Cosa succede a lato di un fatto di cronaca? Oltre una tragedia mediatizzata? Prima e dopo lo spazio della notizia? Porzioni di vita a margine di due fatti realmente accaduti il 29 giugno 2008, nel sud della Francia (Prima parte) e nel nord Italia (Seconda parte).
Giochi di pistole
Prima parte
29-06-2008 22:59 Francia: 16 feriti durante un'esercitazione (ANSA) – CARCASSONNE (FRANCIA), 29 GIU - Sedici persone, per lo piu' civili, sono rimaste ferite durante un'esercitazione in una caserma di Carcassonne, in Francia. Un soldato, che e' stato messo sotto inchiesta, ha sparato proiettili veri e non a salve in un'esercitazione con pubblico. Tra i feriti 11 sono gravi. Lo hanno riferito fonti militari. I feriti sono soprattutto familiari dei paracadutisti impegnati nell'esercitazione. Tra i feriti ci sono anche due bambini, di cui uno in pericolo di vita.
Francoise era così arrabbiata stamattina. S’era rintanata sotto al lenzuolo gridando che odiava la febbre. Amore mio – le ho detto – vedrai che ci andremo il prossimo anno; non la rifarete anche il prossimo anno questa giornata delle caserme brutte? – ho chiesto poi a Jean, prima che baciasse Francoise e si tirasse appresso Mathieu come una scimmietta. Certo che la rifaremo, come no, e l’anno prossimo verrai anche tu con tuo fratello – ha risposto Jean infilando la testa sotto al lenzuolo, ma beccandosi quasi un calcio sul naso, perché Francoise ci teneva proprio. Poi mio marito mi ha preso in disparte, ha detto Nadine? con la sua inflessione lenta del sud, e io ho risposto ovviamente no Jean!, con la fermezza di chi già conosce la domanda:
Dai, è solo un po’ di febbre, falla venire lo stesso – ha insistito lui; ma io sono stata categorica: noi donne rimarremo a casa.
Allora lui e Mathieu sono usciti, non prima che Jean puntualizzasse che l’iniziativa si chiamava delle caserme aperte; certo, lo so, Jean, che le aprite le vostre caserme per farci vedere i fucili e i salti dalle torrette, ma era solo per non far intristire ancora di più l’orsetta ribelle!
E’ uscito senza baciarmi.
Ci ho messo un po’ a stanarla dalla sua grottina di rabbia e lenzuolo; poi però, proprio come un’orsacchiotta attirata dal miele, Francoise s’è lasciata conquistare, emergendo con gli occhi abbottonati e i capelli corti e scapigliati. Abbiamo bevuto il tea nero che Amia ci ha portato da quel posto pieno di animali magici che Francoise ha imparato a chiamare A-freak, facendoci ridere ogni volta fino alle lacrime. Abbiamo giocato a fare il verso di quegli animali e ad imitare la giraffa con il braccio in aria, steso come un lungo collo, e con le dita svelte ci siamo grattate dappertutto come scimpanzé. Poi m’è venuta la malaugurata idea di misurarle la febbre. Ho usato un nuovo apparecchietto tecnologico per cui un raggio puntato alla tempia riesce a misurarti la temperatura in 5 secondi. A Jean la Marina lo ha dato in dotazione. La prima volta che l’ho visto, ho avuto la tentazione di buttarlo al secchio. Ma poi, con la Marina Militare Francese ci si abitua a tutto. Anche al termometro elettronico col raggio laser.
Comunque ho provato più volte e, dopo diversi tentativi, Francoise s’è accorta che il numero che le nascondevo era 36.6 e, fattasi i suoi calcoli, ha capito che era meno di 37, non aveva la febbre: stava bene, ed io la tenevo reclusa impedendole di raggiungere suo fratello all’esercitazione di spari del papà. Ora, infatti, non diceva più di odiare la febbre. Odiava me.
Si è messa a gridare con una voce da micetta graffiata, che lei ci sarebbe andata lo stesso, con o senza di me. Questa sua ostinazione mi ha fatto ridere; mi sono dovuta coprire il viso con tutte e due le mani, per non farle accorgere di quanto mi stesse divertendo. Era buffa ingrugnita e battagliera sotto la frangetta cortissima che io e Amia le avevamo tagliato al primo caldo, di là in cucina. Quel che non mi andava giù era che sia lei che suo fratello, stessero prendendo con così tanta passione certi aspetti del lavoro di Jean. La storia delle caserme aperte, con le dimostrazioni antiterroristiche assieme ai parenti di paracadutisti e marinai, mi sembrava una cosa così profondamente stupida, ancorché completamente inutile. Forse la definizione della giornata delle caserme brutte l’avevo data più per me che per Francoise. Perché Jean sentisse ancora una volta la mia opinione; anche davanti ai bambini.
Francoise comunque non ha rinunciato alla sua ribellione. Non si è rassegnata. Ha minacciato di fuggire, farsela a piedi, o con il pullmino del signor Morin, che le piace tanto. Allora ho iniziato a sentirmi un po’ in colpa. Per Francoise. Dopo tutto la febbre le era passata. E per Jean. Anche lui ci teneva tanto. Così ho mandato giù. Mi sono decisa. Le donne sarebbero andate.
Amore non vuoi proprio aspettare il prossimo anno? – ho provato con un ultimo tentativo, inutile, e un po’ meschino: – Se ti torna la febbre, poi non puoi mica andare al mare con Sophie. Francoise aveva già recuperato il cappellino ed era intenta a infilarsi le scarpe, quelle senza lacci, per sbrigarsi. Mi vergognavo anche un po’, per aver tentato con quel piccolo ricatto dell’ultimo momento: ora non avevo più carte da giocarmi. Ed era giusto così.
Mamà, se tu non vuoi venire, ci vado sola! – Era così evidente? Dopo sette anni di matrimonio? Conoscevo Jean da quasi quindici anni, e mi ero innamorata di lui che era ancora all’Accademia. Avevo sempre saputo che vita aveva scelto. Ma lo stesso non riuscivo neppure a fingere un po’ di felicità? Evidentemente no.
Ho messo il vestito giallo che Jean mi aveva comprato a Cannes e che a lui piaceva tanto. Era un bel vestito, misto cotone, leggero, compostamente elegante. Anche se a me aveva sempre messo un po’ di tristezza. In quella vacanza a Cannes la Marina Militare Francese ancora non aveva deciso dove e come avremmo trascorso la nostra vita una volta sposati.
Non vuoi che maman ti accompagni? – mi ero sforzata di sorridere, seduta di fronte a lei, che intanto era pronta e sull’attenti come una colorata marinaretta. Francoise si arrese. E sorrise. Il sorriso di mia figlia non è facilissimo da ottenere. Ma quando compare, ha la forza di far svanire tutte le mie domande, le preoccupazioni. I dubbi che ogni giorno che passa mi rendono più debole e incline ai compromessi.
Ah, ma quello che ho visto è un sorriso-sì? – le chiesi, cercandole lo sguardo.
E’ un sorriso-forse, Mamà!
Pace era fatta. La febbre aveva perso. La mia orsacchiotta col cappellino aveva vinto. Io, non lo so.
Finché citofonarono.
Due volte. Tre. Quattro. Chi è, cosa c’è?
Era Amia.
Che succede? – l’ho accolta io, con un sorriso appena accennato, appoggiato sulle labbra. Lei mi ha chiesto subito di Francoise, dov’era, che faceva. Ma perché? Perché, Amia? mi sono messa a gridare sottovoce, controllando con lo sguardo mia figlia a metà del corridoio che ci guardava con gli occhi grandi, appesi all’insù. Francoise è qui con me – non capivo la sua agitazione.
E Mathieu? Dov’era Mathieu?
Perché, cosa c’entra Mathieu, mi vuoi spiegare?... E io no. Non sapevo nulla, ovviamente. Non avevo acceso la tv. Come potevo immaginarlo? Chiamai immediatamente Jean, ma niente. Il cellulare era spento. Com’era potuto accadere? Colpi veri invece che a salve: come si può commettere un errore così? Potevamo precipitarci alla Caserma, ma forse era già vuota, deserta. Allora abbiamo deciso di aspettare. Amia s’è messa a giocare con Francoise, mentre io tentavo di non pensare a nulla. Un muro nella mente.
Le mani mi sudavano, avvolte attorno al cellulare. Ho provato a chiamare Bruno, ma d’improvviso il suono del suo cognome era svanito tra la piattezza della mia paura, e non riuscivo a trovarlo nella rubrica. Un muro. Pieno di crepe. E da ognuna di queste, vedevo mio figlio Mathieu.
Poi il cellulare suonò. Era Jean. Dall’ospedale. Mi volle rassicurare che non era stato lui, a sparare. Non gli ho prestato ascolto e ho gridato il nome di nostro figlio, come fosse l’unica parola che conoscessi. Mathieu era tra le persone ferite. Il mio ometto dai riccioli d’oro tra quei quindici, o sedici, o di più, ma cosa m’importa quanti sono, Jean! Come sta Mathieu, come sta, come sta? Un proiettile gli ha attraversato la mano, vicino al pollice. Miracolosamente non è grave. Il muro si è frantumato in un pianto dirotto. Francoise e Amia mi hanno abbracciato. Siamo corse tutte e tre a prendere la macchina. Ho detto ad Amia che Mathieu non avrà danni significativi. Anzi, tornerà a casa in meno di una settimana. Insieme siamo riuscite a spiegare a Francoise che cosa era successo. Non ho mai sopportato quei genitori che nascondono la verità ai figli. Qualsiasi verità. A prescindere.
Amia si è offerta di guidare. Dopo una serie di telefonate concitate, si è voltata verso di me, e mi ha chiesto come mi sentivo. Come mi sentivo? Bene. Bene quando riabbraccerò Mathieu – le ho risposto. Ma non sono riuscita a dirle quello che veramente mi passava per la testa. Non sono riuscita a dirle che altri due bambini, due come i miei orsacchiotti, per quella stupida sciocca inutile mania delle armi, li hanno portati al nosocomio di Tolosa. Nessuno sa se torneranno mai a casa.
Seconda parte
Graziano porge sul bancone i due caffè corretti; con un canavaccio si asciuga la fronte e fissa i suoi interlocutori mentre girano col cucchiaino. Avete visto che ne hanno ripulita un’altra? dice, riempiendo in fretta il silenzio di quel momento. I due alzano appena lo sguardo. Graziano allora con la sua voce grave e roca, rincalza: anche la Banca Agricola di Cremona, in cinque minuti quasi cinquemila euro: mille euro al minuto! I due sorseggiano i caffè mischiati alla grappa. Hanno entrambi capelli molto corti e carnagione chiara; uno ha una corporatura massiccia e potrebbe avere una quarantina d’anni, mentre l’altro è più giovane e più basso.
Il bar è caldo e umido come quel primo pomeriggio; oltre ai due uomini al bancone che Graziano non ha mai visto prima, c’è solo uno stanco via vai in fondo alla sala, dove sono messi in fila due video poker e qualche vecchio flipper. Pale di ventilatori ad elica girano forsennatamente sopra le teste dei presenti, riempiendo l’aria d’un sibilo costante simile al ronzare d’un moscone gigante.
Ormai non c’è più legge che tenga: qui fanno tutti quello che vogliono, prosegue Graziano al di là del falso marmo che riveste il bancone e chinandosi appena verso il cliente più alto. Questo accetta lo sguardo con occhi calmi e chiari. Ripone la tazzina sul dorso del piattino. E ancora tace. Vengono in Italia apposta: tanto in galera non ci vanno mai: zingari, albanesi, marocchini, rumeni, tutte le razze di delinquenti ci stanno qui.
Graziano fa una piccola pausa, cercando una qualche minima reazione; non ha altri clienti a cui dedicarsi e le pale che tagliano l’aria calda del bar non gli danno molto sollievo, visto che continua a tamponarsi la fronte rossa e grassa con il canavaccio. Il più basso dei due uomini si allontana da quella discussione a senso unico. Anche lui è rimasto impassibile e dedito solo al suo caffè corretto, come se Graziano non fosse tanto diverso dal portatovaglioli della Illy, o dal video poker luminoso accanto alla vetrata d’ingresso, verso la quale si dirige. Sì ma devono solo provarci a venire qui da me, riparte Graziano, devono solo venire a provarci qui, a rubarmi una lira, che li accolgo bene io, a sta gente qua.
L’uomo più alto, rimasto con i gomiti appoggiati al bancone, fa scivolare la tazzina lateralmente e si sporge verso il barista, mostrando appena una distensione sulle labbra che a Graziano sembra però un accenno di sorriso, come un piccolo gesto d’intesa che incoraggia la sua confessione. Ho un bel pezzo di ferro, adesso; quasi ci proverei gusto a vedermi entrare qui uno di quei merdosi e schiattarlo, sai? Graziano soffia via queste parole con tono solenne, deciso. Pare che questo figlio di troia che sta andando in giro a farsi banche e negozi sia un rumeno del cazzo: mica lo prendono; ma fa che venga qui che dio ladro te lo buco io per bene.
Ah, sì?! Chiede all’improvviso la voce finora azzittita dietro quel volto quasi indifferente. E tu dove spara? Uhm? In mezzo a occhi? O in cuore? Oppure in schiena? Sì forse tu ci spara in schiena.
Graziano l’aveva sospettato, ma poi il caldo, tra giugno e luglio tutta la provincia si svuota e si finisce per parlare anche con chi sembra proprio un polacco o un rumeno: indietreggia un passo, fissando quegli occhi chiari. Il dubbio gli era venuto già quando l’altro, quello più basso, aveva chiesto i caffè, aveva alzato indice e medio della mano tozza, aggiungendo solo con grappa, senza saluti, senza nulla e ora è lì giù in fondo a sorvegliare l’entrata del bar, con praticamente solo un altro cliente che fa rimbalzare svogliato la pallina del flipper. Graziano si appoggia il canavaccio sul collo. Lentamente. Il suo sguardo si sposta da quello dell’uomo alto davanti a lui, alla sagoma più piccola che sta facendo da palo all’entrata. Il cuore inizia a battergli più forte. Quasi si sente il tum-tum maldestro, nel silenzio che attufa la grande sala del bar. Il sudore gli cola sul naso, sugli occhi, gli attacca la camicia alla schiena.
Cos’è, hai perso lingua? Ti ho fatto un domanda: dove spara tu a romeno bastardo? Adesso è Graziano a tacere, immobile, e sembra davvero un oggetto messo lì come il portatovaglioli marchiato Illy, o il pezzo di ferro col colpo carico nascosto sopra allo sportello della ghiacciaia, sotto il bancone e davanti alle sue ginocchia. L’uomo più giovane dice qualcosa nella direzione dell’altro, che gli risponde con la mano aperta, che aspettasse, che aspettasse ancora un attimo. Ma cosa? Graziano suda, lo sapeva che sarebbero venuti anche da lui, a fargli l’incasso del bar e dei video poker, la pistola la potrebbe prendere senza troppe difficoltà, ma non vuole staccare gli occhi, non vuole essere bucato lui, perché quei rumeni là o albanesi o polacchi del cazzo, ora la tirano fuori una canna da puntargli in faccia.
A lui, un italiano che lavora da trentacinque anni facendosi un culo così.
Tu non vuoi rispondere a quel che ti chiesto, proprio? Io ascoltato tutte tue stronsate, no? E tu non mi vuole rispondere solo una domanda: allora dove si spara a un stronso rumeno, uhm?
L’uomo alto si distanzia anche lui dal bancone. I suoi gesti sembrano durare un’eternità. Graziano lo vede indietreggiare d’un passo e si sente nello stomaco un vuoto grande come tutto il bar; allora si china, rapido, impugna, braccio steso, non possono mica venire lì da lui, e il primo colpo è un tuono secco, liberatorio, che gli dà una frustata su tutto il corpo e l’eccitazione monta sul secondo sparo, che assomiglia all’altro, ma riempie le orecchie di un rumore di vetri, d’ingranaggi, di qualcosa che si frantuma inesorabilmente. Poi Graziano si butta per terra, dietro il bancone, il suo bancone, e da lì sente i passi in fuga, la porta aprirsi e richiudersi in fretta, e poi, da per terra, avvolto nel sudore, un pesante silenzio.
Non c’è sangue nei pressi del bancone, sul pavimento né da nessuna parte. Un colpo, il secondo, ha centrato le caselle del rullo di carte francesi di uno dei video poker, riempiendolo di venature nette su tutta la scocca e spegnendogli le luci rosse e gialle che lo animavano. Graziano prosegue cauto la perlustrazione. L’altro colpo non sa che cosa sia andato ad impattare. A trafiggere. A spegnere. Si sforza per ricordare un rumore particolare, ma nulla, oltre a quell’eccitazione di tutto il corpo teso. Setaccia in fretta ogni millimetro, ogni angolo. Ma niente.
Graziano allora ritorna dietro il bancone con passi lenti e pesanti come il suo battito cardiaco in questo momento. E’ lì che vuole essere trovato dal commissario Antinori, o dai carabinieri di Verolanuova. Ripone la pistola sopra la ghiacciaia. Afferra il canavaccio, come una sacra sindone lo calca sul suo viso zuppo e infuocato. Dopo alcuni respiri profondi, poggia lo sguardo davanti a sé, al centro della sala del suo bar. Sente sulle spalle e nello stomaco il peso improvviso dei suoi cinquantotto anni, come fossero anche questi del marmo finto del bancone. Quel primo colpo, deve ammetterlo, sembra svanito nel nulla. Così come i due uomini comparsi nel pomeriggio davanti ai suoi occhi, di cui, a ripensarci bene e con un minimo di calma in più, Graziano non può giurare che fossero lì per fargli l’incasso, ma di una cosa sa di essere certo: quei due rumeni o albanesi o polacchi del cazzo sono stati i primi, in trentacinque anni di bar, a non avergli pagato i caffè.
(Sesto Potere) - Brescia - 30 giugno 2008 - Dopo lunghe e accurate indagini i Carabinieri di Brescia e Verolanuova (Brescia) hanno arrestato un bresciano di 44 anni , imprenditore del settore videogiochi e videopoker, ritenuto responsabile di almeno sette rapine in banca compiute negli ultimi mesi nel territorio di Brescia e Cremona. L'uomo, che portava a termine i "colpi" utilizzando una pistola giocattolo o un cutter , si era risolto a intraprendere la strada del crimine perché oppresso dai debiti. La sua attività, infatti, era entrata in forte sofferenza finanziaria soprattutto dal dicembre scorso.
Lorenzo Iervolino



Twitter
Myspace
Digg
Del.icio.us
Slashdot
Furl
Yahoo
Technorati
Smarking
Googlize this
Blinklist
Facebook
Wikio







