- Ma sciacquatemi le palle!!! - urlava, con baldanzoso impeto, tutte le mattine, dall’alto del suo balconcino al terzo piano, Don Erminio, ancora con la scuffia in testa, ma già con la giacca a doppio petto a righe gialle e azzurre fitte fitte.
Era l’alba; ed era così, di solito, che cominciava la giornata al caseggiato, lì a via Cartella, e, quella mattina in particolare, se ricordo bene, in giro, per l’aria, c’erano le farfalle, molte, sia bianche che colorate, che potrebbe volere dire che era primavera. Non ci giurerei, ovvio, perché avevo quattro anni, ed anche perché quando uno racconta può essere sicuro di una sola verità: che sta raccontando.
Comunque, mettiamo, io avevo quattro anni, e mio padre, mio padre, boh!, era più grande. Dormivamo tutti dentro una stanza, e quindi io lo vedevo, e lo vidi pure quella mattina: lui si alzò dal letto, e, come da protocollo, giù a venti di pancia, che gli gonfiavano i pantaloni del pigiama, che io lo vedevo proprio il pigiama che si gonfiava di quei venti, venti che ti addensavano le nubi, quei venti Cecias in cui Erasmo ci vedeva un segno del male, segno che era uno che protendeva al cattivo umore, e a cagare aceto. Insomma mio padre, si alzò quella mattina come tutte, sfogando di culo. Quindi se lo grattò, penso scavando bene con il dito e facendo un gioco tutto suo con l’elastico dei mutandoni, un dolore, una fatica, un ingegno della mano e dell’intelletto, che valeva già per una mezza giornata di lavoro, e io lì a pensare che la vita dei grandi, di noi povere bestie di uomini, è troppo difficile, e tutta sofferenza, e lo diventa sempre di più, per via del cattivo umore che fa cagare aceto a tutti, come a Erasmo, e vedere il segno del male perfino nel vento, nelle nubi, nelle scoregge di mio padre, nella loro puzza e, quindi, su tutto questo, a occultare, ci mettono il mutandone; e facevano bene i padri dei padri, invece, a fargli un tempio alla puzza (stava dalle parti di piazza Vittorio), e andare in giro in tunica, o in martingale, se avete presente cosa era il celebre ponte levatoio per il culo, per spuzzare e cagare ad agio, e, siccome una vita va costruita su una salda roccia e non sulla sabbia, al bisogno, anche per farsi impalare per le fondamenta. E invece noi, noi povere bestie, abbiamo la mutanda, che chi l’ha inventata certo non ha trascurato di mostrarsi inumano: la mutanda, e, più che mai, i mutandoni del mio povero papà, che erano quei mutandoni giropanza con lo spacco a sinistra per delle emergenze che, a tutt’oggi, mi rimangono inimmaginabili. Comunque mio padre, alzatosi, spuzzatosi, nettatosi a dito, si recava alla finestra, apriva le imposte facendo entrare il sole franco, tutto oro, nella stanza, si affacciava e, insieme a tanti altri vicini della comitava del mattino, attaccava ad urlare anche lui.
- A brutto stronzo! - gridava mio padre.
Quello era il segnale, per mia madre, che era giunto il momento di svegliarsi, sbadiglio e bestemmia, e di venirmi a tirare fuori dal letto. Poi la mamma preparava la colazione nella cucina, che era una stanza quadrata con i fornelli, il lavabo, il frigo e un tavolino dove mangiavamo.
A casa, oltre quella stanza e quella da letto, c’era anche un bagno, la qualcosa, secondo mio padre, era una via di mezzo tra una gran comodità e un male, oppure era un gran male perché era una grande comodità, o una comodità perché il male è comodo, comodo, diceva, e facile a farsi: il male puoi farlo a tutti, il bene solo a chi sta male, dal che si può evincere una sua certa supremazia metafisica. E poi questo fatto del bagno, ecco, lui da piccolo viveva in campagna, non lontano da Roma, e a casa sua la cantera non c’era, e pisciare e cagare non era comodo, questo era certo, ma come era certo, però, che fare i propri bisogni dentro casa non è igienico, né per il corpo né per il carattere.
- Ma questa è la modernità! - diceva, scrollando le spalle con insistenza, come un attore di varietà, un attore comico.
Ma a mio padre, il fatto di fare ridere, che quando parlava sembrava un attore di varietà, non toglieva niente: mio padre era bello, e bello di bellezza carnazzosa, dico petto largo, lombo tosto, pancia forte, faccia negra e schietta e greca, barba e capello liscio e scuro, e (dormivamo tutti insieme) maschio dove si è più maschi. E sarà pure vero come canta l’ecclesiaste che tutto è fumo,
ma faremo l’eccezione per mio padre che, dietro il grosso volume di quel fumo, di quella illusione, di quello specchietto per le allodole, c’era la sostanza della passione più sfrenata: mio padre era un porco, e talmente porco che io, diciamo almeno dai quattro anni in poi, ho sempre dovuto penare, nel mio lettuccio, per quella santa della mia mamma, spalmata tutte le notti, senza saltarne una, sotto il papà, violentata in tutte le maniere, a quattro di bastoni come in una figura araldica, a gambe levate (due torri in cima alla collina), da dietro (il cammello nella notte), violentata, con lei che urlava, che le si levava via la testa: parole irrepetibili.
Il babbo ci dava giù, mi è testimone la santa mamma. E non solo lei. Anzi, lo sapevano tutti. Tutti, e questo mi rendeva anche molto popolare presso gli altri bimbi del condominio che ci vedevamo nel grosso atrio del caseggiato con la palma, il grande ananasso, la coda della balena catturata dalla ciurma dei reietti, i fratelli Babbini, l’indiano Renato Teorli, il piccolo Pareso, e non so chi altri. Quando, specie la primavera e l’estate, avevamo finito i giochi, e la noia ci prendeva alla gola, vedere mio padre, vederlo tornare troppo presto dal lavoro, di nascosto, camminando rasente i muri, era la manna; perché noi ragazzini lo seguivamo per vedere, dico a esempio, se andava a trovare la Signora Culicchi, che era la parrucchiera all’angolo. I loro incontri avvenivano il primo pomeriggio, e noi potevamo seguirli in tutta tranquillità, perché la Culicchi abitava al seminterrato e noi potevamo sbirciare nelle finestre e, dietro le finestre, la parrucchiera si metteva nuda su un letto e allargava la cosce e poi si metteva a ridere. Non so di che, ma, comunque, mio padre faceva il sorriso di Clarke Gable, si levava la camicia, rimaneva nella canotta, braccioni e gran petto orlati dalle bretelle, si sfilava i pantaloni, e, a dimostrazione che quello spacco laterale non serviva proprio a nulla, pure la sacrificanda mutanda, e appena se l’era tolta la Culicchi non rideva più, per niente, e allora papà in due zompi le era sopra. E se la scopava, in canottiera e calzettoni.
E, insomma, la verità è che io ero molto popolare grazie a mio padre, perché mio padre era l’eroe di noi ragazzini.
Per dire, quando facevamo la riunione segreta, che era quando ci nascondevamo nelle cantine per giocare alla cospirazione, alle spie, e, alla fin fine, per menarci di brutto senza che nessuna mamma scendesse giù a dividerci, a regazzì, oppure e meglio, a ‘gnoranti, oppure a disgraiti, oppure, a Carmé, ‘o vedi tu fio sta fa un bucio tanto ar mio, e Carmela, allora, per quell’innato senso di giustizia che ha un popolo che si è inventato il diritto, e dura legge ma legge, Carmela, ovvio, rispondeva, e menelo a quer fio de ‘na mignotta, che sarvando la madre che sarebbi io, antro nun è, per continuare con alcuni consigli su come più efficacemente malmenare il monello e finire con la classica invocazione all’autorità paterna, menaje quanto e come te pia, che quanno aritorna er padre je ripassa puro la lizzione a quer fetente; insomma, quando per evitare questo strazio, ci andavamo a nascondere nelle cantine, dopo avere giocato alle spie, all’agguato, e via dicendo fino al nascondino, scattava il momento della mutanda: ci spogliavamo, facevamo il sorriso, e gettavamo, col gesto maschio, le mutande, tanto più che, bisogna dire, nella banda c’erano spesso anche delle bambine, che, allora, si mettevano a gridare e urlare e scappavano via senza fare la Culicchi. Purtroppo.
Il meglio di mio padre, però, io me lo tenevo tutto per me, ed era quando d’estate non si andava a scuola e mi portava con sé sul furgone.
Mio padre lavorava con un furgone, un attrezzo bianco, tutto rotto e scalcagnato, che puzzava e faceva fumo e vento come si muoveva. Non so di preciso che lavoro fosse il suo. Nessuno lo sapeva, che è un modo velato, per dire che tutti sapevano che mio padre era un poco di buono, uno smanicato, uno che era uscito fuori dal giusto binario, un ladro o qualcosa del genere. Pura a casa lo dicevano tutti, mio nonno e mia nonna, che gli aveva pure rovinato una figlia, e pure mia zia, che era un delinquente, un criminale, un bastardo. E pure un porco, cosa che doveva sapere pure di preciso, che me la ricordo bene zia, bella coma la mamma, ma con due chili di sise in più, che se le faceva toccare almeno un paio di domeniche al mese, e alle feste comandate, da papà, dopo pranzo, con nonno e nonna che dormivano, e la mamma che faceva giocare me e i cugini, o, se andava di lusso, si spalmava davanti al televisore, e mia zia diceva che avrebbe rigovernato la cucina e, mentre lei rigovernava la cucina, mi padre rigovernava lei; e ci fu pure una volta che vidi il tutto con questi due occhi, una sera di natale, mentre tutti aspettavano in camera da pranzo, e mio padre non si vedeva, e mia zia cucinava, e tutti erano arrabbiati con mio padre, ed erano nervosi pure per via della fame, ma cercavano di darsi un contegno e, a un certo punto mi dissero di andare a vedere se si vedeva mio padre e, se non si vedeva, di dire a mia zia di cucinare comunque, e così io andai alla finestra, e poi scesi in cortile, ma mio padre niente,e allora salii in cucina per dire a zia di cucinare,e, sorpresa, avevo trovato tutto, proprio tutto, il vassoio di calamari già cotto e fatto, e sopra il vassoio zia a pecora, e sopra zia a pecora mio padre a montone, con zia che poggiava le tettone sulla frittura di calamari, e papà, che, alla fine, ci mise il condimento sopra. Io, quella sera, proprio non ce la feci a mangiare e allora mi sgridarono e mi diedero del capriccioso e poi, visto che non volevo sentire ragioni, mi punirono anche, ma io feci pippa e sdegnato mi rinchiusi in un omertoso e maschio silenzio.
Il giorno dopo il babbo, oltre al regalo, mi diede un bacio e mi sussurrò all’orecchio.
- Hai le palle! - mi disse. Sapeva come comprarsi la gente, il babbo.
E insomma il furgone, che era il meglio, perché quando papà andava in furgone tutti lo salutavano e lui rispondeva dal finestrino. Ogni tanto si fermava ed entrava in un negozio o in un portone. Forse consegnava delle cose. Io stavo buono nel furgone a guardare i fumetti che mi comprava. Talvolta i fumetti mi venivano a noia anche perché non sapevo leggere e a dovermele inventare sempre io le storie un po’ mi rompevo. Allora mi mettevo al volante, e facevo finta di guidare. Oppure, se ne trovavo qualcuna, provavo a fumare una sigaretta, o a vedere dov’è che nascondesse la bottiglia col liquore, perché avevo sentito dire da mia madre che non faceva altro, non solo non lavorava, non solo stava più dentro che fuori, non solo lo metteva nel primo buco che gli capitava, ma ci aveva anche il vizio di bere, al che mio padre le diceva sempre che beveva per dimenticare.
- Ma cosa? - gli chiedeva la mamma.
- Che bevo!
E pure mia madre si metteva a ridere. E io allora a cercare paglie e liquore, e se avessi potuto, già una donna, come mio padre, o come il poeta che aveva tutto questo per santa trinità: mo’ non ricordo il nome. E magari avessi potuto sfogare a tabacco e venere, perché l’avrei combinata meno grave certe volte, come quando per noia, cercavo di mandare a fuoco il furgone con l’accendino del cruscotto, o come quando lo misi in moto, che andò che papà era sceso al volo e, forse pensava di sbrigarsela in fretta, aveva lasciato il furgone in moto, e allora io tolsi via il freno a mano e mi misi ad armeggiare con i pedali sotto il volante, andando a caso, ma con forza e determinazione, finché non trovai quello giusto e, quindi, via col tango, il furgone prese il fugone.
- Fermo, fermo!!! - gridava la gente, rincorrendomi.
- Porcozzio! Porcozzio! - gridava mio padre, rincorrendo pure lui.
E fortuna che era forte come un toro, e riuscì a raggiungere il furgone e a saltarci su come fosse un cavallo imbizzarrito, e a infilarsi nello sportello. Mi scaraventò con una bracciata sul sedile dell’ospite, riprese in mano la situazione, frenò e scese giù, con tutta la gente che gli faceva capannello, e si congratulava con lui per la prestazione dovuta alla prestanza del fisico possente, e poi, come a dare la rifinitura allo spettacolo, mi prese e mi sculacciò davanti a tutti, e tutti ad annuire, così si fa il padre, e io ero molto orgoglioso di lui. Avevo il cuore gonfio d’amore. Anche se mi aveva rovinato il culo a schiaffi, avevo il cuore gonfio d’amore per lui. E non solo io, chissà quante donne, mia madre, mia zia, la Culicchi, e certe ragazzette che gli ronzavano attorno quando andava a bere e a giocare a carte giù all’incannucciata di via Ottoboni; e poi la mia maestra dell’asilo, o delle elementari, o tutt’e due, e perfino la signora Colaianni, moglie del maresciallo Ernesto Colaianni, una donna bella abbondante, un poco di pancia, forse con problemi di digestione e, infatti, a fine della settimana, il marito all’oscuro, magari di servizio, lasciava la caserma giù a Pietralata, dove stava il marito, con la scusa della devozione per la chiesa e si tirava via qualche giovane collega o i ruspanti di leva, tutte le domeniche, che, al vero, invece della santa messa preferiva il giovane pieno di energia e umidi umori, e lo portava al cinema, dove sistemava col ragazzo i suoi problemi digestivi, lì al buio a succhiargli l’anima, i suoi sughi, e a lungo, e pienamente, certe bevute, perché longua potatio evacuat cyphos, che sarebbe a dire che la scienza medica da sempre sa come bere faccia bene agli intestini, e infatti la signora si faceva queste cure termali, cambiava uno o due militi a settimana, ma per mio padre, che era tutto il contrario del milite, fece l’eccezione, e dicono che se ne innamorò fino a impazzire, e che quando successe quello che successe, si straziò proprio: quante, quante povere e sante donne dovevano avere avuto il cuore gonfio d’amore per lui, e, sempre per lui, il culo a pezzi: per mio padre, che tutte le mattine si levava dal letto scoreggiando e, avvolto nel manto nero dei suoi venti, sicuro simbolo di male, andava in giro a fare il suo porco comodo, cioè il male.
Quella mattina, quando io avevo quattro anni, e mi ricordo questo particolare delle farfalle e della primavera, tutto iniziò come doveva iniziare.
- Sciacquatemi le palle!!! - urlava Don Erminio, e allora mio padre gli rispose, si svegliò mia madre, io feci colazione, babbo al lavoro, io di corsa a scuola o dagli amichetti.
Quella mattina, mi ci ero proprio svegliato che ce l’avevo qui in testa, che avevo una gran bella pensata, un tarlo che mi rodeva da un po’, e che quel giorno, con i soliti cari sodali, Teorli, i Babbini, Pareso, avrebbe imboccato la via della realizzazione. Quel giorno, che me lo ricordo con le farfalle, la primavera, e un sole che spaccava le pietre, anche se tutto aveva avuto inizio prima nella mia testa, giorni prima, anzi una sera, una sera che mamma era andata a fare le iniezioni a pagamento non so dove, e papà aveva fatto entrare in casa Maurizio.
Maurizio lo chiamavo io così per rispetto, ma nel quartiere tutti lo conoscevano come il Topo.
Mamma non voleva che entrasse a casa e, per questo, nel vederlo da noi, io mi incuriosii molto e appizzai bene le orecchie mentre i due presero a parlare fitto fitto.
Non capii quasi nulla di quello che dissero, ma un’immagine, in mezzo alla nube di parole che alzarono, mi si impresse chiara: si trattava di un tombino nel cortile del palazzo in cui i due volevano entrare. Io il tombino lo conoscevo bene perché, con gli amici, ci giocavamo spesso attorno a campana, e siccome il Topo e papà parlavano fitto fitto, sospirando, di quel tombino, sbavandoci sopra, e dicevano di doverci entrare, che lui, il Topo, sapeva la strada, gli avevano procurato la mappa, la questione era rinchiusa in una solida e invincibile botte di ferro, sei sicuro a To’?, gli diceva papà, stai tranquillo, gli rispondeva quello, e mio padre, e nun lo sai che fine a fatto Tranquillo!, ma poi Topo sembrò spuntarla, e mio padre disse che ci stava, e se ci stava lui, capirai io, che a sentire parlare di quell’isola del tesoro, via tombino, con la mappa, già non ci capivo più niente, e così, appena potei, appena trovai gli altri bimbi nel cortile e gli descrissi bene il piano, il più era fatto.
Avremmo aspettato il giorno dopo, che sarebbe, per intenderci, quello con le farfalle. Il piano: avremmo aspettato che le mamme uscissero a fare le spese e i babbi andassero a lavoro, e che, al dunque, il condominio fosse vuoto a sufficienza.
E così andò. Ci svegliammo, facemmo tutte le cose che uno fa di solito, e poi, quando fummo sicuri che nessuno ci poteva vedere, ce la svignammo dal caseggiato di via Cartella e via di filato in quello nuovo di via Caneva, dove stava il tombino. E così ci mettemmo di buona lena a cercar di sollevarlo, come fare e come non fare, finché, siccome i desideri finisco sempre, purtroppo, per essere realizzati, qualcuno di noi non trovò il modo di far leva sul coso e di sollevarlo e, allora, entrammo, ma, non so che impiccio capitò, l’ultimo ad entrare si ritrovò con il coperchio che gli sbatteva sulla testa e si incastrava nel tombino, e ci seppelliva.
Seppelliti, lo pensammo tutti: seppelliti e morti.
Non so, ora, se a levarci dall’impaccio sarebbe bastato il semplice far leva sulla botola, ma di fatto, venimmo presi dalla paura vera e ci demmo per spacciati. Anche l’ultimo scese dalla scaletta e cominciammo a camminare per un cunicolo. Mi sembrava tutto un grosso incubo. Cosa mai diavolo mio padre ci trovava di tanto bello nello scendere qui sotto? Era forse diventato imbecille mio padre? Era tutta colpa del Topo. Aveva ragione mia madre. Non avrei mai più dato torto a mia madre in nulla, se mi fossi salvato.
Camminando ci ritrovammo verso una specie di ruscello puzzolente. Chissà se qualcuno me ne aveva già parlato, o se è una cosa che portiamo dentro, ma ebbi netta la sensazione che quello fosse l’inferno. Uno di noi, forse uno dei Babbini, si mise a piangere e poi tutti ci mettemmo a piangere. Io mi sentivo i topi addosso, e, poi, infatti, un grosso topo nero squittì verso noi. Mi vidi morto. Cominciammo a correre come i matti, e quello appresso, mentre pensavo, mentre tutti pensavamo, che questo sorcio ci avrebbe raggiunti, che questa sorca avrebbe fatto i suoi porci comodi su di noi, zoccola schifosa, nera e fetente e melmosa a levarsi via l’angoscia rosicchiando le nostre ossa, e a pisciare e cacare nelle nostre viscere, nelle nostre povere anime di bambini: che morte terribile!
Mi sa che sono svenuto. Mi sa che ho vomitato. Mi sa che ho pianto come un pazzo ed ero un disperato quando quello in divisa ci ha ripescato lì sotto e ci ha portato fuori.
Mica mi ricordo tanto di più. Né io né gli altri quando ci è capitato di riparlarne, il che deve essere avvenuto una volta, e fu pure troppo. La paura. Solo la paura ricordo, e poi il poliziotto che ci salva, e mia madre che piange, e tutte le madri che piangono, e che poi ci presero e ci schiaffeggiarono, ma nessuno se ne lamentò, quelli erano schiaffi santi, sacri, felici, da farsene dare due milioni di milioni. E poi, per fare il bello in mezzo a quelle femmine, tutto fiero, in divisa, il salvatore, il poliziotto, che era il maresciallo Ernesto Colaianni, quello che portava le corna da mio padre, pure ci sgridò, e ci disse che la prossima volta ci avrebbe messo in prigione, e che se non era per Don Erminio che ci aveva visto dalla finestra ora eravamo morti.
Poi il tipo si rivolse proprio a me, come se già sapesse tutto, e mi chiese come ci era venuta in mente una cosa simile.
- Come vi è venuta in mente una cosa simile? - mi disse.
E io ovvio, pensai, questo vuole parlare con me, questo già sa tutto, e poi mia madre mi guardava, e io, io ero uno con le palle, eppure spiattellai tutto, questa è la verità: dissi di papà e del Topo, e tutto quanto, proprio tutto, un fiume in piena, con mia madre che impallidiva, e si mordeva il labbro, e più faceva così io più mi agitavo, e non ci capivo niente, e parlavo a ruota libera, di papà con la Culicchi e con zia, e tutti a ridere, e del Topo che aveva la mappa, e tutti a ridere pure su quello, finché il maresciallo Colaianni, divenuto serio, serissimo, non disse a tutti di stare zitti, di circolare, e poi mi ringraziò molto, mi disse di non fare più stupidaggini del genere, guardò mia madre alzando le spalle, come a dire che gli dispiaceva, e poi se ne andò via, con il sorriso in faccia, cattivo, da cornuto; ed era da capirsi, perché, quel giorno, si sarebbe tolto tante soddisfazioni; si sarebbe tolto le corna; si sarebbe tolto di torno un nemico di quella legge che egli rappresentava; e ci avrebbe fatto, in generale una bella figura con tanto, magari, di avanzamento di carriera e gloria e lustrini conficcati in petto.
A mezzanotte di quel giorno, dopo che al mattino don Erminio aveva urlato, e poi le farfalle e la primavera, e poi il tombino, e poi la paura; a mezzanotte di quel giorno, infatti, eccoti il Colaianni che pure lui segue la via del tombino, con due o tre colleghi giovani, che lo ubbidivano e servivano fedelmente, a lui e signora; eccolo che Colaianni e subordinati prendono il tombino, perché sanno tutto, e stanno seguendo sul tracciato di una fitta rete di canali che menano dritti dritti al cassafortone di San Silvestro e ai suoi tesori, mio padre, e il Topo, al secolo Maurizio Fanti, con i signori Gianni Rei e Filippo Porcari.
Ci misero due salti, i poliziotti, a raggiungere i poveri disgraziati; prima di tutto il Rei e il Porcari che si erano fermati a perdere tempo per non si sa che lite, a pochi chilometri dal tombino condominiale e che, a vedersi le pistole premute contro il naso per tanto poco, confessarono subito, con solerzia. Mio padre e il Topo erano molto avanti, quasi a San Silvestro, ma i poliziotti avevano le mappe anche migliori, sapevano dove andare, e, insomma, ci misero quello che misero, cioè niente, ad acciuffarli, con la solita sceneggiata, in alto le mani e via dicendo, delle pistole parate in faccia.
- Fermi, posate tutto!
E forse uno dei poliziotti, o il cornuto in persona, tutto preso dalla parte, disse pure, di gettare le armi a terra.
- Gettate le armi a terra, siete agli arresti!
E il Topo, che non aveva nessuna arma da gettare a terra, gli venne pure da ridere, una risata di gola e di naso, che pure gli altri poliziotti, a sentirlo sganasciare a quella maniera, si misero a ridere, con Colaianni che si arrabbiava sempre di più, e allora il Topo sempre più a ridere, nun se ‘ncazzì dotto’, n’amo fatto gnente de male, e tutti a ridere, e Colaianni sempre più nero, che uno nun po’ manco fasse un giro se je rode metti co’ a moje?, e tutti a ridere, a te nun te rode mai co’ tu moje? .
E tutti a ridere, insomma, manco fosse una festa. E poi, dicono che la cosa andò così, che mio padre pensò di approfittare della situazione, di tutte quelle risate, e allora si gettò su Colaianni, il cornuto, e lo scalzò, cercò di buttarlo a dietro, ma quello sarà stato cornuto, ma non cadde, anzi si girò, e mentre tutti ridevano, tirò un colpo sulla nuca, a papà: un buco, dicono, grosso come una moneta.
Piangemmo tutti. Questo va detto. Magari non Colaianni, ma tutto il resto del quartiere sì. E ci pareva a tutti impossibile. Ma a mio padre niente era impossibile, e infatti, fu proprio così che andarono le cose quel giorno, che io avevo quattro anni, e doveva essere un giorno di primavera, e mio padre fece quello che fece, l’ultima impresa sua, e io ancora a pensarci, certe volte, e sempre con il cuore gonfio d’amore.
Pier Paolo Di Mino



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