. Chiede a suo figlio se può ripetere. Ma la cosa non cambia. Silvia ha detto che non si può fare. Punto. Tony non sa più che dire. Ma la capisce. Anzi, si sarebbe stupito del contrario.
“Te l’avrei detto di persona, se tu fossi arrivato in tempo”.
Tony si scusa. Renato ha ragione. Renato lo prega di non chiamarla. Lo farà lui domani. E dopo domani. E i giorni a seguire, se sarà necessario.
“Ma come sta?” chiede Tony che è rimasto fermo lì dove l’ha lasciato il Draculino, con intorno a sé il suo passato ormai così diverso.
“Sta bene. Pure la bambina”.
Tony sente che qualcosa lo ha improvvisamente punto nel petto.
“E’ una bambina?” chiede a Renato.
“Sì, si chiamerà Maria”.
Tony sente quel nome risuonargli in testa. Gli sembra che se alzasse gli occhi al cielo lo vedrebbe scritto tra le nuvole. Rimane un po’ in silenzio. Dalla tasca della giacca estrae una foto. E’ un po’ logora, con delle pieghette verticali. Ma tenuta dentro una plastichina trasparente. Ritrae il volto di una bambina di circa dieci anni. Tony se la ricorda così sua figlia. Ne ha viste di foto più recenti, ma per lui, Silvia, è rimasta quella. E ora sta per diventare una madre.
“Tony, ti devo lasciare. Ricordati, non la chiamare. Lascia fare a me.”
Tony gira la foto. C’è una scritta scolorita e un numero di telefono scritto a penna, sotto altri numeri di telefono cancellati con una riga. La scritta, fino a non molto tempo fa, era ancora vagamente leggibile. Tony per un po’ si è ricordato cosa dicesse. Ora s’intravede solo la parte finale di papà, ma appena percettibile. Il numero è quello di Silvia.
“Rena’, ma tu pensi che...” Tony non riesce a finire la domanda. Renato, a metà di quel silenzio, sospira nella cornetta. Poi dice “Papà...” papà, ha detto. “Papà, non lo so. Come faccio a saperlo? Ma devi aspettare. Devi aspettare. Devi lasciare fare a me e devi aspettare tu, stavolta. Non sai quanto ti abbiamo aspettato noi.” Il colpo al petto è durissimo. Chissà da quanto avrebbe voluto dirglielo, Renato. Quanto lo avevano aspettato? Tony non riesce a dire niente. Gli viene in mente la faccia del Negro. Vorrebbe trovarselo davanti e farlo a pezzi e finire di marcire dentro, ancora dentro, che tanto fuori uno come lui, ormai, non sa che fare.
“E comunque...” riprende Renato, destandolo dai suoi incubi. “E comunque, inizia ad allenarti, perché pure io e Samira siamo in attesa”.

Tony si sposta fino a piazza Ottavilla. C’è il bar dove lui passava prima di attaccare in officina e una volta finito il lavoro. E’ ancora uguale. Di tempo, forse, non ne è passato così tanto. Lì Tony ci vedeva le famiglie quelle coi vestiti buoni. Facevano colazione coi cornetti con la crema, bevendo il cappuccino. Tony entrava. Salutava quel donnone della signora Marisa sfilandosi il berretto, se ce l’aveva. Si metteva a guardare per un po’. Gli altri bambini. I cornetti nella vetrina. Le monete che passavano di mano in mano. Lui però guardava soltanto. E poi andava via. Tranne la domenica.
La domenica lui il cornetto se lo prendeva. Tony ora entra nel bar. Guarda la cassiera. E’ giovane e magra. Non può essere la figlia della signora Marisa. Sarebbe più rotonda, di sicuro. O forse sì, chissà. Tony si avvicina al piccolo bancone con la vetrata trasparente. Gli sembra bassissimo. Eppure, un tempo, gli pareva irraggiungibile, come ogni cosa per cui bisognasse tirare fuori dei soldi. C’è’ rimasto solo un cornetto. Del resto, a quell’ora. Tony lo indica al ragazzo di colore che sta dietro al bancone. Quello gli sorride frettolosamente. Tony paga. Si sposta verso l’angoletto, dove ci sono ancora i due tavolini, che erano sempre pieni. Ora però non c’è nessuno.
Tony si siede. Per un attimo ripensa al Negro. A Lena, la moglie moldava del Draculino. Al viso di Silvia da bambina, nella foto.
Ma forse ha ragione Renato.

Tony si mette a mangiare il cornetto. Senza fretta. E inizia ad aspettare.

 

Lorenzo Iervolino

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