
Per arrivare al canale quello grande bisognava andare fino ai Monti di S. Paolo e ci arrivavamo in bicicletta, di corsa, perché era lontano. Ci andavamo per trovare i miracoli. Quello che alla fine aveva meno punti di tutti doveva tornare con la bici a mano dai Monti di S. Paolo fino al Villaggio, con gli altri a pedalargli intorno, a scalciargli il culo e a dirgli frasi di ogni tipo. Non so se vi è mai capitato: ma a dieci anni, è una cosa terribile.
Il miracolo arrivava dopo la curva del canale quello grande, quando esce dal mucchio di canne alte e ingiallite. Bisognava essere i primi ad avvistarlo. Non solo. Bisognava essere precisi. Se urlavi Remo di una barca! non ti bastava essere stato il primo a dirlo; perché l’oggetto continuava a scorrere sull’acqua e se uno degli altri, lì, cogli occhi socchiusi per spingere lo sguardo più lontano, rispondeva E’ solo un ciocco de legno, non vale! il tuo avvistamento non contava. Anzi, perdevi un punto. Se stavi a zero andavi a meno uno. E da meno uno era difficile se non impossibile risorgere: c’era una legge non scritta che lo diceva. In certe giornate vincevi con un gabbiano morto o un pezzo di barca. Altre volte non ti bastava una lavatrice mezza incagliata tra le canne. Io, solo una volta avevo visto un miracolo per primo. E quella volta mi ero sbagliato. Ero andato a meno uno. E, chiaramente, avevo perso. Da quel giorno non mi sono sforzato più di trovare i miracoli; ma solo di non perdere. E comunque, al canale quello grande, dopo il fatto di Giovannino, non ci siamo andati più.
Il sole era alto, la scuola finita. La mattina, il pomeriggio e la sera divenuti tutti uguali: liberi e nostri. Pure se il tramonto si avvicinava eravamo rimasti lì, perché stavamo tutti a zero punti e non ce ne potevamo andare così. Marcello stava alla mia sinistra, disteso come me con la pancia a terra per entrare più in profondità dentro la curva che fa il canale, comparendo dai mucchi di bambagia e di canne palustri. Marcello aveva la faccia come un cuscino, soffice e quadrata, i capelli rasati intorno e sopra ricci, ma corti. Le sue dita a forma di salsiccia si aggrappavano alle erbacce, così come le mie. Giovannino e Patrizio erano rimasti in piedi, con le mani sulle ginocchia, si alzavano e si abbassavano di continuo con le spalle e con lo sguardo, per arrivare prima di noi dietro quella curva. Ma sia per noi che per loro ancora niente. Tutti a zero. Tutti in silenzio. In attesa del miracolo.
Un Super Tele! Un Super Tele! aveva preso a gridare all’improvviso Marcello, alzandosi in piedi come un rinoceronte alla carica di quelli che avevo visto a scuola sui libri della Natura, e agitando le sue manone in segno di vittoria. Eccolo là! indicava col braccio teso un punto verso l’altro argine, poco sotto alle prime strisce di rosa del cielo, che intanto stava cambiando pelle. Sono il Campione! Sono il Campione! era incontenibile; ci correva intorno così forte che la terra tremava sotto ai nostri piedi; la maglietta piena di sterpetti secchi gli si era alzata sul davanti e il suo panzone si era affacciato rosa e tondo come il culo di un maiale. Marcellone uno – Resto del mondo zero. Questo era il suo verdetto.
Te stai a sbaja’, Marce’, sibilò Giovannino che a differenza mia e di Patrizio, che ci eravamo dati per vinti e con le mani in saccoccia stavamo scalciando già verso le biciclette, s’era avvicinato ancora di più all’argine e s’era messo con la mano sugli occhi, pure se il sole era già andato ad infilarsi sotto i piedi della Terra. Anche questo lo avevo visto sui libri della Natura. Te stai a sbaja’, Marce’: vai a meno uno. Aveva rincarato subito dopo Giovannino, immobile in quella sua posa da indiano. Ed era ovvio che il rinoceronte caricasse ancora più forte, e si mettesse a sbracciare, smuovendo l’aria calma di quell’inizio d’estate che pareva avessero impiantato un mulino dietro le nostre spalle e noi non ce n’eravamo accorti.
MARCELLO: Che meno uno e meno uno? Quello è un Super Tele: pija e porta a casa.
GIOVANNINO: Marce’ oggi hai perso, guarda là: quello è un Super Santos, mica un Super Tele. E mo’ te ne torni a piedi!
Differenze: il Super Tele è un pallone di plastica, leggero, fabbricato in tanti colori; ha i quadratini neri, tanto per assomigliare ad un pallone da calcio vero. Il Super Santos, che è solo arancione, i quadratini non ce l’ha, sembra più un melone senza buccia. E Super Tele e Super Santos, andarono avanti a discutere per un po’ e anche se a voi la questione può sembrare minimale, questa non lo era affatto: in palio c’era il primo punto dell’intera giornata. In palio c’era la vittoria. E la sconfitta.
Io e Patrizio, pur avendo accettato il fatto di non aver né vinto né perso, come la Svizzera che sulla cartina geografica dei libri era la sola ad essere senza colore, siamo tornati indietro e ci siamo andati a mettere nella posa dell’indiano, accanto a Giovannino e al rinoceronte impazzito che era Marcello. Ma la distanza era tanta, e poi il Super Tele lo fanno pure rosso, quindi io e Patrizio, che in quel caso fungevamo da giuria, non ce la siamo sentita di.
MARCELLO: E allora vallo a prende, se è davvero un Super Santos.
GIOVANNINO: E che, pe’ te, nun ce vado? Ce vado eccome.
Giovannino era davvero ino, pure se veloce più del vento e il migliore di noi a giocare a calcio. La sua famiglia viveva nella parte nuova del Villaggio dove stavano ancora costruendo, e dove in tanti s’erano fatti una casetta di fortuna con delle lamiere e dei muretti tirati su di notte. Così anche la famiglia di Giovannino. Il padre li aveva portati lì da Roma, da dove erano venuti via di notte lasciando nella casa vecchia quasi tutti i mobili e i vestiti e il pallone da calcio di Giovannino e in pratica tutta la loro vita, che però ormai era vecchia, come la casa. Ce vado eccome, aveva detto, iniziando a puntare i piedi tra le canne gialle alte più di lui. I suoi capelli castani, lunghi fin sotto le orecchie, comparivano e scomparivano tra le canne; si sentivano bene solo i suoi passi, veloci più del vento. E si sentiva la voce di Marcello, ancora a zero. Tutto sulle sue. In attesa del miracolo.
MARCELLO: Magari c’affoghi.
Io coi perdenti nun ce parlo, aveva gridato il canale quello grande con la voce di Giovannino, che ormai i capelli castani era impossibile vedere dov’erano. L’inizio della notte stava trasformando il rosa in giallo scuro. Io e Patrizio ci siamo seduti sull’argine. Lui ha preso un rametto e ha fatto finta di accenderlo e mi ha chiesto se volevo fare un tiro. Ho provato a capire a quale pianta appartenesse il suo rametto-sigaretta, perché sui libri della Natura che ci davano a scuola c’era tutta una parte bellissima sugli alberi e sui nomi delle piante. Ma niente. Io e Patrizio ci siamo messi a fumare il suo rametto senza nome. Intanto sentivamo i piedi di Giovannino che erano entrati in acqua e sentivamo pure Marcello che sbuffava, vicino a noi, e sembrava la balena che soffia da quel buco che c’ha dietro la testa. Quello me lo ricordavo che si chiamava cocchiume.
MARCELLO: Magari c’affoghi.
Poi, il silenzio.
Io e Patrizio ci siamo alzati. Abbiamo chiamato Giovannino, ma niente. Abbiamo smesso di fumare e ci siamo avvicinati. E abbiamo chiamato Giovannino, ma niente. Allora abbiamo detto Andiamo? e lo abbiamo detto a Marcello, che invece non ne voleva sapere; stava immobile con le braccia incrociate, pareva il vulcano dei libri, fermo e rosso in faccia.
MARCELLO: Ao’, nun fa’l cojone.
Io e Patrizio abbiamo iniziato a scendere dall’argine chiamando Giovannino. Marcello all’improvviso s’è messo a correre, gridava Nun fa’l cojone, ma intanto ci aveva superato e al suo passaggio la bambagia si sfilacciava e volava nel buio appena appena giallo, come la polvere dei fiori del desiderio dopo averci soffiato dentro. Il rinoceronte era tornato alla carica, l’acqua del canale scrosciava attorno alle sue zampe. Poi, dopo qualche chiassoso istante, come era successo per Giovannino, anche Marcello, aveva smesso di far rumore. Di risponderci. Ed era sparito, nel nulla. Io e Patrizio ci siamo guardati in faccia. Non sapevo se lui, ma io iniziavo a sentire freddo dappertutto. E a tremare. Siamo rimasti un po’ in silenzio, con lo sguardo in quella direzione, sperando di vederli tornare. Io e lui soli. Tutti e due a zero. In attesa del miracolo.
Vado io, ha detto a un tratto Patrizio già nel canale fino alle ginocchia. Mi ha guardato con la sua faccia da femmina e con le mani magre che parevano due rondini che si erano perse durante la migrazione del loro stormo; mi ha fatto segno di tornarmene di sopra, sull’argine.
PATRIZIO: Se non torno neanch’io, corri ad avvertire i grandi.
Io ho protestato, non volevo lasciarlo, non volevo lasciarli. Ma secondo lui, io ero più veloce sui pedali, e poi, facendomelo notare con una mano piatta sulla fronte, lui era molto più alto di me. Ed era vero. Che ero più veloce. Che lui fosse più alto, non me lo ricordo. Patrizio coi calzoncini e le gambe magre, da femmina pure quelle, si muoveva come un fenicottero alla ricerca di cibo. Lento. Con grandi passi. Patrizio non chiamava gli altri. Fenicotterava soltanto. E poi, pure lui, è sparito nel buio dietro le canne. Ero rimasto solo. Da questa parte dell’argine. Col cuore che mi pareva una tempesta, e i denti che tremavano. Solo, sperando che qualcuno dei miei amici uscisse fuori da lì col Super Tele. O col Super Santos. Non m’importava. Tanto io sarei rimasto a zero punti. Sarei pure potuto andare a meno uno. Non m’importava. Ma intanto era diventato definitivamente buio. Ed ero rimasto lì, da solo. In attesa del miracolo.
Mi sono lanciato nel canneto del canale quello grande gridando tutti e tre i nomi uno dopo l’altro. L’acqua mi è arrivata subito a metà della maglietta. Pensavo a Giovannino, che in quel punto doveva essere stato quasi completamente sott’acqua. Sopra la mia testa la notte mi mostrava un sorriso beffardo di luna. Sapevo qualcosa sulla luna quand’era uno spicchio, ma mi sembrava di non riuscire a ricordare niente, in quel momento. Ho corso e ho continuato a gridare. Ero vicinissimo all’altro argine, dove Giovannino e Marcello avevano visto il pallone. Ma col buio che c’era, non sapevo se fosse quello il punto. Poi, d’improvviso, spostando un mucchio di canne robuste e pesanti come piccoli alberi, me li sono trovati davanti. Tutti e tre. Di spalle. In piedi. Sani e salvi. Con gli occhi bassi verso quella forma rotonda. Tutti e tre. Immobili e vicini. Tutti a zero punti. In attesa del miracolo.
Ho tirato un sospiro che mi sono immaginato d’essere le Correnti del Nord viste sui libri della Natura. Poi anch’io ho guardato dove stavano guardando loro. E per un po’ mi sono ammutolito. Incredulo. Loro, al mio arrivo, non si sono mossi. Giovannino si è chinato un po’ in avanti. Mi sono accorto che aveva un bastoncino in mano con cui stava cercando di smuovere quel corpo rosso e a forma di palla. Che però non reagiva. Aveva le zampe tipo di rospo ma ben più lunghe, stese e inerti. Era rimasto incastrato tra le canne, sul pelo dell’acqua del canale quello grande.
IO: E’ un Ornidongo.
Non avevo mai visto un Ornidongo dal vero. E neppure in nessun libro, a pensarci bene. Ma ero sicuro che lì, davanti a me, a Marcello, a Giovannino e a Patrizio, in quella sera di inizio estate, c’era proprio un esemplare di Ornidongo.
IO: E’ un Ornidongo, non c’è dubbio. Ed è ancora vivo.
In quel momento loro si sono girati, mi hanno fatto spazio. Hanno ascoltato le mie parole su quella particolarissima specie di anfibi che se perdono la strada di casa si... spengono. Così dissi. E’ ancora vivo. Dobbiamo aiutarlo, allora, disse Marcello, col faccione da cuscino con la federa appena stirata. Anche Giovannino, sebbene fosse in difficoltà con l’acqua putrida del canale ben oltre la cintura, assecondò i miei movimenti. Patrizio si auto-schiaffeggiava per uccidere gli sciami di zanzare che, per fortuna, giravano solo attorno a lui. Dopo averne abbattuta qualche decina, prese l’Ornidongo da sotto, sollevandolo. Io e Giovannino lo afferrammo per le zampe, scastrandolo definitivamente.
GIOVANNINO: Pare ‘na gelatina, bleah!
E ci venne da ridere. E ridemmo. Tranne Marcellone, che stava davanti al gruppo e combatteva con le canne, con il buio, con gli insetti e con la paura che ci avrebbe annientato se non fossimo stati tutti e quattro in quel momento, a trasportare l’Ornidogno che si era perso. Insieme.
Arrivati sull’argine dove avevamo lasciato le biciclette, poggiammo il corpo dell’Ornidongo, piano piano, come fosse un bimbo che dorme. E ora? Mi chiesero. E ora, come la ritrova la strada di casa? Io non sapevo che dire e rimasi a pensare. Giovannino, dopo averlo guardato, alzò la testa verso di me e disse che comunque avevo vinto io. Cioè?
GIOVANNINO: Io e Marcello andiamo a meno uno, perché abbiamo sbagliato. Lui è rimasto a zero, e tu, che hai trovato il miracolo, vai a uno. Hai vinto.
Avevo vinto. Era la prima volta, pensai. E mi venne da ridere. E pure gli altri si misero a ridere. Ma dovevamo fare piano, ci rimproverò Marcello. Piano che se no l’Ornidongo si sveglia prima che siamo riusciti a trovare il modo per farlo tornare a casa. Ma i rumori arrivarono tutti insieme e parve il terremoto visto nei libri della Natura, pure se quelli sono zitti e al posto dei rumori ci sono solo le lettere in maiuscolo.
TRRRRRRRRR!!!
Il padre di Giovannino guidava la spedizione. Apparve come un santo quando si apre la porta della chiesa, e in fondo al buio trovi solo la sagoma con l’aureola e la mano destra sollevata. Aveva una catena d’oro al collo che brillava nella notte, una canottiera bianca e un anello grande e liscio come la sua testa senza capelli. La mano del santo si abbatté sul viso di Giovannino, che era veramente ino, e lo fece andare per terra, addosso alle bici. Il padre di Marcello era così grande che anche Marcello dinnanzi a lui pareva piccolo come Giovannino. E proprio come Giovannino, però, sembrava essere diventato veloce più del vento. Patrizio che aveva solo la madre si prese pure lui un paio di cinquine, ma di quelle da donna, che fanno male lì per lì, ma che poi rimangono solo quelle due. Non come fanno i padri che ti possono menare fino a che non senti più dolore, solo perché pure a loro da piccoli l’hanno sistemati così. E poi gli schiaffi della madre di Patrizio non erano niente in confronto a quello ammollato dal santo in canottiera.
Mio padre era l’ultimo del gruppo dei grandi. Aveva una torcia in mano, con cui s’illuminò la faccia sudata. Non lo avevo mai visto così arrabbiato. Chissà da quanto ci stavano cercando! Pure lui ha alzato la mano, gli si è scombinato il ciuffo dei capelli che teneva sempre buttati all’indietro. Ma poi, come se gli era bastato vedere Giovannino volare come uno sputo sulle catene arrugginite delle bici sdraiate, mi ha solo strattonato un po’. E alla fine si è chinato per aiutare il mio amico.
Questa irruzione dei grandi ci aveva fatto perdere di vista l’Ornidongo. Dov’era? Dov’era finito? Io avevo tirato su Giovannino, insieme a mio padre, e l’avevo perso di vista. Tempo dopo Patrizio giurò di averlo visto andar via con le sue zampe. Anche Marcello mi rassicurò che mentre scappava dalla furia di suo padre, per un attimo aveva notato un movimento nell’acqua, e il corpo-palla dell’Ornidongo ballonzolare felice, verso casa. Ne era sicuro, Marcellone. Solo Giovannino non disse niente. Infatti per un po’ non lo vedemmo. Andavamo alla baracca a bussare, ma ci dicevano che stava male. Che non poteva uscire. Che non sarebbe venuto a giocare con noi. Finché una volta Marcello ce lo siamo ritrovato col fiatone e con il suo faccione morbido da cuscino strapazzato e floscio. Diceva che la baracca non c’era più. Che il padre di Giovannino li aveva portati via di là, di notte, di nuovo.
E da quel giorno sono passati anni. Giovannino non lo abbiamo visto più. Mi sono chiesto spesso se Patrizio e Marcello ci sono andati altre volte al canale quello grande. Me lo chiedo perché io ci torno, ogni tanto. Da solo. Al canale quello grande. E mi metto a guardare verso l’altro argine, nel punto in cui avevamo trovato l’Ornidongo. Mi ci metto. Ma non vedo niente. Mi viene da pensare all’estate quando finiva la scuola, in cui i giorni erano tutti uguali. E nostri. Mica come adesso. Mi ci metto. Ma non vedo niente. Mi viene da pensare ai miei amici, alla paura di andare a meno uno che, a dieci anni, è una cosa terribile. Mica come adesso. Mi ci metto e aspetto di sentire una delle loro voci. O di vedere comparire qualcosa, qualsiasi cosa, oltre la curva del canale quello grande. E non mi aspetto, ormai, di veder tornare l’Ornidongo. Mi basterebbe pure un Super Tele o un Super Santos, se ancora ci gioca qualcuno. Per questo rimango lì. Per un po’. Da solo. A zero punti. In attesa del miracolo.
Lorenzo Iervolino



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