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Nomi, cose e città - Roberto Mandracchia

Mino non sente ‘capi di stato’, non sente ‘stadio Carlini’, non sente ‘concerto di Manu Chao’. Ha acceso la radio perché fa parte del rituale di ogni mattina, come il caffè con un cucchiaino di dolcificante e il guardare la data sul calendario e il rasoio elettrico sulle guance sempre glabre, ed è rimasta accesa senza che lui se ne accorgesse.

Mino non sente ‘Genova’, non sente ‘zona rossa’, non sente ‘oggi’. Ha smesso di portare l’apparecchio acustico quando sua moglie Erminia è morta perché diceva a Marco, suo figlio, e a Lucia, sua nuora, che non c’era più nulla per cui valesse la pena sopportare l’inferno invasivo di quell’apparecchio zeppo di fruscii e suoni amplificati. Forse il nipotino - il primo nipotino - che stava per nascere lo avrebbe spinto a rimettersi la protesi acustica, ma prima c’era una questione da risolvere. Quella questione del nome su cui non poteva transigere. Mino, mentre con l’artrosi delle dita sistema il nodo della cravatta, non smette di controllare e ricontrollare la data di quel giorno (20 LUGLIO; S. ELIA PROFETA, S. MARGHERITA; LUNA NUOVA) sul calendario di ‘Frate Indovino’ appeso al muro perché è il giorno in cui aveva stabilito di andare dal prete della parrocchia di famiglia; per discutere sulla questione del nome. Si guarda allo specchio: cravatta, camicia a mezze maniche, pantaloni e cappello di lino: la classica tenuta contro il caldo viscoso della città ligure. Prima di uscire, prende il bastone da passeggio e bacia la foto di Erminia incorniciata da piccole conchiglie e maccheroncini colorati con la tempera dorata da Marco, quando era bambino, in occasione di una festa della mamma, e adesso lo stesso Marco, divenuto adulto e vaccinato e sposato, stava infliggendo loro - sì, anche a Erminia; anche se stava in cielo - quell’offensiva coltellata. Mino riesce a trattenere le lacrime, ma non una smorfia di disgusto. Poi esce e come sempre chiude la porta con tre mandate e un augurio. La radio, dentro casa, nel salotto deserto, blatera di ‘scontri’, di ‘Black Bloc’, di ‘blindati e camionette’.

La questione del nome era iniziata mesi prima, quando la testa di uno degli spermatozoi di Marco era riuscito a perforare l’ovulo di Lucia e quando un’ecografia aveva certificato come maschile il sesso del nascituro, per arrivare fino a quel pomeriggio di luglio in cui Mino percorre le strette vie di Genova dirigendosi verso la chiesa e rimuginando sulla ferma decisione del figlio e della nuora di non dare al bambino il suo nome, Settimino, ma un nome moderno. Una coltellata. Nelle ultime settimane Marco, prendendolo in giro, ripeteva che lo avrebbe chiamato Settimino soltanto se fosse nato al settimo mese di gravidanza; il padre, intanto, aveva minacciato di diseredarlo. Coltellate su coltellate. Una festa che si tramutava in carneficina. Mino vede una vetrina infranta, e continua a camminare. Mino aveva telefonato alla sorella giù in Sicilia per renderla partecipe della folle determinazione della coppia; la sorella gli aveva detto - e ripetuto altre due volte, dal momento che Mino non sentiva bene - che stava esagerando. Altre coltellate. Mino vede un cassonetto in fiamme, e continua a camminare. Il dissidio anagrafico aveva finito per insediarsi nella sua mente, impedendogli di dormire sereno e di rispondere con cordialità al figlio. Mino vede un altro cassonetto in fiamme, e continua a camminare. Adesso sa quale può essere la carta giusta da giocare: la buona parola del prete di famiglia: chi guida un’intera comunità può tutto, anche far rinsavire un figlio che sbaglia. Lungo via Tolemaide i lacrimogeni sono un tutt’uno coi manganelli. Ma questo Mino non lo può sapere. Settimino era il nome di suo nonno e il nome del nonno di suo nonno e non riusciva a capacitarsi che proprio con suo nipote quella secolare e rassicurante e giusta catena nominativa rischiava di spezzarsi; così come una mattina si era spezzato il respiro della sua Erminia. Risuonano boati - i boati della folla, dei manganelli sbattuti contro gli scudi, delle bombe carta -, ma Mino non li sente. Arriva in vista del portone della chiesa e il portone è chiuso. Un ragazzo lascia sull’asfalto un estintore; un fuoristrada passa due volte sul suo corpo. Ma questo Mino non lo può sapere. Arranca su per le scale della chiesa e bussa battendo il bastone contro il legno massiccio del portone. Ed è così facile cambiare i nomi: anche con una semplice bomboletta spray, una piazza, da Gaetano Alimonda, cardinale e arcivescovo, può diventare Carlo Giuliani, ragazzo. Ma questo Mino non lo può sapere.

Roberto Mandracchia

[Questo racconto è uscito - con le illustrazioni di Margherita Tramutoli - nel secondo numero di ANTIFA!nzine, la rivista a fumetti auto-prodotta da Corto Comix].

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Luca Moretti

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