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Home Racconti Ci siamo voluti bene - B. S. Torchia, illustrazioni di V. Leffe

Ci siamo voluti bene - B. S. Torchia, illustrazioni di V. Leffe

Eravamo in tre, stretti nella sua macchina rossa diretti a Bari. Abbiamo traghettato dormendo sul ponte. Sbarcati nel Peloponneso, iniziavamo già sporchi del catrame che sbuffava la nave.

Abbiamo percorso centinaia di chilometri; un giro disordinato fino alle torri di Istanbul, fino a Petra, Troia e più oltre per tuffarci nelle pozze di argilla. Sempre in campeggi diversi. Giravamo lungo le strade deserte e sterrate. Ogni tanto la polizia chiedeva documenti e spiegazioni. Toccati i confini estremi della cartina, siamo tornati indietro per imbracarci ad Atene ed approdare a Zante. Il richiamo del mare era inesorabile e noi obbedivamo.

Nessuno di noi lavorava seriamente. Avevamo un sacco di tempo e ancora qualche soldo in tasca. Volevamo andare al mare e bagnarci nello Ionio. Mico era appassionato di pesca subacquea in apnea. Senza bombole. Era allenato. Tancredi anche. Eravamo abituati. Ci piaceva stare insieme.

Studiamo la mappa dei fondali, gli spazi, le distanze.

La sera prendiamo accordi con i pescatori.

Il giorno dopo, alle cinque di mattina, quando arriviamo al porto, la giornata ha odore di nuovo. Ci imbrachiamo insieme alle reti vuote. Saliamo e salpiamo.

Ci accompagnano al punto concordato.

Di fronte, a nuoto, avremmo raggiunto una lingua di sabbia, un’isoletta poco più grande di uno scoglio dove ci sarebbero venuti a riprendere a fine giornata. Se ci fossimo stancati prima, lì ci avrebbero lasciato asciugamani, acqua, vestiti e frutta. Ringraziamo. Misuriamo in bracciate il tratto di mare. Eravamo allenati. Avevamo sei polmoni giovani e capienti. Per noi andava bene.

Ci caliamo in acqua dopo aver infilato le mute. Ci fasciavano dalle caviglie ai polsi. Maschere  e boccagli a posto. Le pinne strette e nere. Il pallone di segnalazione rosso legato alla caviglia. Le cinture con i pesi di piombo legati alla vita e infilati nella cinghia nera. Fucile a posto. Sicurezza ancora inserita. Orologi ben stretti. Pronti. Ci stava occhieggiando l’alba.

Tre in acqua. Numero di sicurezza. La barca si allontana. Non la vediamo quasi più. L’alba promette un’altra giornata. Pronti. Via.

Cominciamo ad immergerci. Io non pesco. Mi piace guardare e sto bene attenta a non rientrare nel campo di tiro del fucile. Non serve che faccia niente. Solo stare attenta a non farmi male.

Ogni tanto ci sorridiamo. Va tutto bene.

Con la zavorra riesco a scendere fino a undici metri sotto il livello del mare. Ma non mi spingo mai fino al limite. Rimango sempre in zona sicurezza, intorno agli otto, nove. Quello che vedo mi piace: una tartaruga, pesci, scogli. Ciuffi di alghe pettinate dai movimenti leggeri dell’acqua. Le spugne.

So che non è un granché rispetto alle profondità che consentono le bombole o rispetto al record di immersione in apnea ma mi piace. Rimango nella mia zona di sicurezza.

Risalgo. Li vedo. Sorrido. Prendo aria. Mi rispondono. Mi rituffo insieme a loro ma perdo il contatto visivo quasi subito. Vanno più veloci. Hanno toraci più larghi. Forzano sulle pinne. Nuotano potenti. Tancredi scende fino a diciotto metri. Forse di più. Mico fino a ventidue senza sforzo. Riemergo. Mi giro. Aspetto che riaffiorino. Eccoli. Ci salutiamo. Poi di nuovo giù. Per due minuti in tutto. Non di più, anzi di meno.

Riemergo. Anche loro. Entusiasti. Hanno visto un branco. Tanti pesci. Vogliono provare. Si raccomandano di stare all’esterno del campo di tiro. Mi ricordano di guardare bene dove e in che posizione sono. Attenta. Non finirci sotto. Va bene. Scendo e li perdo. Saperli con il fucile senza sicurezza mi ricorda di non seguirli. Mi sposto e nuoto verso destra, nella direzione opposta a quella dove li ho visti dirigersi. Riemergo e mi riavvicino. Riemergono, ne hanno preso uno.

Io comincio ad essere stanca. I pesi aggrappati ai fianchi cominciano a diventare fastidiosi. Si slegano la retina morbida dalla cintura legata alla  cintura e mi affidano il primo pesce pescato, quello che sicuramente mangeremo stasera. Li aspetto in superficie. Così sono sicuramente fuori la portata del fucile. Scendono.

Il silenzio intorno. Il silenzio nell’acqua. Le increspature del mare la mattina. L’isola vista dal mare.

La luce abbandonava definitivamente i colori dell’alba e si riempiva già di giallo del sole pieno e alto. Si stava bene, come in una culla enorme dove qualcuno sussurrava piano tutte le storie vissute.

Due minuti. Riemergono. Il colpo è andato a vuoto stavolta. Si immergono di nuovo. Niente, neanche questa volta. Colpo a vuoto, di nuovo. Scendono ancora ma solo per curiosare, questa volta.

Sputo sul vetro della maschera e pulisco bene le lenti. Mi immergo proprio mentre loro stanno risalendo. La massa d’aria e acqua mi riporta le onde delle loro risate. Li lascio soli a ripassarsi le loro imprese. Mi lascio trasportare da quel blu che diventa sempre più intenso e freddo. Finisco l’aria e con calma mi lascio galleggiare fino alla superficie. Li trovo ancora a godersi le loro bugie da pescatori di lunga data. Li lascio fare. Mi diverto.

Decidono di prendere aria di nuovo. Stavolta scendo anche io con loro.

Mi aspettano per farmi contenta e per non sottolineare il mio svantaggio. Neanche sei metri. Passa una cernia. Inaspettata. Grandissima. La pancia maculata più chiara. Enorme. La faccia brutta come al solito. Riemergiamo. Eccitati commentiamo e rifiatiamo. Mico si sfrega le piante dei piedi. Sono due giorni che lamenta una strana allergia per via dei calzari di gomma e manda giù cortisone. Poi si distrae. In trasparenza vediamo di nuovo la cernia. Lenta.

Non so se quella o un’altra. Mi chiede i pesi. Vuole provare a inseguirla. Gli serve più peso per andare giù più velocemente. Mi sfilo la cintura di piombo. Sfilo via tre pesi e tengo per me due blocchi quadrati. Non voglio che si carichi troppo. La sua cinta, così, mi sembra già sufficientemente pesante. Ragiona. E’ d’accordo. Aggiusta la cinghia. La allunga quanto basta per allacciarla. E’ magro ma ha l’ossatura imponente. E’ grande. Mentre si torce, in acqua, si intravedono i muscoli dell’addome contratti sotto la muta. Piega il collo. Si aggiusta la maschera. Prende aria. Si immerge. In verticale. Vedo le pinne che battono l’ultimo piccolo colpo a pelo dell’acqua. Poi più nulla.

Tancredi lo segue. Riemergono. Quasi presa. Raccontano. Scherzano. Prendono fiato. C’erano quasi riusciti. Stavolta voglio scendere anche io. Mi lego la retina alla vita. Mi sono riposata abbastanza. Stringo i due blocchi di piombo che mi sono rimasti. Scendiamo. Li perdo quasi subito. Battono forte le pinne. Non hanno paura di precipitare in picchiata. Attenti a compensare. Mi spingo più a fondo anche io. Sono anche senza pesi. Per me è un po’ più difficile. Non ci avevo pensato, fatico un po’ più del solito.

La velocità gli fa consumare l’aria rapidamente. Li vedo tornare quasi subito dalla macchia scura dietro le alghe. Risaliamo insieme. Gli è scappata via. Erano posizionati uno dietro l’altro e non hanno rischiato il colpo. Mettono a punto uno schema per scendere e triangolarsi con l’obiettivo in modo da non essere mai nel campo di tiro. Si accordano. Chiacchierano e rifiatano. Non hanno fretta. Hanno visto che comunque, le cernie hanno preso a girarci intorno. Li stuzzico. Dico che, forse, anche le cernie hanno capito che parlano tanto ma sparano poco. Ridiamo. Prendono aria. Anche io. Scendiamo. Li perdo subito, come al solito. Mi godo di nuovo quello strano panorama in cui tutto assume una dimensione irreale, senza tempo. Mentre penso.

Vedo un’ombra. Mi giro di scatto. Risalgo velocemente. Di fronte a me. Tancredi è bianco. Mi dice che non è andato qualcosa. Che ha visto Mico andare giù quasi supino. Un movimento strano. E’ andato giù troppo rilassato. Ha provato a richiamarlo toccandolo ma non ci è arrivato e non era sicuro. Avevano già compensato due volte per essere andati giù velocemente. Controllo l’orologio. Io ero stata giù neanche trentadue secondi. Lui aveva una resistenza maggiore.

Mi sfilo velocemente gli ultimi due pesi. Li passo a Tancredi. Gli tremano le mani. Quasi li perde. Li  infila direttamene nella sua cintura. Mi lascia tutto. Pallone di segnalazione compreso. Mi dice di gridare se vedo qualcuno. Prova a scendere. In verticale. Batte forte le gambe. Provo a seguirlo con lo sguardo. Poi  non distinguo più l’ombra.

Il lobo destro del mio cervello si aspetta che risalgano, affaticati e sorridenti, con la cernia infilzata alla fiocina. Il lobo sinistro comincia a scandire il tempo insieme al numero dei secondi. Tancredi torna su. Le labbra esangui. L’ha visto. È troppo lontano. Troppo in fondo. L’ha perso. Non c’è più. Non è possibile.

Torniamo giù insieme. Fatico senza pesi. A circa nove metri provo a impiegare tutta l’aria che ho per dargli una ulteriore spinta verso gli scogli sempre meno illuminati. Poi torno su di corsa.

Proprio niente più aria. Slego la retina, la perdo. Non riesco a vedere neanche più Tancredi. Prendo aria. Voracemente. Sono sola.

Torno giù. Sono agitata. Non riesco più a prendere aria. La mangio, quasi. Torno su. Mi batte il cuore. Torno su. Riemerge Tancredi. Gli occhi oltre il vetro della maschera. Piange. Non l’ha riportato su. Prende aria. Torna giù.

Torna su. Mi affida la cinta. Abbassa il boccaglio e tiene su la maschera. Non dice una parola. Comincia a nuotare lontano. Ma io lo so che sta facendo. L’unica cosa possibile. Prova a cercare aiuto verso le calette dove, a volte, si spingono turisti e pescatori.

E’ mattina ormai. Rimango in mezzo all’acqua. Da sola. Ma non sono sola. Provo a scendere ancora. Lo vedo. La sagoma nera della muta che gli disegna il corpo. Mi sembra di intravedere il biancore dei piedi e delle mani.

Risalgo e scendo. Non so, mi sembra di poterci arrivare. Devo solo concentrarmi sulla meta. In fondo. Risalgo e scendo. Non ci arrivo. Mi fermo sempre prima. Risalgo e scendo. Mi bruciano i polmoni. Provo. Ancora. Ancora.

Scendo e salgo. Lo vedo non ci arrivo. Lo vedo e ci riprovo. Me lo voglio portare via. Lo voglio portare via. Lo vedo.

Prendo aria e scendo. E’ tanto che sto in acqua. Provo. Scendo giù. Salgo su. Mi viene da vomitare. Piango. La maschera appannata. Sono sola. Nell’acqua, sopra di lui. Lo vedo. Non ci arrivo.

Risalgo prendo aria. Scendo. Non riesco. Provo ad aggrapparmi agli scogli e ad arrampicarmi verso il fondo. Mi esce il sangue dal naso. Mi distraggo. Consumo aria. Salgo su.

Controllo l’orologio. Un’ora.

Tancredi ha gridato ad una barca bianca in mare aperto. Un incidente. L’hanno preso su. Non avevano bombole e respiratore. In velocità, al primo approdo possibile dove sapevano di poter trovare il necessario.

Io non lo so però. Sono sola, sopra di lui.

Un’ora e un quarto. Scendo. Ho freddo. Risalgo. Scendo. Risalgo. Piango. Vorrei essere giù con lui. Vedo ancora la sua sagoma. Mi sento male.

Scendo risalgo. Il suo corpo appare morbido. Non mi sembra stia scomodo. Scendo e risalgo. Vomito. Acqua e sale e dolore.

Scendo e risalgo. Ricomincio a perdere sangue dal naso. Scendo e risalgo. Gli voglio almeno tenere compagnia. Forse si sente solo. Anche io mi sento sola.

Scendo e risalgo. Forse, se mi impegno, riesco a raggiungerlo. Penso. Rilasso la muscolatura. Apro il diaframma. Prendo aria. Scendo. Batto forte le pinne. Chiudo gli occhi. Li Riapro. Niente. Lo vedo da una distanza minore. Ma è ancora tanto più giù.

Un’ora e trentadue. Scendo e risalgo. Gli voglio bene. Non è perso. Non è perso. Scendo e risalgo. Vengo giù a prenderti. Appena riesco, vengo giù a prenderti. Scendo e risalgo. Dammi un momento. Ora ci riesco. Scendo e risalgo.

E’ buio lì giù. Forse hai paura del buio e rimani fermo per non fare rumore. Ora vengo lì.  Scendo e risalgo.

Scendo. Guardami. Vieni qui. Vieni qui. Scendo e risalgo.

Scendo. Forse, se lo guardo, mi accorgo che sta scherzando. Forse, se lo guardo meglio, mi accorgo che è ancora qui. Forse, se lo guardo meglio, si decide a muoversi e tornare su da solo. Scendo e risalgo. Forse si decide a riprendere a nuotare.  Mi battono le tempie.

Scendo e risalgo. Forse non è vero. Scendo e risalgo. Non fa niente, anche se vuoi rimanere qui. Rimango anche io qui. Scendo e risalgo. Rimango qui con te. Scendo e risalgo. Non ti preoccupare. Non ti lascio solo. Scendo e risalgo. Ti accompagno. Scendo e risalgo.

Un rumore di motore. Sempre più forte. Tancredi si sporge dalla barca. Scorge il pallone rosso; il braccio puntato nella mia direzione. Ha sulle spalle le bombole. Mette in bocca il respiratore. Smetto di scendere.

Ho guardato un’altra volta giù. Forse non è vero. Aspetta. Sta venendo giù Tancredi. Aspetta. Sta arrivando lui a vedere che si può fare. Si avvicinano. Sono in due: muta, gav, respiratore, pesi e bombole. Tancredi fa la capriola giù dalla barca per primo. Il secondo lo segue.

Scendono. Rimango in acqua. Il sangue dal naso non si ferma. L’acqua ferma. Solo il rumore della barca.

La superficie si gonfia. Vedo le bolle. Sempre più allegre. Inaudito. Salgono su con un ribollire allegro. Mi fanno rabbia queste bolle inopportune.

Mi avvicino. Tancredi lo tiene stretto. Abbracciato. Non mi fa avvicinare. Non me lo fa vedere. Non me lo fa toccare. Lo tirano su. Poi salgono tutti. Io rimango in acqua. Non voglio più andare via.

Io rimango qui. E’ ancora laggiù. E’ ancora qui. Se sono venuti in tanti, allora, si può ancora fare qualcosa. Rimango in acqua.

Se non fosse per il freddo che sento, starei anche bene. Rimango qui. Tancredi scende di nuovo in acqua. Prende aria. Scende senza bombole, senza pesi, solo con la muta. Lui sa che intendo dire. Rimango qui. Anche lui vuole rimanere qui. Risale. Prende aria.

Scuote il capo per mandare via dal viso le gocce di sale. Mi spinge verso la barca. Sale veloce. Mi tirano su dalle braccia. Mi faccio male. Mi affaccio sul pianale di legno. E’ lì, disteso, come quando prendeva il sole ma con la muta ancora addosso. Composto. Tancredi mi spinge a prua.

Di nuovo, Tancredi non mi fa vedere tutto quello in cui credevamo e che era sbagliato: non ci sarebbe successo mai niente, invincibili e inesauribili. Eravamo prudenti. Intelligenti. Invece no.

Un medico ci ha spiegato che è come morto di euforia. Il cortisone non gli faceva sentire la stanchezza. E’ morto felice. Semplicemente, non si è accorto di avere finito l’aria. Dietro la cernia più grande che abbia mai visto. Tancredi lo sapeva. Ha detto che aveva il viso rilassato quando lo portava su. Non era gonfio. Ma, lo stesso, non me l’ha fatto vedere. Non se ne pente. Ancora, lui ce l’ha stagliato nel cuore, quel volto con gli occhi chiusi.

Non mi ricordo quasi più nulla. Volevano fargli l’autopsia. Ci siamo opposti in modo ostinato. Lo riportiamo intero. Almeno questo, alla madre, lo dobbiamo. Lo riportiamo intero.

All’aeroporto abbiamo imbarcato la salma.

Ci hanno spogliato di tutto. Per farlo tornare a casa abbiamo dovuto pagare tutto il nostro dolore a quella frontiera. I nostri orologi. La nostra attrezzatura. I nostri ultimi soldi. Le scarpe da ginnastica firmate. La macchina fotografica. Gli occhiali da sole. Ci hanno tolto tutto. Ma il dolore quello rimaneva là. A pelo dell’acqua, dove sarei voluta rimanere anche io. Insieme

Siamo tornati in Italia guidando una macchina non nostra e la mia vita senza premesse inizia con il suo abbandono.

Non avevo tutto il tempo del mondo e neanche gi altri; per fortuna ci siamo voluti bene.

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